
Amici miei - Irene Ghergo e i Vanzina




Continua il format delle conversazioni su TvBlog. Stanchi di fare interviste promozionali, in cui rischiavamo di trovarci ad ascoltare passivamente l’interlocutore, ora farlo all’indomani di un programma già andato in onda, per discuterne direttamente con l’interessato, è sicuramente più stimolante.
In fondo è quello che è successo all’autrice Irene Ghergo ieri sera su Rai5, in cui ha debuttato come conduttrice. La puntata di Amici miei, ciclo di documenti su personaggi dello spettacolo, aveva come protagonisti i fratelli Vanzina, spesso vittime di pregiudizi: “Loro hanno tentato di uscire dal genere, ma la cosa non è riuscita dal punto di vista del box office. Però sono intelligenti, hanno un vissuto che è degno di nota. C’è tutto un mondo dei Vanzina che il largo pubblico, forse, non conosceva”. Non a caso, per una volta che non erano in promozione, hanno potuto svelare alla Ghergo tanti aneddoti sulla loro storia artistica, anche se decisamente per pochi eletti.
La crisi dello spettacolo oggi è il banale pretesto da cui è partita la nostra chiacchierata. Senza toni esageratamente nostalgici, e con il realismo di una che si sente “fortunata”, la Ghergo dimostra di poter continuare a fare questo mestiere. Seriamente, ma all’occorrenza ridendoci sopra. Perché no, anche dei flop, perché per lei gli autori “mica scoprono il vaccino dell’AIDS”. Leggerete delle risposte spesso secche ma esaustive, senza formalismi né snobismi. Perdonatemi il tu a una signora, ma lei mi ha chiesto espressamente di darcelo al telefono.
Ieri dicevi ai Vanzina quello che a sua volta ti dice sempre Maurizio Costanzo: ‘E ora con chi mi confronto, dopo che mi sono confrontato con Gassman e Mastroianni?’. Tu ora con chi ti confronti?
«Domanda bella difficile, per una viziata come me. Vent’anni con Boncompagni, dieci con Chiambretti, tutti ideatori assoluti. Invece collaborare con un programma-format è tutto un’altra storia. D’altra parte la televisione è diventata così, che vogliamo fare?».
Tu, allora, ha fatto Kalispéra, per entrambe le edizioni. Perché la seconda non ha funzionato? Forse non intercettava il momento storico?

Camila Raznovich, presto mamma per la seconda volta, conduce - lo presentavamo la settimana scorsa - un programma dal doppio volto: settimanale su La7, la domenica pomeriggio. Quotidiano su La7D. Raggiungiamo Camila telefonicamente per parlar con lei dopo la prima messa in onda di Mamma mia che domenica. E’ un meccanismo che funziona, quello della conversazione a posteriori, e che permette, se non altro, di aver visto in onda quello di cui si deve parlare. In Mamma che domenica c’erano alcuni elementi convincenti, altri che ci hanno fatto un po’ storcere il naso. La conduttrice - che domani sarà impegnata nella seconda puntata in diretta -, si sottopone, di buon grado, alla chiacchierata.
«Allora, facciamo una premessa: l’idea ci è sembrata buona. E’ un tema sicuramente da trattare, interessante, che può avere sviluppi accattivanti. Però come sai, noi su TvBlog siamo cattivelli - abbiamo anche una mamma in redazione - e abbiamo anche qualche critica. Tanto per cominciare: ma c’era proprio bisogno degli ospiti vip (nella prima puntata erano Concita De Gregorio e Giampiero Mughini, ndr)»?
«Secondo noi sì, anche per una questione di grammatica televisiva. Poi vedrete anche che tipo di scelte faremo negli inviti: Concita De Gregorio alle cinque del pomeriggio non è una scelta facile, è stata una scelta voluta, perché non è una donna che potresti trovare facilmente nei salotti del pomeriggio. Quindi, gli ospiti saranno, in generale, personaggi che non frequentano la tv italiana salottiera: domenica dovrebbe venire Oliviero Toscani. Quindi, sì ai vip, ma sì in quanto legati al tema che trattiamo, in quanto genitori e non in quanto personaggi pubblici. Spesso ci si dimentica che anche i personaggi pubblici sono genitori, hanno una famiglia. Secondo me è anche interessante vedere come si relazionano alla loro famiglia, scoprire la loro umanità, la semplicità, la tenerezza nella sfera familiare che magari non ci si immaginava».
