Che Tempo Che Fa, la prima volta di Papa Francesco in collegamento tv

L’intervista di Papa Francesco a Che Tempo Che Fa, in un collegamento con uno studio televisivo, inedito per la tv italiana.

Papa Francesco non vede la tv dal 16 luglio 1990 (“Una decisione che ho offerto al Signore perché me lo chiedeva, ora la guardo solo in casi eccezionali“), ma è di certo tra i pontefici più televisivi della storia della Chiesa. Se già Giovanni XXIII aveva inaugurato un rapporto particolare con i fedeli tramite il neonato mezzo tv e se Papa Giovanni Paolo XXIII ha fatto dei suoi viaggi un ‘vangelo’ mediale, Papa Francesco ha partecipato direttamente a diverse produzioni televisive, anche seriali, con una chiave narritiva che mescola l’umanità del suo privato e la divinità della sua missione, passando per l’esegesi teologica e l’approccio dell’evangelizzazione gesuita. Pensiamo al ciclo di puntate di Vizi e virtù – Conversazione con Francesco, andato in onda su Nove, al recente Stories of a Generation per Netflix e, per restare sul piano delle interviste, allo Speciale Tg5 “Francesco e gli Invisibili” in onda nel dicembre 2021, solo per citare contenuti realizzati da produzioni italiane o per la tv italiana.

Mai prima d’ora, però, si era visto un collegamento con il Santo Padre direttamente dal Vaticano: un contenuto registrato nel pomeriggio ma senza apparente editing, realizzata per essere vissuta e trasmessa come un’intervista in diretta. Un contributo perfettamente realizzato, che ha ridotto al minimo l’idea stessa di distanza: è la cosa più vicina a una presenza in studio che un Papa possa concedere. Più facile alla vigilia immaginare un’intervista realizzata da Fazio al Vaticano (un po’ come successo con il Presidente Macron all’Eliseo), montata e chiusa come contributo a parte. In questo caso Papa Francesco è davvero ospite di Fazio nella sua trasmissione: e la differenza non è per niente formale, anzi rende questa intervista un momento davvero eccezionale sul fronte tv.

Un’intervista del genere non si improvvisa, si concorda. Si può accettare o meno, ma un’occasione del genere è difficile perderla. I temi toccati (e accordati) sono stati quelli dei migranti, delle ingiustizie sociali, dell’ambiente, ma anche della preghiera, della fede. Si citano i padri della Teologia e le  canzoni di Roberto Carlos, la Bibbia e Dostoevskij: il più liturgico dei due sembra Fazio, a fronte di Papa che non disdegna di mescolare i registri.

Il blocco inizia alle 20.35, mentre su Rai 1 parte il DietroFestival: un’intervista in access prime time posizionata dopo gli interventi di Michele Serra e Roberto Saviano e seguita, senza interruzioni pubblicitarie, dal consueto spazio con il prof. Burioni. Là dove serviva una decantazione immaginiamo non sia potuta arrivare: si può mettere un blocco di pubblicità col Papa a far traino? Immaginiamo di no. Per un momento il terrore che potesse arrivare Luciana Littizzetto per salutare Frank ha attraversato la nostra mente: probabilmente il Papa non avrebbe avuto meno da ridire di un telespettatore (come me).

“Grazie per questo incontro. Mi piace tanto”

esordisce Papa Francesco, con doppia telecamera in Vaticano e un’inquadratura diagonale che dà profondità e non lascia nulla al caso.

“Come faccio a sopportare il peso del Papato? La domanda è un po’ forzata. Non sono un campione di ‘pesi’. Sopporto come la maggior parte delle persone. E poi ho tante persone che mi aiutano”

dice il Santo Padre, giusto per chiarire che anche il Papato è un ‘lavoro di squadra’.

Da qui si snocciolano i temi principali: si parte dai mali della cultura dell’indifferenza, prendendo spunto dai 19 migranti morti per il freddo lunedì scorso e dalle immagini di bambini infreddoliti in fuga dalla Siria:

“Questo è un segno della cultura dell’indifferenza. C’è un problema di categorizzazione, di priorità. In questo momento al primo posto ci sono le guerre: pensa alla lunga guerra in Yemen, sono almeno 7 anni che si parla dei bambini dello Yemen […] Le guerre producono bambini che muoiono di freddo o sulla spiagge, come Aylan. Loro sono al secondo posto. Economicamente è più fruttuosa la guerra, di ogni tipo. La guerra è un controsenso alla creazione. La guerra è distruzione”.

