I remake italiani di serie straniere fanno bene alla fiction?

A marzo ben quattro serie tv sono derivate da format stranieri: più che mancanza di creatività, è segno di un’opportunità in più per il mercato italiano

In italiano sarebbero “rifacimenti”, ma ormai sono più noti come remake. Si possono chiamare anche adattamenti, ma quest’ultimo epiteto se lo devono guadagnare sul campo o, meglio, sul set. Fatto sta che il mercato della serialità italiana sta sempre più attingendo a quello che potremmo definire un genere all’interno dei vari generi esistenti, ovvero, appunto, il remake. Ed il mese in corso ne è la piena dimostrazione, con ben quattro rifacimenti in onda sulla tv generalista italiana.

Le danze sono state aperte in realtà già a fine febbraio con Vostro Onore, remake dell’israeliana Kvodo, una serie così intrigante da aver spinto anche i colossi americani a produrne una loro versione, Your Honor (con Bryan Cranston nel ruolo che in Italia è andato a Stefano Accorsi). Poi, sempre su Raiuno, è toccato a Noi, l’adattamento italiano di This Is Us, che tanto ha diviso il pubblico tra favorevoli e contrari ad un’operazione che ha di fatto messo mano ad un classico dei nostri tempi, tutt’ora in onda (la sesta ed ultima stagione, tanto per dire, sarà trasmessa da Fox Italia a partire dal 2 maggio 2022).

Raiuno fa il tris con Studio Battaglia, firmato Palomar: la casa di produzione de Il Commissario Montalbano e Màkari ha deciso di tuffarsi nel legal drama con una serie tratta dalla britannica The Split. E Mediaset? Non sta certo a guardare: Canale 5 propone, in queste settimane, Più forti del destino, che adatta per l’Italia la miniserie di successo francese Le Bazar de la Charité.

Ma questa mania dei remake fa bene o male alla fiction italiana? Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, durante la presentazione di Vostro Onore spiegò che il remake rappresenta un modo per affacciarsi al mercato estero, senza dimenticarsi che non sono solo gli italiani ad adattare da altri Paesi, ma può accadere anche il contrario. Tutto giusto: fare remake non vuole dire avere mancanza di creatività. Ma qui entra in gioco l’idea più specifica di adattamento.

Perché se è vero che dal momento in cui si acquista un format -cosa che avviene con reality, quiz, ed anche le serie tv- bisogna rispettare determinati punti che non possono essere modificati, è anche vero che il resto può essere soggetto a delle modifiche che rendano il risultato finale più vicino possibile al pubblico di riferimento. Questo vuol dire adattare: il caso di Noi ci dimostra bene come fare un remake non voglia sempre dire adattare.

Cattleya ha acquistato il format di This Is Us rispettandone -com’era giusto che fosse- l’impianto narrativo principale, ma lasciando intatto praticamente anche tutto il resto: scene, personaggi ed anche alcune battute (come la similitudine sui limoni e le limonate sentita nel primo episodio) sono state riportate fedelmente rispetto all’originale. Certo, direte voi, gran parte del pubblico di Raiuno non avrà mai visto This Is Us ed avrà percepito tutto come una novità. Ma gli altri?

Se vogliamo parlare di adattamento, pensiamo ad un altro family drama, sempre prodotto da Cattleya: Tutto Può Succedere, rifacimento italiano di Parenthood. In quel caso, la sceneggiatura riuscì ad essere rispettosa del format originale, ma raggiunse l’obiettivo di raccontare anche a chi aveva visto Parenthood qualcosa di nuovo. Lavorare un remake, insomma, dovrebbe essere un compromesso tra il rispetto della fonte da cui si attinge e la volontà di tradirla, quella fonte, riuscendo a creare un ibrido che abbia in sé un Dna precostituito ma anche caratteristiche inedite.

Il bello di proporre remake dovrebbe stare proprio in questo gioco: va da sé che non sempre, però, a praticarlo ci si diverta, ma si finisce con l’avere mille dubbi sulle direzioni da intraprendere rispetto alla serie primaria. Ed in alcuni casi si finisce con il non toccare nulla. Eppure, la storia televisiva ci ha insegnato che alcuni dei più grandi successi derivano proprio da dei remake: Un Medico In Famiglia è il rifacimento nostrano di una serie spagnola, così come I Cesaroni. Eppure, sono riuscite a diventare pienamente autonome nel corso delle stagioni.

Produrre remake non è segno di debolezza, ma una strategia che potrebbe addirittura ampliare il proprio mercato e mostrare la propria creatività (non per altro Netflix ha ordinato un remake coreano de La Casa di Carta): le condizioni, però, devono essere rispettate e non ci si deve tirare in dietro. Se si decide di mettersi in ballo, bisogna ballare, magari tenendo un ritmo che già conosciamo ma con dei passi nuovi.