«Però, guardando il programma da un punto di vista contenutistico, erano molto più interessanti le tre mamme “qualunque”, molto diverse fra loro, che raccontavano la loro esperienza. La striscia quotidiana, poi, approfondisce…
«Quella parte è una specie di micro-reality dove si segue la quotidianità di queste persone che gentilmente ci hanno aperto, letteralmente, casa loro, e lasciano che noi con le telecamere andiamo a cogliere i momenti belli, le contraddizioni, la crisi della coppia durante la maternità. E’ un segmento che ho voluto fortemente.»
«E in effetti sviscerava tematiche interessanti. Mentre, se devo dire la verità, alcuni discorsi della De Gregorio, e altre cose che si sono dette in studio, mi sono sembrate, invece che semplici, un po’ banali».
«Il rischio di banalizzare c’è, è presente in tutta l’ora e mezza della trasmissione. Trattare il tema famiglia-genitori-bambini, se non hai un taglio molto chiaro o preciso o anche scomodo - per alcune mamme può esserlo, perché sembra che la maternità si debba affrontare solo in maniera molto seria - ti fa correre questo rischio. Ma banalizzare non è quello che voglio io, nè l’editore. Così abbiamo scelto un taglio ben preciso. L’ovvietà è dietro l’angolo ed evitarla sarà una nostra priorità. Cerchiamo di affrontare gli argomenti da un altro punto di vista.
Poi, non ti nascondo che quella di domenica è stata una “prima”, ma di fatto, visto che non avevamo fatto una prova generale, è stata una “zero” in onda e ovviamente - sto andando proprio ora in riunione - ci sono molte cose da rimettere a posto, molti punti da riequlibrare. C’è da lavorare come dopo una zero. Nella squadra cerchiamo di riguardarci, di essere critici e di mettere a punto tutto: non sono preoccupata delle piccole cose non riuscite bene ma dobbiamo migliorare quelle in cui siamo stati più superficiali.
Io raramente sono contenta, ma dopo la prima diretta ero comunque soddisfatta, anche perché di fatto il cast non si conosceva, molti di loro si sono conosciuti in onda: il contenuto c’è, un programma su questo tema si può fare e si può fare in maniera diversa, quella che abbiamo scelto».
«Dici che avete avuto poco tempo per provare, ma la diretta, la collocazione, erano già previste o sono nate in corsa?»
«Era tutto previsto. A novembre abbiamo iniziato a parlarne e da subito abbiamo iniziato a parlare in diretta per fare un’interazione con i genitori (non solo per mamme, anche per papà); è una formula interessante, anche radiofonica. Non è solo un talk show ma è un’esperienza peer-to-peer, una specie di “forum” televisivo.
E’ chiaro che è una cosa che va tarata: è domenica pomeriggio, orario molto “per famiglie”. Quindi, proviamo a dare consigli senza dare la verità: vogliamo provare a dare un momento di scambio di esperienze. Che è proprio quel che fa una mamma oggi: molte mamme, per dire, quando il figlio ha una macchia sulla pancia, cosa fanno? Vanno sul web, digitano su Google e vanno a vedersi le esperienze delle altre mamme suoi forum.
Hai visto, anche gli ospiti non davano mai verità ma opinioni, come persone con più esperienza nel campo, ma sempre alla pari. Niente cattedre, niente istruzioni per l’uso, figurati, io sono una mamma imperfetta. E trovo che sia ok riconoscere i propri limiti, ironizzarci su. E noi vogliamo ironizzare sul tema, che in Italia sembra intoccabile: non è una cosa sacra, non è che essere madri ti collochi in una striscia di superiorità assoluta, né ti colloca nella casella degli “esseri perfetti”. L’autoironia è la cosa che manca su questo tema, in Italia».
«Forse in Italia manca un po’ su tutti i temi.»
Ma certo. E’ chiaro, lo diamo per scontato che siamo tutti madri, padri innamorati dei nostri figli. Ma si può andare oltre? Religione, morte, sesso, sono tutti tabù in Italia, e io un po’ di lavoro su questo, per dire, sul sesso, l’ho fatto. La famiglia è cambiata, cambiano le relazioni fra i nuclei familiari, non abbiamo quasi più i nonni (almeno, è diversa la figura del nonno, rispetto a quello che c’era anche solo una generazione prima). E quindi, vorrei trattare il tema con un po’ di irriverenza. Certo che non prendo in giro nessuno. Ma anche il vip è lì, per una volta, con un occhio un po’ autocritico. Per esempio, Concita che ammette i suoi limiti di madre, non lo farebbe mai, come direttore di giornale, come giornalista. Detto ciò, è chiaro che facciamo televisione, è ovvio che dobbiamo sottostare a dinamiche televisive.