Torna su un concetto che ha espresso chiaramente anche in passato: la condotta criminale di molti Paesi verso i migranti, definendo anche il Mediterraneo come un grande cimitero.

“Quello che si fa con i migranti è criminale. Ci sono immagini che documentano i lager, e uso la parola con attenzione, in Libia dove soffrono in attesa di partire; poi soffrono per attraversare il Mediterrano e poi vengono respinti dalle autorità Locali. E ci sono queste navi che girano in cerca di un  porto. Bisogna mettersi d’accordo in Europa sull’accoglienza: adesso regna l’ingiustizia. Ora sbarcano in Italia e Spagna, mentre altri Paesi non li ricevono altrove. Ma il migrante va sempre accolto, accompagnato, promosso e integrato nella società. Ci sono Paesi in calo demografico, come l’Italia, che hanno bisogno di gente e un migrante integrato aiuta quel Paese a crescere. Dobbiamo pensare intelligentemente alla politica migratoria a livello continentale. Il fatto che il Mediterraneo sia il cimitero più grande d’Europa deve farci pensare. […] Vediamo tutte queste ingiustizie, ma c’è sempre la tentazione di guardare da un’altra parte. I media ci fanno vedere tutto, ci lamentiamo un po’, ma poi facciamo finta di niente. Non basta vedere, bisogna sentire. Bisogna toccare le cose, anche il male. Il tatto è senso più completo, che ci mette la realtà nel cuore. Io domando a chi viene a confessarsi se tocca la mano della persona cui dà l’elemosina, se la  guarda negli occhi. Se guardiamo senza toccare il dolore della gente non troveremo mai una soluzione. Questa è la cultura dell’indifferenza”.

Altro tema caro, l’ambiente:

“Pensiamo alla deforestazione in Amazzonia: significa morte della biodiversità, vuol dire uccidere la madre Terra. Ho ascoltato poco fa una canzone bellissima di Roberto Carlos, in  cui un bambino chiede al padre perché il fiume non canta più, e il padre risponde “Perché il fiume non c’è più”. Lo abbiamo ucciso noi. Bisogna capire che se continuiamo così gtra 30 anni i nostri bambini vivranno in un pianeta inabitabile. Dobbiamo farci carico della Madre Terra, come la chiamano le popolazioni indigene. Prendersi cura del Creato è una vocazione che dobbiamo avere”.

La citazione di Roberto Carlos ha ovviamente acceso l’attenzione sulla musica che ascolta il Papa, anche ricollegandosi a quella immagine in uscita da un negozio di dischi di qualche settimana fa…

“La curiosità è lecita, tutti sono curiosi. Non sono andato a comprare dischi, sono andato a benedire il nuovo negozio di cari amici. Mi piacciono i classici, e anche il tango mi piace tanto. Un porteño che non balla il tango non è un porteño”,

dice con un sorriso che quasi fa dimenticare ruolo e peso.

“Che tempo viviamo? L’aggressività sociale la studiano psicologi e sociologi e io non ho competenza su questo, non posso parlare. Ma penso a quanti suicidi di giovanissimi ci sono. L’aggressività non è necessariamente negativa, perché serve per andare avanti, sopravvivere. Ma l’aggressività distruttiva è un pericolo e inizia dal chiacchiericcio, che distrugge l’identità. Inizia in famiglia, per questo mi permetto di consigliare di non parlare alle spalle: o stai zitto o glielo dici in faccia”.

Fazio cita una frase del Papa che gli  è rimasta dentro: un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solo quando lo aiuta a rialzarsi…

“Nella società vediamo quante volte si guardano gli altri dall’alto in basso per sottometterli e non aiutarli a rialzarsi. Non è lecito mai guardare dall’alto in basso, mai”.

