Tanti colori che non fanno un arcobaleno, ma uno scarabocchio: la recensione di Viola come il mare

Tante idee per una sceneggiatura che si finge audace ma in realtà presenta un tutto già visto. Nonostante la bellezza delle location e dei protagonisti

Puoi essere Viola come il mare, verde come l’invidia, rosso come la mancanza: puoi avere tutti i colori a disposizione sulla tua tavolozza, ma alla fine non è detto che il risultato sia un capolavoro. E la nuova fiction di Canale 5 (anche su Mediaset Infinity), che oltre a tutti i colori ha usato anche tutta l’estate per una campagna promozionale non indifferente, alla fine appare sbiadita.

Viola come il mare, recensione

La firma di Lux Vide si nota sia dalla sceneggiatura che dall’impianto produttivo: la trama, innanzitutto, ripercorre i classici polizieschi con tensione sentimentale tra i due protagonisti, con l’innesto dell’idea che tanta fortuna ha portato a Blanca, ovvero quella per cui essere diversi non è un limite, ma una dote che ci rende speciali. Proprio il fatto che ci ricordi un’altra serie già trasmessa, dà un senso di già visto, di un’idea che prova a funzionare anche altrove, ma senza generare la stessa curiosità.

La produzione targata Lux Vide cerca di compensare regalando al pubblico delle gioie per gli occhi: a cominciare dalla location. Dopo Spoleto, Assisi, Milano, Carloforte e Genova è la volta di Palermo: ancora bellezze, ancora paesaggi che permettono alla regia di offrire campi lunghissimi tra una scena e l’altra e scorsi di una città che è inutile ricordare quanto sia affascinante e ricca di palazzi da inquadrare.

Il punto è: basta quello che è ormai uno schema usato più volte da Lux Vide (ma anche da altre case di produzioni, con fortune alterne) per vincere la sfida di una nuova fiction? La risposta la sappiamo già. Viola come il mare si appoggia su due pilastri che, per quanto granitici, si piantano in una serie di idee banali e scontate.

Un risultato che si prova a salvare con due protagonisti che dovrebbero distrarre dalla trama un po’ piatta con la loro bellezza ed una ship così ovvia da annoiare già dal primo episodio. Francesca Chillemi e Can Yaman, indubbiamente belli e capaci l’una di esaltare il fascino dell’altro, si fermano però qui, senza riuscire ad agganciare in altro modo il pubblico.

Lo stesso ironizzare più volte sul passato da Miss Italia di Chillemi, inserendolo nella backstory del personaggio da lei interpretato (con tanto di immagini di repertorio provenienti dalla vera proclamazione: a questo proposito, il personaggio di Viola dice di essere stata eletta Miss Italia dieci anni fa, ma la fascia che si intravede nelle foto riporta il 2003, il vero anno della vittoria di Chillemi), è un’idea divertente e metatelevisiva, che da sola non riesce però a reggere tutto e, soprattutto, ripetuta più volte in una puntata viene subito a noi. I colori di Viola come il mare, insomma, sono tanti, davvero, ma invece di un arcobaleno il risultato è uno scarabocchio, disegnato con i giusti strumenti ma senza l’intenzione di voler lasciare un segno.