Come nasce questa conversazione con Salvo Sottile? Nasce da Twitter, una decina di giorni fa. Perché, quando ci arriva in redazione il comunicato che annuncia che anche Quarto Grado si occuperà del naufragio della Concordia, chiediamo al giornalista, che usa parecchio il popolare social network, se non sia «un po’ troppo». Lui se la prende un po’, ci chiede perché non abbiamo criticato anche altri che ne hanno parlato, ne nasce una discussione online in cui, alla fine, diventa chiaro che bisogna parlarne più approfonditamente. Così, ci si accorda per una chiacchierata telefonica che vada al di là delle interviste-fotocopia cui il mondo dello spettacolo è anche troppo abituato. Il confronto fa parte parte del “formato” che abbiamo chiamato Conversazioni di TvBlog. E Salvo Sottile si è sottoposto di buon grado alla chiacchierata.
«Intanto, è un piacere parlarti finalmente di persona, dopo il nostro “scambio di vedute” su Twitter», gli dico al telefono
«Piacere mio» (ride)
«Guarda, vorrei entrare subito nel merito. Io ho visto la puntata in diretta (la prima in cui Quarto Grado ha parlato della Concordia, quella del 20 gennaio), poi mi sono rivisto alcuni pezzi in differita. Mi chiedo e ti chiedo: a posteriori, sei convinto che fosse necessario parlarne ulteriormente?
«Sì, assolutamente sì. Perché abbiamo fatto un lavoro di approfondimento. Certo, Quarto Grado, sulla nave Concordia è arrivato una settimana dopo l’evento e nel frattempo questa storia era stata macinata da tutti i telegiornali e da tutti i contenitori possibili. Però Quarto Grado ha, come “core business” - per chiamarlo così - i delitti o i gialli. E, questo, a mio avviso, e anche secondo Siria Magri (la curatrice del programma) è un grande giallo. Noi raccontiamo delle storie. Lo abbiamo fatto con la Concordia come in altri casi; in questo, per esempio, cercando di andare oltre la guerra tra schettiniani e defalchiani (dopo l’ormai celeberrima telefonata fra De Falco e Schettino, ndr). Abbiamo cercato di capire quale potesse essere lo sviluppo di questa vicenda. Perché dare addosso solo a Schettino? C’erano forse delle responsabilità anche da parte della Costa? C’erano questioni di soldi, questioni assicurative? Ci siamo posti delle domande e su quelle abbiamo fatto tre ore di trasmissione in diretta. Poi, se i numeri valgono qualcosa, abbiamo fatto il 12% su un argomento che non era prettamente di Quarto grado (il 12% è riferito alla puntata del 20. La puntata successiva ha fatto poi il 10,28%, la conversazione si colloca temporalmente fra le due puntate ndr). Quindi evidentemente la gente ci è venuta a cercare perché apprezza di noi il fatto di essere seri e di essere credibili.»
«Io però ci tengo a fare una precisazione importante: se anche la motivazione fosse stata: “è un argomento che tira, facciamo ascolti”, non ci vedo nulla di male, è nella logica televisiva. L’importante è giocare a carte scoperte».
«Io sono convinto, poi magari mi sbaglio, che Quarto Grado abbia il suo zoccolo duro di pubblico: non abbiamo bisogno di fare esperimenti. Se volessi fare le cose che tirano davvero, farei dell’altro, perché i gialli sono comunque un argomento di nicchia. La gente viene da noi per vedere quelle cose. E noi cerchiamo di immaginare il programma come un libro a capitoli, perché le storie si evolvono. Va avanti la vicenda Parolisi, va avanti la storia di Sarah Scazzi, sulla quale veniamo spesso accusati di esagerare. Ma il processo va avanti: io non so ancora come è stata uccisa Sarah Scazzi, quindi credo che sia giusto seguirlo, senza morbosità, mettendo in primo piano le vittime.
E poi, tornando agli ascolti, il venerdì sera non è una serata facile. C’è Zelig, Perego, la Bignardi. Una rete piccola come Rete 4 fa comunque fatica. La differenza la fanno gli argomenti. E nel caso di Quarto Grado, non è che parlare della Concordia ci faccia fare molto più del solito: non siamo un programma che fa il 4% e d’improvviso sale al 12%.»
«Comunque io, per dire, ho trovato sconveniente anche la doppia serata contemporanea della Rai sulla concordia».
