Grazie, Raffaella

Raffaella Carrà resterà eterna per quella straordinaria capacità che solo i grandi hanno di saper parlare a tutti. E di cambiare i tempi.

«Non mi ispiro a nessuno: parlo ai bambini, ai papà che solitamente guardano lo sport, alle mogli, in pratica alle famiglie italiane che guardano la tv»

diceva di sé Raffaella Carrà in un’intervista del 1974. E solo i grandi sanno parlare a tutti e sanno farsi amare da tutti, riuscendo nel contempo a erodere, con la classe che solo la professionalità e la sincerità d’animo possono dare, i capisaldi di una cultura bigotta e ipocrita come quella italiana, di ieri e di oggi.

Lo ha spiegato bene The Guardian in un suo pezzo ormai famoso il cui titolo è davvero un’istantanea della portata socio-culturale del fenomeno Carrà: “La popstar italiana che ha insegnato all’Europa le gioia del sesso“. Un titolo secco, certo parziale, ma capace di sintetizzare l’effetto Carrà.  Un fenomeno che la stessa Carrà cercò di spiegare a Giovanni Minoli in un Mixer del 1985. Un fenomeno quello della Carrà che nonostante i lustrini e le paillettes, nonostante le coreografie incredibili e i costumi fuori dagli schemi, ha travolto il mondo – letteralmente, dall’Europa al SudAmerica, dall’Asia agli States, dalla Spagna appena uscita dal franchismo all’Argentina dei militari, passando per l’Unione Sovietica – con la sua semplicità. Un paradosso. Il paradosso Carrà.

 

Un paradosso che si spiega solo con la sua straordinaria capacità e volontà di sapersi mettere sempre in gioco, affidandosi alla sua intelligenza, alla sua ironia, alla sua determinazione, al suo bisogno di non deludere mai il suo pubblico, unita alla granitica difesa del suo privato (che spiegò chiaramente a Tv Talk). La sua grandezza è stata anche nel donarsi pienamente allo spettacolo, nell’affidarsi alla genialità dei suoi compagni di una vita, da Gianni Boncompagni a Sergio Japino che hanno avuto la fortuna di avere una musa e un’artista capace di rendere la loro eccentrica creatività uno show per famiglie. Il paradosso, ancora, e la grandezza, sempre, di Raffaella.

Raffaella Carrà

L’ombelico, il Tuca Tuca, i mega eventi in giro per il mondo capaci di fotografare un’epoca – e Millemilioni resta da antologia -, la ‘force tranquille’ capace di rivoluzionare la tradizione in prima serata sulla rete Ammiraglia nella Paleo e nella Neo tv, smontando i tabù più resistenti, celebrando le gioie del sesso (Tanti Auguri), invitando le donne a prendere le redini del piacere (“Fagli capire quello che vuoi”, A far l’amore comincia tu), cantando le ‘delusioni’ di un amore non corrisposto per un ragazzo gay (Luca), rievocando l’avventura da turista col toyboy (Pedro) e tutto quello che l’immaginario cattolico continua a bollare come inappropriato, ancora nel 2021.

“Penso che Raffaella Carrà abbia fatto più per liberare le donne di molte femministe […] Riuscite a immaginare una donna bionda che canta “Quant’è bello far l’amore da Trieste in giù” ad alta voce alle 20:30 sulla televisione italiana davanti a 30 milioni di persone?” È un atto così innovativo e liberatorio! Immaginate tutte quelle donne della periferia di Roma o della provincia di Brescia che pensavano che fare l’amore fosse un atto che potevano compiere solo con i loro mariti in modo molto infelice”

ha detto della Carrà Francesco Vezzoli (citato sempre da The Guardian), artista e curatore di una magnifica mostra dedicata alla Tv alla Fondazione Prada ormai 4 anni fa. Come dargli torto.

Nello stesso tempo la Carrà è stata camaleontica, anticipando i tempi ma riuscendo anche ad essere in sintonia con essi: mille personaggi – dall”amica’ di Topo Gigio alla femme fatale da prima serata, dall’amica del mezzogiorno alla ‘fata turchina’ dei ricongiungimenti, dalla diva ironica alla madrina di nuovi talenti – ma una sola persona.

Quello che ha fatto per la società italiana, mietendo nel contempo successi indicibili per la Rai, resterà indelebile nella storia del mezzo e del paese. Peccato che la Rai non sia stata altrettanto disponibile nei suoi confronti, da quel no allo stop di Ma Che Sera chiesto dalla Carrà all’indomani del rapimento Moro – e quella ‘distonia’ dal pubblico la visse come un’onta, una sofferenza, che la spinse a lasciare l’Italia e cercare nuovi stimoli in Spagna -, ai vari no ai suoi progetti televisivi, incluso il ritorno di suoi popolarissimi cavalli di battaglia. Eppure ci ha riportato (al)l’Eurovision Song Contest (e quanto sarebbe stata perfetta alla conduzione dell’edizione italiana nel 2022) e ci ha regalato uno dei più bei programmi delle ultime stagioni su Rai 3, A raccontare comincia tu: l’intervista a Riccardo Muti resta da Teche, così come la chiacchierata a cuore aperto con Sophia Loren, insieme al suo quaderno degli appunti, i suoi ricordi, le sue risate, il suo ricominciare sempre daccapo, come se non fosse mai abbastanza. Il professionismo. La grandezza. Eppure è dovuta morire per riavere il suo Carràmba, l’origine di tutti gli emotainment degli ultimi 25 anni, di nuovo in prima serata.

Raffaella Carrà è per sempre.

Certo che è un’icona, ma persino questa definizione è limitativa, nel suo caso persino ‘stereotipata’. Raffaella Carrà è stata una pioniera, è andata oltre tutto, non si è mai lasciata condizionare dai no, dalle pruderie, dall’ottusità delle dirigenze e lo ha fatto senza mai perdere di vista se stessa, il rispetto per il pubblico, senza compromessi, rischiando sempre in prima persona (ricordate Amore o Forte Forte Forte) e senza mai ergersi a modello. Una maestra, che è più di icona. Una maestra di tv, di stile, di umanità, di generosità, in pubblico e in privato. Una maestra resta tale per sempre, per tutti.

Grazie di tutto, Raffaella.

 

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