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Prima Scala 2021, un Macbeth (piu che) contemporaneo (e post-mediale) esaltato dalla tv

Per la Prima Scala 2021 un allestimento contemporaneo che azzera i 150 anni della composizione musicale e gli oltre 400 dal testo teatrale.

La prima della Scala 2021 ha offerto con Macbeth uno spettacolo dal triplo registro: teatrale, televisivo, cinematografico. Teatrale nella sostanza, cinematografico nella cura della messa in scena, televisivo nella capacità di entrare con prepotenza nelle case attraverso uno schermo che quasi si liquefa di fronte alla nettezza delle immagini costruire dalla regia di Livermore e dall’onnipresenza (chapeau) della regia televisiva di Arnalda Canali che offre tagli traversi sul palco con i momenti di danza, plongée che portano a casa il livello del palcoscenico – inedito per chi non è nei palchi superiori del teatro -, primissimi piani, carrellate che portano quanto mai il dramma di Macbeth agli occhi del pubblico.

 

Prima Scala 2021

 

La sensazione è che,in questa Prima Scala 2021 la regia teatrale di Livermore e quella televisiva abbiano scelto di fare un passo avanti rispetto al passato, sulla scia delle sperimentazioni visive e registiche adottate lo scorso anno per l’evento speciale “… A riveder le stelle”. Come se, liberi dall’idea di allestimento classico di un’opera, si fossero voluti spingere sempre di più a usare il teatro stesso come una tela, approfondendone le possibilità narrative sul piano visivo. Un viaggio che era già iniziato con l’Attila del 2018 e la Tosca del 2019, ma che adesso sembra aver preso con decisione una strada che rende l’opera straordinariamente contemporanea, nei temi e nella resa, tra proiezioni, effetti speciali, fotografia che fanno esplodere il teatro rendendo quasi uno studio di posa. Certo cosa non da poco per un’opera lirica, live in teatro.

Ma è tutta la messa in scena visiva che attira l’attenzione, rischiando quasi di mettere in ombra le voci degli ottimi protagonisti, Luca Salsi e Anna Netrebko. Se sulla resa musicale e audio non ci arrischiamo non essendo strettamente di competenza, la costruzione visiva trasporta sempre più la prima della Scala nel novero delle opere multimediali live, o verrebbe da dire ‘post-mediali’ per quella capacità di far confluire mezzi e tecnologie diverse in un unico flusso, rendendo quasi ogni elemento indistinguibile dal teatro stesso. L’uso delle ‘telecamere’ di sorveglianza ad esempio, che puntellano il racconto come a voler dare uno sguardo ancor più intimo alla vicenda dei Macbeth, come in un reality show drammatico in cui si vuole cogliere ogni aspetto dell’abisso. E a proposito di abisso, Lady Macbeth sul ciglio del suicidio è tutta televisiva. Non stupisce che Livermore sia stato fischiato in teatro: in tv si ha la sensazione di aver visto tutt’altro. Fermo restando che l’opera in sé non è tra le più popolari del repertorio verdiano (e questo lo vedremo eventualmente con i dati Auditel).

Prima Scala 2021

Se la trovata delle camere di sorveglianza  è davvero uno dei tocchi più ‘postmediali’ della messa in scena, è anche vero che l’uso ripetuto finisce per stancare. Di certo la mano di Livermore nell’ideazione è evidente in ogni singolo elemento visivo, anche nell’ormai immancabile tocco ‘too much’ che caratterizza le sue regie. Qualche anno fa tremammo di fronte alla Tosca che si eleva e non precipita verso il basso lanciandosi da Castel Sant’Angelo e questa volta il brivido lungo la schiena corre nel vedere i Macbeths che si concedono una ultima disperata passione in ascensore o nell’esplosione – con rottura della cornice che adorna l’immagine della foresta – che accompagna la notizia dell’avanzata delle truppe nemiche.

Ma è difficile uscire dalla dimensione distopica che caratterizza questo Macbeth. Una distopia cui contribuisce tutto, dalla fotografia alla scenografia, dai costumi alle proiezioni di D-Wok, davvero uniche nel rendere il teatro uno spazio ‘naturalmente’ multimediale, dalle potenzialità infinite che si cerca di esplorare il più possibile. Una menzione speciale per le proiezioni di D-Wok sono il minimo sindacale; lì siamo propriamente nell’opera audiovisiva in movimento.

La fotografia, dal canto suo, non abbandona mai i toni lividi di una disperazione che non dà respiro, anzi stringe sempre di più alla gola dei protagonisti e del pubblico a casa procedendo dalla notte squarciata dai fari della foresta di Birnam (che mi ha evocato atmosfere alla Gomorra, sarò sincera, con l’auto a fari accesi nella notte e due figure in controluce reduci da un massacro) nel prologo alle atmosfere di una metropoli(s) degna di Lang, per arrivare alle luci rossastre di sangue e inferno del terzo atto. La fotografia si accompagna a una scenografia post-apocalittica che gioca con gabbie e spazi angusti (metafora del potere stesso e soprattutto della bramosia di esso), con diversi livelli (come già in altre opere) e soprattutto risalta nelle inquadrature tv, pensate come quadri.

La scenografia non è da meno: la studiata armonia delle parti visive è evidente. Non si va in sottrazione in questa messa in scena, anzi: è tutto ridondante, come l’avidità di potere dei protagonisti, e lo evidenza la scenografia che non lesina in simbolismi, tra scale, ascensori, gigantesce fiere che azzannano le prede, forme squadrate e riferimenti runici propre della tradizione anglosassone e medievale. E la regia sembra attingere da un ampio campionario di citazioni anche pop: sarà lo sguardo condizionato dalla serialità tv, ma è difficile non vedere in Macbeth assiso pesantemente in poltrona (che funge da trono) un riferimento all’Underwood di House of Cards (sebbene qualche eco del Trono di Spade torni, più però per l’ambientazione originaria che per la versione televisiva).

Macbeth

Potremmo non aver goduto dell’evento mondano, ma da casa abbiamo visto un Macbeth per certi versi multidimensionale, che va oltre le ‘tre’ dimensioni mostrando anche un assaggio di dietro le quinte, col cambio scena tra il primo e il secondo atto: siamo al metateatro in tv, alla rottura di ogni diaframma tra spazio scenico e scena televisiva. Uno spettacolo più che contemporaneo perfetto per la diffusione nelle sale cinematografiche, per la trasmissione in HD in streaming o in 4K. L’uso dei titoli di testa, del resto, marca la voglia di evento cinematografico (e non è una novità per la Prima della Scala), la grafica ricorda kolossal come I Medici, anche se poi l’intro in diretta è scandita dall’ingresso in teatro di Mattarella, dal lungo applauso al Presidente e anche da una novità televisiva come la messa in luce e in evidenza del direttore Chailly.

Prima Scala 2021

Ma per sentire il respiro del teatro c’è solo un luogo, fisico, in cui si può percepire: la Scala mantiene così la sua centralità, sia pure nella postmedialità.

Peccato solo per il commento a ‘bordocampo’: non tanto per il commento in sé – con una Milly Carlucci che dimostra in ogni occasione di essere una fuoriclasse per classe, conduzione, preparazione, spirito critico, rapporto col (e considerazione del) pubblico – quanto per la regia audio: da casa non si è sentito praticamente nulla o arrivavano voce sovrapposte, come sugli applausi finali, con due voci incomprensibili sul volume pieno degli applausi. Peccato, davvero. Per il resto, un ‘viva Verdi’ ci sta sempre bene…