La Sposa, la prima puntata è stata un successo ma ha generato anche delle polemiche

C’è chi contesta l’idea del matrimonio per procura, chi critica la figura del veneto rozzo e chi lamenta l’uso del dialetto calabrese

E’ stata la prima fiction a debuttare nell’anno appena cominciato, ed è stata la prima fiction oggetto di polemiche. D’altra parte, una storia come La Sposa, che propone una netta divisione tra Nord e Sud Italia alla fine degli anni Sessanta, non poteva non lasciare indifferenti tutti. E così, nonostante il successo di ascolti (quasi 6 milioni di telespettatori ed il 26,8% di share per la prima puntata), non è mancato chi ha accusato sceneggiatori e produzione di aver alterato la realtà dei fatti.

Le critiche più dure arrivano dal Veneto: è qui che la protagonista Maria (Serena Rossi) è costretta a trasferirsi dalla Calabria, dopo aver accettato di sposare con un matrimonio per procura un uomo che non conosce. La rappresentazione che viene fatta del Veneto (anche se la serie ha girato queste scene in Piemonte) e dei suoi uomini, rozzi ed in cerca di donne utili solo a rassettare casa e dare loro figli, non è affatto piaciuta.

“Pensare a un matrimonio per procura, a fine anni Sessanta, di una giovane calabrese con un ricco ma rozzo agricoltore vicentino è, a dir poco, un azzardo se non una provocazione senza senso e lontanissima dalla realtà storica”, dice Roberto Ciambetti, leghista e Presidente del Consiglio regionale del Veneto. “La fiction, con i suoi cliché grotteschi e stereotipati, mette in ridicolo non solo i vicentini, ma anche i calabresi”.

A fargli eco la presidente di Confindustria Veneto, Laura Della Vecchia, per cui è “inaccettabile che si faccia di questa regione, alla vigilia del Sessantotto, la fotografia di una terra arretrata e abitata da uomini rozzi”. Ma le polemiche sono arrivate anche sulle scene relative alla Calabria.

#facagareParlano una strana lingua, che non corrisponde a NESSUNA DELLE LINGUE di Calabria!I matrimoni per procura si…

Posted by Nino Spirlì on Monday, January 17, 2022

A farsene portavoce Nino Spirlì, ex presidente facente funzioni della Regione, che contesta innanzitutto l’uso di un dialetto non rappresentativo di quello reale della regione, per poi citare “errori di trovarobato” citando una statuetta di Lourdes in plastica e poi soffermarsi sul tema dei matrimoni per procura:

“I matrimoni per procura si facevano al limite, per terre lontane – Americhe, Australia, Belgio… – e non per le regioni del Nord. Forse, alcune delle nostre Donne sono partite per il Piemonte, o la Valle d’Aosta e la Liguria, dove si erano già installati gruppi di Calabresi, ma certamente non per il Veneto, che era regione depressa più della Calabria”.

Critiche ha cui ha risposto innanzitutto il regista Giacomo Campiotti, che innanzitutto giustifica così la scelta di girare in Puglia le scene calabresi:

“Avrei voluto girare in Calabria, come ho fatto due volte con grande sostegno da parte della precedente Film Commission, che funzionava benissimo. Ma in questo caso il supporto lo ho avuto dalla Puglia, mentre in Calabria ci sarebbero stati problemi organizzativi legati alla mancanza di strutture”.

Quindi commenta l’uso del dialetto calabrese nella fiction:

“Abbiamo fatto un lavoro imponente con un coach, Serena Rossi è stata bravissima. Del resto le chiamavano le Calabrie, basta spostarsi di un chilometro per trovare parole e accenti diversi”.

La sceneggiatrice Valia Santella, invece, replica a chi ha criticato le scene legate al giudizio delle donne da sposare da parte degli uomini del Nord, presenti nel primo episodio: “Lo abbiamo rappresentato in modo forte, ma si tratta di una delle tante aberrazioni compiute da sempre sul corpo delle donne. C’erano allora e ce ne sono ancora oggi, a noi interessava raccontare una storia esemplare per arrivare all’emancipazione e il riscatto. L’autore poi è libero di estremizzare le situazioni all’interno di un racconto di fiction”.

Se il messaggio è arrivato, c’è chi però contesta l’eccessiva temporalizzazione del racconto, quel “Calabria 1967” che compare ad inizio serie. E’ il romanziere storico Santo Gioffrè, che ricorda come in quegli anni “la Calabria viveva la sua epoca migliore, perché le lotte organizzate e l’azione dei sindacati davano una speranza di cambiamento”. Gioffrè teme, insomma, il fatto che “chi al Nord vede queste scene dal divano di casa e ha un pregiudizio, è indotto a pensare che se nel 1967 eravamo combinati così, oggi è normale che ci siano la ‘ndrangheta, la corruzione, la sanità distrutta, i politici eletti con il voto di scambio”.

Ovviamente, l’intenzione non era quella di alimentare degli sterotipi o pregiudizi dal Nord verso il Sud e viceversa. “Al contrario la Calabria che si identifica con Maria è solare”, chiude Santella, “è quella del mare, dei valori, del legame con la terra di origine. Vorrei che si accantonassero le polemiche per concentrarsi sulla fiction, che può piacere o no”.

[Fonte: Il Quotidiano del Sud]