«Eh, però poi hai criticato solo Vespa, vedi: programmi come “Chi l’ha visto” sono come una messa cantata. Siccome lo fa la Sciarelli, non viene mai criticata e quello è “servizio pubblico”. Tu mi hai chiesto: «Non è sbagliato parlarne troppo?» La risposta è sì, però era la prima volta che noi ce ne occupavamo. Vespa l’ha fatto, lo fanno i programmi del pomeriggio, per non parlare anche dei programmi Mediaset. Alla fine anche la critica a Vespa mi era sembrata…»
«Per esser chiari, se “Chi l’ha visto” dovesse rioccuparsene credo che non avrebbe più senso. Ma in quel momento mi sembrava che avesse più a che vedere con il programma, rispetto a Quarto grado.»
«Invece questo lo contesto: “Chi l’ha visto” si occupa di scomparsi, è un ottimo programma e ha fatto bene a parlare della questione, perché c’erano i dispersi. Ma allo stesso modo, io col mio programma mi occupo gialli, su questo caso c’è un giallo enorme. E’ questo che rivendico: ne parlo perché ci sono dubbi. Certo, ci occupiamo prettamente di delitti. Ma il giallo c’era anche qui».
Vladimir Luxuria pronta per L’Isola dei Famosi: a poche ore dal decollo, destinazione Honduras, in una chiacchiera telefonica cerchiamo di mettere a fuoco un po’ di faccende che riguardano il suo ruolo nel programma e altre amenità tutte televisive. Messa in guardia a proposito del fatto che il sottoscritto sarebbe stato “cattivo” nelle domande, probabilmente Vladi (è con il diminutivo che ama farsi chiamare) ha scoperto che su TvBlog non siamo cattivi affatto, ma che ci piace parlare della tv senza troppi filtri.
«Ho già ingurgitato un po’ di siero antivipere, per cui puoi mordere», mi dice in apertura di telefonata.
Ma non si morde subito, bisogna carburare un po’, prima.
«Tu stai per partire, giusto?», le chiedo
«Sì. E proprio oggi pensavo: peccato che non ci sia anche l’anti-collera, oltre all’anti-colera, perché potrebbe essere utile per i nostri naufraghi. I momenti in cui si sbrocca ci sono sempre: è facile, in un momento di stress e di difficoltà, prendersela con chi condivide con te le stesse “disgrazie”. E’ un po’ come una guerra tra i poveri».
«E’ il momento di mordere? Almeno di provarci: «Be’, proprio poveri non sono, i naufraghi. Qualcuno dice che così anche i vip provano “le ristrettezze”, ma in effetti si discute molto sull’opportunità di fare ancora programmi del genere in tempo di crisi. Tu che ne dici?»
«Ah, be’, di questo passo potremmo anche fare un nuovo palinsesto tv con programmi senza più intrattenimento, programmi da vedere col cilicio e autoflagellandoci. In realtà, io credo che il tipo di taglio che diamo quest’anno all’Isola dei famosi - cioè abbastanza ironico e anche un po’ comico - servirà anche a regalare un sorriso, per assolvere a quel compito che possiamo avere, cioè quello di distrarre la gente dai problemi quotidiani».
«Quindi tu sei contenta di far parte di questo programma. E non temi che ci sia una crisi di rigetto? L’impressione è che il gusto del pubblico televisivo italiano stia cambiando: inizia a maturare un rifiuto verso una certa estetica. E il Grande Fratello sta andando maluccio, per esempio. Non è che c’è una crisi dei reality che investirà anche l’Isola?»
«Se c’è un talk show che fa bassi ascolti - e ce ne sono stati - nessuno direbbe che il genere “talk show” è in crisi. Se c’è un film che ha poco seguito al cinema, non è che il genere “film” è in crisi. Io credo che sia molto importante la scelta dei concorrenti, il tipo di taglio che viene dato al programma, i colpi di scena, l’ironia, perché è questo che poi rende un programma più o meno godibile. Insomma, credo che ci giocheremo le nostre carte, inserendo nel programma qualche novità. Siamo consapevoli del fatto che riproporre l’Isola com’era prima sarebbe stato negativo. E quindi ci sono alcune novità. A cominciare dalla doppia conduzione: quest’anno ci ripartiamo gli oneri - e spero anche le glorie - al 50% Nicola Savino ed io».
«Anche perché - non me ne vorrà Savino - quest’anno c’era un po’ il rischio che, televisivamente parlando, l’inviata fosse più forte del conduttore, no?»
