Black Out – Vite sospese parla al pubblico di vario tipo e mostra la sua forza produttiva (ma a Sopravvissuti non era bastato…): la recensione

La nuova serie tv di Raiuno si rivolge a varie fasce di pubblico e mostra tutta la sua forza produttiva, ma attenzione a non perdere di vista il racconto…

Black Out – Vite sospese è una di quelle serie tv di cui è difficile scrivere una recensione dopo aver visto un solo episodio (in anteprima su RaiPlay). Il genere mystery-thriller, in effetti, ha bisogno di snocciolare minuto dopo minuto i suoi vari intrecci e colpi di scena: è un equilibrio assai difficile da raggiungere, ma che può permettere ad una serie di agganciare il pubblico dalla prima all’ultima puntata. Al suo esordio, la nuova serie tv di Raiuno sembra però più interessata a raccontare quanto deve con la giusta concentrazione sulla trama e più di uno sguardo all’aspetto esteriore della storia.

Black Out – Vite sospese, la recensione

La serie tv segue infatti tutte le regole di una narrazione che sa che deve creare più di un percorso per tenere incollato allo schermo il pubblico o, meglio, le varie fasce di pubblico. La prima cosa balza all’occhio è infatti questa: l’attenzione ad aver inserito nella trama personaggi che si rivolgono a specifici target, dai più adulti -con la linea narrativa del protagonista- alle telespettatrici romantiche -con le varie relazioni che si intravedono- fino ai più giovani -tramite i personaggi young adult-.

Black Out fin dal primo episodio mette in chiaro questo: non ci sono protagonisti assoluti o comprimari, ma un unico gruppo che si ritrova alle prese con le conseguenze di una calamità ed, al tempo stesso, con i misteri delle altre persone intorno a loro.

Il mystery di cui parlavamo sopra e con cui la serie si presenta va infatti inteso in questo senso: non siamo di fronte ad una serie con elementi sovrannaturali, ma il mistero è quello delle relazioni tra i personaggi. Dinamiche di cui nel primo episodio vediamo ovviamente solo la partenza, ma la cui destinazione potrebbe portare a sviluppi imprevisti.

È più giusto, allora, pensare che Black Out-Vite sospese sia soprattutto un thriller, che fa di una situazione di costrizione un’occasione di più racconti. La mano di Èliseo, la casa di produzione di Luca Barbareschi, si vede: già con La Strada di Casa i rapporti umani erano il vero motore del racconto, così come in Fino all’ultimo battito, dove si intravedeva già un dilemma morale che attanagliava il protagonista.

Elementi che vengono ripresi e sviluppati in questa nuova fiction, che trova uno dei suoi punti di forza nell’ambientazione: l’ambizione di Black Out, più che nel racconto stesso, si vede nello sforzo produttivo di voler girare tutti ed otto gli episodi in quota, con tutte le difficoltà logistiche del caso e la necessità di fare della neve una presenza fissa e non un semplice contorno.

L’aggiunta degli effetti speciali (in alcuni casi davvero impercettibili, in altri -come nel cervo del finale del primo episodio: era proprio necessario?- un po’ più evidenti) rende il vero obiettivo di Black Out – Vite sospese ancora più evidente: intrattenere con una storia di ordinaria tensione -e non mancheranno le polemiche per i ricordi di Rigopiano- ma soprattutto mostrare che anche l’Italia può proporre produzioni impegnative capaci di tenere conto del piano estetico.

Ma attenzione: questo ragionamento era già stato fatto da Sopravvissuti che, in onda in autunno, ha poi deluso su più fronti, compreso quello degli ascolti: in quel caso, effetti speciali e più sottotrame sembravano rispondere solo ad un’esigenza di produzione e non al desiderio di raccontare una storia che toccasse i telespettatori. Speriamo che, con il proseguire del racconto, Black Out – Vite sospese non perda di vista la narrazione e la sappia dosare in misura equa con lo stupore visivo.