“Se ho fiducia nell’uomo? Dio ci ha fatto buoni ma liberi. Ed è quella libertà che è capace di fare tanto bene e anche tanto male. Magari sto per dire una cosa che scandalizza, ma la capacità di essere perdonato è un diritto umano: se qualcuno chiede perdono ha il diritto di essere perdonato. E se hai qualche debito verso la società, pagalo, ma col perdono. […] La domanda che mi scandalizza sempre un po’ è perché soffrono i bambini. Io non trovo una risposta in questo. Io amo Dio, ma in questo non c’è risposta. Il Signore rispetta, accompagna sempre e ha lasciato che il proprio figlio morisse. Non è crudele, è un mistero. Dio è forte, è onnipotente nell’amore. Col male non si dialoga, è pericoloso. Gesù mai ha dialogato col Diavolo e quando ha dovuto rispondere ha risposto con la Bibbia. Questo vale per tutte le tentazione. E allora quando mi domando il perché della sofferenza dei bambini, penso solo che si debba soffirire con loro e per me in questo è stato un gran maestro Dostoevskij”.

“Io immagino la Chiesa del futuro come l’ha immaginata San Paolo VI dopo il Concilio, con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi. Poi io ho ne ho fatta un’altra, che si chiama Evangelii Gaudium, ma non è tanto originale, è un plagio di Evangelii Nuntiandi. Io ho solo cercato di indicare la strada della Chiesa verso il futuro: una Chiesa in pellegrinaggio. E oggi il male più grande della Chiesa, il più grande, è la mondanità spirituale. Una Chiesa mondana. Un grande teologo, il cardinale de Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che possono accadere alla Chiesa, peggio ancora del male dei Papi libertini. Peggio ancora, dice, peggio ancora. E questa mondanità spirituale dentro la Chiesa fa crescere una cosa brutta, il clericalismo, che è una perversione della Chiesa. Il clericalismo che c’è nella rigidità, e sotto ogni tipo di rigidità c’è putredine, sempre. Queste sono le cose brutte che succedono oggi nella Chiesa, la mondanità spirituale che crea questo clericalismo e che porta a posizioni rigide, ideologicamente rigide, e l’ideologia prende il posto del Vangelo. Sugli atteggiamenti pastorali ne dico solo due, che sono vecchi: il pelagianesimo e lo gnosticismo. Il pelagianesimo è credere che con la mia forza posso andare avanti. No, la Chiesa va avanti con la forza di Dio, la misericordia di Dio e la forza dello Spirito Santo. E lo gnosticismo, quello mistico, senza Dio, questa spiritualità vuota… no, senza la carne di Cristo non c’è intesa possibile, senza la carne di Cristo non c’è redenzione possibile. Dobbiamo tornare al centro un’altra volta: “Il verbo si è fatto carne”. In questo scandalo della croce, del verbo incarnato, c’è il futuro della Chiesa”.

Cosa vuol dire pregare?, chiede Fazio.

“Pregare è quello che fa il bambino quando si sente impotente. Chiama papà, mamma. Ma se non sai di avere un papà o una mamma vicino non sai pregare. Bisogna saper guardare i propri limiti, pregare è andare oltre i propri limiti, è incontrare il Papà. E quando impari a dire ‘Papà’ e non Padre sei sulla buona strada. Dio non è quello che di distrugge. I bambini passano per l’età dei perché: se guardiamo bene non aspetta la risposta.. quello che vuole il bambino è l’attenzione del papà, che mi dà sicurezza. Pregare è quello che dà tutto questo”.

“Ho degli amici che mi aiutano e conoscono la mia vita. Come un uomo normale. non che io sia normale, perché ho delle mie anormalità. Come una persona comune io ho bisogno degli amici. E questo è uno dei motivi per cui non sono andato ad abitare nell’appartamento vaticano: i precedenti erano santi io non sono molto santo. Io ho bisogno di incontrare le persone… Le amicizie danno forza, ho pochi amici ma veri”

Papa Francesco

 

“Cosa volevo fare da grande quando ero piccolo? Vi dirò una cosa che vi scandalizzerà: volevo fare il macellaio, perché aveva una busta con tanti soldi. E questo si capisce per la radice genovese che ho da parte materna. Poi mi piaceva la chimica e lì stavo preparando l’ingresso alla facoltà di medicina, poi è arrivata la vocazione e a 19 anni sono entrato in medicina”.

Le so che le piace sorridere… dice Fazio a Papa Francesco:

“Il senso dell’umorismo è una medicina. Ti fa relativizzare le cose e dà gioia. Fa tanto bene. Vi ringrazio per la pazienza di avermi ascoltato e di pregare per me. E se qualcuno non prega almeno mi mandi delle buone vibrazioni”.

Un’oretta a suo modo eccezionale. E on demand su RaiPlay.