Vladi glissa, con eleganza: «Guarda, io ho imparato una cosa a teatro: nell’economia dei ruoli di uno spettacolo, non è importante pensare chi ha più battute. L’importante è che lo spettacolo vada bene. Credo che se l’Isola dei Famosi andrà bene, saremo tutti vincitori. Quindi, né io né Nicola ci poniamo il problema di chi sia la prima donna».
«Mettiamola almeno così: questa volta, dopo un bel po’ di tempo, anche sull’Isola dal punto di vista della conduzione ci sarà una persona parlante. Molto spesso gli inviati hanno fatto le belle statuine che spiegavano i giochi e basta».
«Io sicuramente credo che… che non me sto certo zitta. Bisogna abbattermi per farmi stare zitta! E poi, avendola fatta come concorrente, l’Isola, cercherò di capire delle dinamiche, anche a volte anticipandole, sfruculiando i nostri naufraghi, avendo un contatto diretto con loro. E poi, è certo che se uscirà fuori qualcosa di “serio, di impegnato, nelle loro discussioni, vestirò un po’ più i panni della persona seria, per quanto mi è possibile».
«Quindi, andiamo al di là del semplice ruolo di inviato. Ma fra gli inviati delle edizioni passate, chi era il peggiore? E chi il migliore?»
(Ride). «Il peggiore? Lo dico simpaticamente: Rossano (Rubicondi, ndr). Il migliore, quello che mi era più simpatico era Massimo Caputi, mi faceva molto ridere.
Però, come non vanno fatti paragoni fra Nicola e Simona Ventura, non bisogna fare paragoni nemmeno fra me e gli altri, perché il ruolo è diverso».
Vladimir Luxuria - Isola dei Famosi 2012




Continua a leggere: Conversazione con Vladimir Luxuria - Segni particolari: Isola dei Famosi

Capita di parlare, per un progetto che abbiamo in cantiere per TvBlog con un guru della televisione italiana quale è Gianni Boncompagni. L’inventore di “Pronto Raffaella?”, delle “Domeniche In” degli anni ’80, di “Non è la Rai” e dei tanti varietà della televisione italiana: da “Sotto le stelle” fino a “Macao”. Insomma uno che la Tv l’ha fatta e la conosce bene e che, pur avendo lavorato molto anche per la televisione commerciale, nel sangue ha certamente la Rai. La Rai di cui tanto si parla in questi giorni dopo le parole del primo ministro Monti da Fazio e che lo stesso Boncompagni chiama “Mamma Rai”, con cui ha iniziato a lavorare e con la quale ha certamente un rapporto speciale, infatti ci dice subito :
“Prima cosa che ci tengo a dire è che è dal 1961 che ho iniziato a lavorare alla Rai, un’azienda che io amo molto e che per me è veramente una mamma, perché mi ha insegnato tutto. Ho lavorato con grandi professionalità, per fare qualche nome: Emmanuele Milano, Brando Giordani, Paolo De Andreis. Detto questo, parlando della Rai di adesso, vedo in onda certi programmi e mi chiedo se c’è qualcuno che in Rai li guarda prima di mandarli in onda. Nelle mega riunioni al settimo piano di Viale Mazzini mi immagino tutti questi dirigenti che parlano ed il gran capo, disinformato ovviamente, che dice: Per alzare gli ascolti da febbraio facciamo tutti i programmi a colori! E tutti che applaudono…”
Come capita quasi sempre al personaggio, il paradosso prende il sopravvento. Sentite cari lettori di TvBlog, cosa immagina Boncompagni della Rai di adesso e precisamente della sede di viale Mazzini, patria dei dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo :
“Io immagino che la sede Rai di viale Mazzini sia vuota. Un enorme capannone desolatamente vuoto, con qua e là dei fuocherelli accesi perché non c’è riscaldamento e fa freddo. La immagino con tanta polvere ed occupata da alcuni extracomunitari che vi alloggiano, bivaccano, mangiano, dormono, con dei televisori accesi che diffondono le immagini dei programmi che vanno in onda e che nessuno guarda nè prima nè durante la messa in onda. Quindi per esempio non c’è nessuno che vedendo una cosa come “Mettiamoci all’opera” dice: ma che è sta roba? Un programma da arresti domiciliari. Una specie di terra di nessuno, in cui tutto è possibile e niente è possibile.”

Questa sera parte la quarta stagione di Central Station, programma comico di Comedy Central, alle 21 (canale 121 di Sky).
