Una semplice domanda, ovvero Cattelan che droppa se stesso su Netflix: la recensione in anteprima

Cattelan fa cose, si diverte e diverte, ma dimentica che la vera forza di questo genere di programmi sta nel confronto con l’ospite

Dalle prime tre puntate (su sei totali) che abbiamo potuto vedere in anteprima di Una Semplice Domanda, emerge il più classico -e giusto- dei significati che un prodotto di questo tipo può comunicare: non vale tanto l’obiettivo, quanto il viaggio compiuto per raggiungerlo. E’ proprio quel viaggio fatto da Alessandro Cattelan a fare da motore all’idea, che lui stesso ha messo in piedi e portato in quel di Netflix. Ora, alla vigilia del suo debutto -previsto per domani, venerdì 18 marzo 2022– siamo noi a farci una semplice domanda: basterà?

Una semplice domanda, la recensione

A Cattelan va dato un merito: quello di buttarsi nei suoi progetti con anima e corpo, letteralmente, offrendo al pubblico una versione 2.0 dell’idea di conduzione a cui siamo abituati in Italia. Fin da E Poi C’è Cattelan avevamo capito che i suoi punti di riferimento sono showman del calibro di Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon, conduttori che si mettono in gioco per primi, pur di convincere l’ospite di turno a fare lo stesso.

Lo aveva fatto già con Da Grande, con risultati sotto le aspettative dal punto di vista de gradimento del pubblico, ed ora ci riprova con Una Semplice Domanda. Sicuramente, rispetto a Raiuno su Netflix Cattelan trova più pane per i suoi denti, vale a dire un pubblico più predisposto a seguirne le avventure e soprattutto a comprenderne ed accertarne lo stile.

Appunto, lo stile: Cattelan è un conduttore che abbiamo detto mette tanto di sé nei suoi progetti. Forse un po’ troppo: Una Semplice Domanda cade nella ridondanza di dover sottolineare spesso che tutto ciò a cui stiamo assistendo ruota intorno ad un’idea di Cattelan, ad un ricordo di Cattelan, ad un desiderio di Cattelan. Una ricerca della felicità che sa tanto di Senso della Vita di bonolisiana memoria, ma che frena bruscamente nel rapporto con gli invitati delle puntate.

Perché se hai ospite un Premio Oscar come Paolo Sorrentino e tutto quello che gli chiedi è di ricreare i momenti della tua infanzia perché vuoi avere il film della tua vita, o se riservi al corso di mermaiding (per nuotare come le sirene) che hai voluto frequentare più tempo di quanto servirebbe davvero, allora qualcosa non va. Con due campioni come Roberto Baggio e Gianluca Vialli le cose, va detto, vanno un po’ meglio: entrambi riescono a parlare di loro stessi, ma manca un vero confronto. Ed è proprio il confronto che rende questo genere di format veramente interessante.

Pensiamo a prodotti come Milano-Roma, Belve o A Raccontare Comincia Tu: tutti casi in cui il format ruota intorno ad un confronto tra due persone, uno scambio di opinioni, una scalata che ne aumenta l’intimità parola dopo parola. E che crea empatia con il pubblico.

Un’empatia che, spiace dirlo, manca in Una Semplice Domanda. Sia chiaro: quello che ne viene fuori non è affatto noioso o pesante, tutt’altro. L’idea di raccontare quatto religioni parodiano il format di Alessandro Borghese è ottima, così come intriga il mega poster appeso in Duomo a Milano con un messaggio rivolto a Bansky. Ma tutto, in fin dei conti, torna al servizio del protagonista che, appunto, resta tale fino alla fine.

Forse un po’ vittima del linguaggio creatosi all’interno dei social network, Una Semplice Domanda sente l’obbligo di dover far piacere a tutti idea e conduttore, creando tante stories ed opportunities utili a sfornare cuoricini e nulla più. E quella ricerca della felicità e come ottenerla diventa quasi secondaria. E spiace, perché di questi tempi ricordarsi di essere felici non è affatto secondario.

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Alessandro Cattelan è un conduttore tv e radiofonico di Tortona classe '80, nonché volto di punta di Sky.

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