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25 Novembre tra palinsesti speciali e tutorial fuori luogo: l’ipocrisia delle celebrazioni sulle, per le, con le donne

L’ipocrisia delle programmazioni speciali emerge con forza nel confronto con l’offerta quotidiana: il titolo più centrato resta Chi l’ha visto?.

Lo dico subito: tra tutto quello che oggi le principali reti tv offrono in abbondanza per condannare la violenza sulle donne (wow!), per ribadire l’importanza della donna, per presentare storie esemplari di donne, l’unica cosa che vedrete davvero sul pezzo è Chi l’ha visto?, in onda come ogni mercoledì su Rai 3. L’appuntamento settimanale con i casi di sparizione e omicidio condotto da Federica Sciarelli è forse il miglior racconto sulla violenza sulle donne, peraltro in contesti per lo più di famiglia, che venga reso settimanalmente dalla tv, soprattutto per il suo ricco sottotesto legato alla considerazione che si ha, a casa e nella società, di quelle che sono poi anche vittime di delitti efferati (e per avere un’idea dei numeri del fenomeno vi rimandiamo al post dedicato di Pinkblog). Il resto ha il sapore di un impegnativo specchietto per le allodole lava-coscienza che lascia il tempo che trova e serve forse a dare uno spicchio di visibilità a storie e programmi che evidentemente vengono considerati ‘degni’ di essere programmati solo nella cornice specifica, magari perché considerati troppo deboli, troppo densi, troppo destabilizzanti, troppo ‘altro’ rispetto al solito e rispetto a quanto richiesto dal mercato/pubblico televisivo.

Ma oggi, 25 novembre 2020, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, tra palazzi dipinti illuminati di rosso, panchine rosse fotografate alla bisogna, scarpe rosse disseminate negli studi tv, i palinsesti traboccano di storie di donne, per le donne, con le donne, sulle donne, insieme alle donne. La Rai ha un’offerta davvero imponente tra cui spiccano in prima serata lo speciale Techetecheté – Non chiamatelo amore e Nome di donna di Marco Tullio Giordana, con Cristiana Capotondi. Ma già Bonafede ospite di Porta a Porta, in qualità di Ministro della Giustizia, mi sembra abbastanza fuori fuoco. Il 27 novembre, invece, Rai 2 in seconda serata presenta Butterfly, premiato nel 2019 anche al Giffoni Film Festival e vincitore del Globo d’Oro come Miglior documentario nel quale i registi Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman raccontano la storia vera di una campionessa di boxe, prima donna italiana a disputare un’Olimpiade. Per dire che stiamo ancora a questo. Per restare in tema di doc, tra le cose più interessanti segnalerei su Rai 3 alle 13.00 del 25 novembre Parlano le donne, con 4 protagoniste che si raccontano storie di discriminazione. Come è andata a finire col palinsesto speciale di Franca Leosini, invece, lo sappiamo. In questo senso ha una coerenza la proposta di Crime+Investigation (Sky, 119) che propone  docu-serie e film italiani e stranieri sui principali casi di cronaca legati alla violenza di genere, dal caso Pistorius agli omicidi di Yara Gambirasio e Pippa Bacca. laF invece punta sulle vicende giudiziarie del collettivo femminista e attivista punk-rock russo Pussy Riot – Una preghiera Punk, documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin in prima serata: almeno uno sguardo diverso dalle solite rappresentazioni che strizzano l’occhio al melodramma, più che alla questione centrale dei diritti, umani e materiali, negati alle donne. E anelo una maratona per raccontare l’aborto in Italia, la gestione delle politiche familiari, le umiliazioni dei colloqui di lavoro, le tristezze dei collegi docenti, le frecciatine ignorate per non far scattare polemiche che non sarebbero neanche capite.

Più facile condannare la violenza, più difficile riconoscere i diritti. Parlare di ‘violenza’ sulle donne, infatti, vuol dire anche parlare di diritti assenti o calpestati, di rappresentazione di sé condizionata dalla cultura, di gabbie sociali, anche di revisione dell’uso della lingua. Vuol dire mettere in luce certi svilimenti della femminilità, di mancati riconoscimenti,  di stereotipi radicati che esplodono spesso in un battutismo anni ’50 dilagante e di incredibili modi di trattare i casi di cronaca. Risuonano ancora le parole di chi ha raccontato il caso degli stupri dell’attico puntando sulla colposa ingenuità della vittima e non sulla dolosa criminalità del colpevole. Senza considerare chi continua a raccontare le professioniste per aspetto fisico, vita privata, maternità e carriera, arrivando a quel capolavoro che è stato le “Thelma e Louise del DNA” attribuito alle vincitrici del Nobel per la Chimica 2020.

Detto Fatto Spesa Sexy

Nel continuo tentativo di raddrizzare un modo di parlare, immaginare, considerare non solo le donne ma l’intero rapporto tra uomo e donna, e con esso la dinamica di un’intera società (lontana dall’essere matura in questo campo), stonano anche certi tutorial forse ironici, magari pensati con le migliori intenzioni e anche per questo ancor più pericolosi visto che non se ne intuisce il peso specifico e il valore. Mi riferisco al tutorial di Detto Fatto su come fare una spesa sexy andato in onda il 24 novembre, alla vigilia della ricorrenza internazionale. Mi è parso davvero un manuale di gattamortismo spicciolo che avrebbe avuto senso solo se portato in scena da Cinzia Leone, per capirci. Uno (infelice) sketch (perché tale penso di doverlo oconsiderare  più che un ‘serio’ tutorial su come fare la spesa…) che però ha attinto agli streotipi più banali e retrivi della donna ‘madre efficiente, moglie amorevole, amante focosa, cuoca sopraffina, colf in servizio permanente’. Gattamortismo is the way, insomma, a vedere quella ‘gag’ con tappeto musicale da commedia scollacciata da B-Movie e balletto finale in stile Beyoncé in Crazy in Love (2003), balletto che può permettersi solo lei in uno dei suoi mega-live. Mi si potrà obiettare che una donna è libera proprio perché può fare quello che vuole e come vuole: giustissimo. A maggior ragione mostrare come ‘essere sexy’ per terzi mi sembra un pizzico fuori luogo e fuori contesto in un momento in cui ci si vorrebbe smarcare da modelli ‘desiderati da altri’: se poi si decide di abbracciarli consapevolmente e non si finisce per subirli è un’altra cosa. Ma è questa la sottile, delicatissima, fragilissima linea di confine davvero difficile da riconoscere, marcare, rispettare. Il discorso è davvero complicato e comprende anche la capacità dei fruitori di distinguere livelli di lettura diversi, di cogliere il senso pieno delle cose mostrate e sentite: una capacità quella di interpretare correttamente i testi (o quantomeno senza piegarli ai propri usi o deviare verso decodifiche aberranti) che sembra sempre meno diffusa.

La sostanza, relativamente a questa singola e specifica ‘riflessione’, resta una: che senso ha riempire i palinsesti di speciali se prima e dopo si resta nei soliti schemi, nei soliti copioni, nei soliti stereotipi?  E se tutorial deve essere, allora che sia questo della professoressa Isabella Ragonese nella prima puntata de Le Tv delle Ragazze – Gli Stati Generali 1988 -2018. Che è meglio.