Al “comando” della stazione c’è Omar Fantini, con il quale ho cercato, intercettandolo in attesa della registrazione del programma, di fare una conversazione che andasse un po’ oltre il “lancio di rito” del programma, spaziando fra vari argomenti.
A cominciare, naturalmente, dalla comicità e dalla satira italiana: non si può fare altrimenti, visto che riparte anche Zelig.
«Siete alla quarta edizione, ma siete anche più “piccoli” rispetto a Zelig o Colorado. Come vi ponete nei confronti della comicità mainstream», chiedo.
«Rispetto al mainstream noi abbiamo più libertà», spiega Omar. «Possiamo permetterci di dire cose che in prima serata su una generalista, per un pubblico di famiglie, magari non si possono dire. A Central Station siamo meno popolari, quindi siamo meno censurati, meno controllati e quindi abbiamo più libertà. Colorado e Zelig sono diventati molto per famiglie. E poi, vedi, in tutto il resto del mondo la comicità è destabilizzante, fa traballare; in Italia è il contrario: facendo comicità per famiglie devi essere rassicurante».
La questione mi interessa: «E voi, come vi ponete in merito? C’è una forma di censura?»
«Noi possiamo permetterci di rischiare un po’ di più», prosegue Omar. «Comedy non ci pone alcun vincolo. L’unico argomento su cui facciamo attenzione è la Chiesa, che è un discorso sempre molto delicato. Su tutto il resto non abbiamo veramente barriere, se non quelle del buon gusto che ci imponiamo».
«Forse è anche una questione di morale collettiva» chiedo, «una morale che dipende anche dalla cultura? Penso, ad esempio alle celebri vignette della rivista danese che fece indignare i musulmani (le vignette-caricatura di Maometto sullo Jyllands-Posten, ndR)».
Omar è d’accordo: «Ma sì, certo, guarda le parodie di Luca e Paolo su Saddam e Bin Laden».
«Qui in Italia le possiamo fare. Altrove non sarebbe possibile. Ma in Italia c’è il Vaticano, e dunque c’è una sensibilità maggiore. Ma è una cosa anche di pubblico, eh, anche perché non è che se noi dicessimo qualcosa, fosse anche la cosa peggiore al mondo, poi magari arriverebbe Famiglia Cristiana: non sanno neanche che esistiamo, non è per quello. E’ proprio per evitare di essere urticanti nei confronti di una morale che esiste per molti. E poi, anche lì, Andrea Sambucco faceva Padre Ralph Lauren, in una passata edizione di Central Station. Un prete che vendeva gli allegati di Madonna Moderna, per dire. Non è che non possiamo o che non tocchiamo proprio il tema: si giudica nel merito. Di certo nessuno viene lì a dirci cosa possiamo o non possiamo dire».
«Mi chiedo allora come vi poniate nei confronti della satira politica. Ne fate?»
«No. Ma è una scelta editoriale dovuta a due motivi. Il primo è che Comedy stava lavorando ad un programma di pura satira, non so se si farà in questa stagione, ma per non rischiare di sovrapporci e di sottrarci risorse, ci stacchiamo da quei temi. E poi, c’è il fatto che noi non siamo in diretta e ci sono svariate settimane di distanza fra quando registriamo e quando andiamo in onda per la prima volta, senza contare che andiamo in replica per un anno. La satira politica non la puoi fare se non stai sull’attualità. Forse in replica si potrebbe anche tollerare, ma alla prima messa in onda no: se parli di un presidente del consiglio che non c’è più, diventi ridicolo».
A questo punto capisco che posso sbottonarmi e confesso a Omar che ho qualche problema con la comicità nostrana. Con il modo in cui si cerca di far ridere in Italia. Gli cito Bill Hicks e George Carlin come miei riferimenti comici, personalissimi.
Lui ride: «Quindi ti piacerà anche Daniele Luttazzi».
Central Station





In vista del primo speciale di MasterChef, questa sera alle 21 su Cielo, abbiamo intervistato per voi Carlo Cracco, il giudice che ha maggiormente colpito i fan del programma. Con lui abbiamo fatto una lunga chiacchierata che parte da un’analisi della vittoria di Spyros Theodoridis e si conclude con un consiglio culinario per i lettori. Cracco ci racconta quali erano le sue previsioni per la vittoria finale, com’è stato il suo percorso da giudice del talent, qual è stato il suo rapporto col team di lavoro e quali sono le sue aspirazioni televisive.
Buona lettura!
Cracco, perché Spyros? Quali sono stati gli elementi che vi hanno fatto assegnare a lui la vittoria?
Il motivo è semplice: è stato il più bravo.
E’ stata una decisione unanime? Chi era il più convinto dei tre e chi, invece, “tifava” per Luisa?
C’era molto equilibrio devo dire, e di conseguenza tanta indecisione. Però nella prova finale Luisa si è proprio incartata, ha perso di mano la situazione e si è visto. Si è tagliata, ha bruciato delle cose…e questo poi si è riflettuto anche nei piatti, nel risultato.
Vi siete basati solo sui piatti finali?
Sì. La prova finale è una prova a due secca, chi la fa meglio è giusto che vinca. Spyros era stato il primo a qualificarsi ed era arrivato già carico. E’ riuscito a studiarsi bene il menù e a fare bene tutti i suoi piatti, quindi si è meritato la vittoria.
E il percorso fatto nel talent non è stato minimamente preso in considerazione?
Be’, abbiamo tenuto conto di tutto, ma in casi come questi bisogna guardare soprattutto la finale, perché se ci si basa solo sul prima, a quel punto la finale diventa inutile. Si va a punti e in base a questi il più forte vince.
Ma si sarebbe aspettato ad inizio programma una vittoria di Spyros?
Aspettarselo proprio no, credo che nessuno dei giudici se lo aspettasse. Però il vero artefice della vittoria è stato proprio lui: si è messo lì di buona lena, senza mai strafare, ma cercando di ascoltare e di fare tutto il possibile per vincere…e alla fine ce l’ha fatta. Ma ce l’ha fatta perché, al contrario di Luisa che non ascoltava mai ed era già convinta di aver vinto, lui partiva in ogni prova con l’idea di uscire e di conseguenza dava sempre il massimo, soprattutto nella concentrazione. Invece Luisa in finale è bastato che si tagliasse e ha perso tutta la sicurezza. Vabbe’, poi aveva anche una mamma che gufava un po’…ma questo è un altro discorso.

Ieri vi abbiamo proposto la prima parte di un’intervista esclusiva che TvBlog ha realizzato ad una ex famiglia Auditel. Oggi concludiamo la chiacchierata con M.F., l’ex componente del campione che risiede nel Centro Italia, per l’esattezza nella regione delle Marche dove svolge il mestiere di giornalista per una testata locale. In questa seconda parte tratteremo di molte altre curiosità e anomalie che riguardano il sistema Auditel e di qualche suggerimento per migliorarlo.
Quante sono ad oggi le famiglie che fanno parte del campione Auditel?
“Sono 5.200 famiglie per un totale di 15.000 individui. Per fare un esempio, le inchieste elettorali vengono fatte spesso su un campione di circa 1.000 individui. E’ un sistema quindi attendibile, anche se migliorabile ovviamente.”
Forse andrebbe anche cambiata la durata di possesso del meter. Ci sono esempi di persone che sono o sono state famiglie Auditel per almeno 10 anni, se non 15. Non inficia in qualche modo la regolarità della rilevazione?
“So che il massimo consentito per avere l’apparecchio in casa è di 5 anni. Noi come dicevo abbiamo chiesto di andare via dopo due anni, ma saremmo potuti restare nel campione ancora se lo avessimo voluto. Non ho idea come mai ci fossero delle persone che per 10 anni e più siano rimaste famiglia Auditel. Dal mio punto di vista ritengo non corretto che questo accada, perchè per una rilevazione sempre più affidabile sarebbe opportuno variare il campione di tanto in tanto, specie in una televisione come quella del nostro Paese che in 10 anni si è totalmente rivoluzionata”.
Si è detto anche che l’Auditel sia tarato prettamente su un pubblico anziano. E’ vero che il meter può essere installato solo presso famiglie dotate di un impianto di telefonia fissa? Se così fosse, verrebbe penalizzato quel pubblico più giovane, magari una famiglia o un single, che possiede solo un cellulare e magari è spettatore di programmi più rivolti ad un target più giovanile. Le risulta questa limitazione?
“Questo non glie lo so dire, però posso affermare con certezza che i dati venivano inviati al computer centrale via telefono dalle 2 di notte alle 5 di mattina per poi essere analizzati e diffusi poco prima delle 10 del giorno dopo. Non so se la stessa cosa si potesse fare anche con il cellulare. Forse se ci fosse davvero questa limitazione, sarebbe opportuno che anche l’Auditel si attrezzasse per trovare un’alternativa”.

Di Auditel in questi giorni si fa un gran parlare. Dalle polemiche per i ritardi del venerdì causa dato di Santoro, alla pubblicazione dei dati sul target commerciale, alla stangata da parte dell’Antitrust per abuso di posizione dominante. TvBlog, che si occupa di dati Auditel dall’ottobre 2006 attraverso un post preso ad esempio un po’ ovunque nella rete, è riuscita ad intervistare in esclusiva una ex famiglia Auditel, proprio una persona che fino a circa due anni fa era in possesso della scatoletta, il cosiddetto meter, per rilevare l’ascolto di ogni singola trasmissione. Ne è uscita un’intervista chiarificatrice che vi proponiamo in due parti, mantenendo l’assoluto anonimato della persona da noi contattata (M.F.) pur avendo la prova confutata inconfutabile (le foto sono state fornite da lui) del suo operato.
Come è entrato a far parte del panel delle famiglie Auditel?
“Nel gennaio 2008 la nostra famiglia venne contattata telefonicamente e mia madre mi chiese, dopo aver parlato con questa signora, se volessimo accettare. Essendo io un appassionato di televisione, piuttosto di sentire una cosa raccontata o viverla su un libro, ho accettato di buon grado. La telefonata da parte di Auditel fu casuale, non avevamo partecipato a nessun tipo di concorso, ammesso ci fossero, nè tantomeno avevamo chiesto di entrare nel panel. Per me è stato un fulmine a ciel sereno, addirittura ero pure dubbioso che esistessero queste fantomatiche famiglie Auditel e ho accettato per pura curiosità”.
Per quanto tempo è durato il vostro utilizzo del meter?
“Due anni pieni, dal 2008 al 2010″.
Dal momento in cui avete accettato, qual è stata la procedura che è stata attuata per installare la macchinetta infernale sui vostri televisori?
“E’ venuto un tecnico della zona per effettuare il lavoro e ci ha installato il famigerato meter”.
Solo su un televisore come si è letto da qualche parte o su tutti i televisori della casa?
“Questa è una panzana scritta dalla Gisotti nel suo libro. I meter vengono installati su tutti i televisori esistenti nella casa e non solo su uno. Aggiungo inoltre che noi avevamo un televisore di scorta che tenevamo in mansarda e che usavamo per il balcone quando ci capitava di mangiare fuori che non avevamo segnalato, altrimenti ci avrebbero meterizzato pure quello. Sarebbe stato per noi un peso chiamare il tecnico per un televisore che utilizzavamo solo d’estate, far installare il meter e poi disinstallarlo in inverno quando lo riportavamo in mansarda”.

Manca poco alla festa dello Zecchino d’Oro organizzata da DeaKids in onda il 25 novembre alle 21.00. In vista della serata dello “Zecchino d’Oro Show” abbiamo contattato il conduttore, il simpatico Jacopo Sarno noto ai fan per le serie di Disney Channel, per qualche ruolo in fiction Mediaset, e anche come cantante. Jacopo che ha condotto anche “Arriva lo Zecchino” sempre su DeaKids quest’estate, ci ha dato qualche anticipazione sul programma e raccontato della sua nuova esperienza di conduttore.
Come ti vedi nelle vesti di conduttore dopo aver fatto soprattutto l’attore nei primi anni della tua carriera?
“Mi è stata data una grande opportunità e mi sto impegnando al massimo per dimostrarmi all’altezza della situazione. Lavorare con DeAKids e con l’Antoniano in veste di conduttore è davvero una bella sfida. Sicuramente continuerò anche a studiare per migliorarmi e completare il mio percorso artistico per diventare un attore.”
Come è nata la voglia di condurre? E’ un attività con cui ti esprimi naturalmente o ti sei dovuto preparare?
“E’ nata da un’idea di Massimo Bruno (direttore canali tematici satellitari di De Agostini Editore, ndr) con il quale avevo avuto gia il piacere di lavorare a Nickelodeon. Ed io non mi sono certo tirato indietro! Anzi, ho preso la palla al balzo e mi sono messo a studiare.”
Come è il rapporto con i bambini?
“Fino ad ora ottimo. Sono stato decisamente fortunato. I bambini dicono sempre quello che pensano e non si vergognano a dirti in faccia se non gli piaci. Ho legato con molti bambini che hanno partecipato alle selezioni di “Arriva lo Zecchino” e poi allo “Zecchino d’Oro Show” e ci siamo divertiti un sacco. Alla fine ho imparato da loro moltissime cose.”