Vite in fuga, la recensione: family drama e thriller possono coesistere nella suspense 2.0 della Rai

I primi due episodi sono già disponibili su RaiPlay: Vite in fuga unisce family drama e thriller, cercando di agganciare il più vasto pubblico possibile

Una famiglia, una fuga, un prima ed un dopo. Vite in fuga, i cui primi due episodi sono stati pubblicati su RaiPlay venerdì scorso in attesa del debutto televisivo di questa sera, 22 novembre 2020, s’incastra benissimo nell’offerta di quella fiction Rai che vuole tenersi stretto il pubblico amante delle “classic story” da generalista ma che cerca anche di aggiornare certi linguaggi.

Co-produzione tra Rai Fiction e Paypermoon Italia, dietro al progetto (composto da dodici episodi e sei prime serate, in onda per tre settimane la domenica ed il lunedì) ci sono Filippo Gravino e Guido Iuculano, due sceneggiatori che ben conoscono sia la tv “di massa” che quella più di nicchia: insieme hanno lavorato alle tre stagioni di Tutto può succedere, ma hanno anche collaborato con Matteo Rovere nella creazione del mondo e dei personaggi di Romulus, ora in onda su Sky.

Non fatevi ingannare dalla partenza

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I primi minuti di Vite in fuga sembrano mostrare una serie differente da quella di cui abbiamo visto il promo in questi giorni. Lo schermo lascia spazio solo agli occhi della co-protagonista Silvia (Anna Valle), che sarà il punto di vista tramite cui conosceremo le vicende della famiglia Caruana, costretta a dover fuggire da Roma e cambiare identità quando la loro vita è messa in pericolo e quando il capofamiglia Claudio (Claudio Gioè) viene accusato di omicidio dell’amico e collega Riccardo (Marco Cocci).

Una scelta, quella di iniziare con il lungo interrogatorio che vede la donna smettere i panni di Anna e tornare ad essere Silvia, che apre anche la seconda puntata (facendoci pensare che lo stesso valga anche per gli altri episodi). Un modo, questo, per ricordare al pubblico che Vite in fuga non è un semplice family drama, ma vuole prendere gli elementi di questo genere e fonderli a quelli del thriller.

Si capisce meglio questa intenzione solo dal secondo episodio: la prima puntata getta infatti le basi, facendoci credere che il racconto sia legato ad un’inchiesta finanziaria del Banco San Mauro di Roma, in cui è coinvolto Claudio. Invece no: Vite in fuga si svela più avanti, mostrando le sue intenzioni, già citate sopra, di family drama votato al thriller.

Quattro personaggi, una fuga

Vite in fugaIl lavoro degli sceneggiatori è stato quindi quello di prendere un plot thriller -una fuga causata da minacce ed accuse, il cambio d’identità, la paura di essere scoperti- ed intrecciarlo in un’ambientazione che risultasse il più familiare possibile al pubblico di Raiuno.

Per questo, Vite in fuga non si concentra esclusivamente sul lavoro di Claudio -sebbene dall’inchiesta in cui compare il suo nome parta tutta la vicenda-, ma coinvolge tutti e quattro i membri della famiglia Caruana. Ognuno di loro porta al racconto una sua visione dell’eccezionale situazione che stanno vivendo: se Claudio accetta la fuga per cercare intanto di dimostrare la propria innocenza e difendere la propria famiglia, suo figlio Alessio (Tobias De Angelis) cerca di essere il più razionale di tutti mentre sua sorella Ilaria (Teclia Insolia) non nasconde il malessere per la situazione da subito. Silvia, invece, prova a continuare a vivere concentrandosi sulla serenità della propria famiglia, facendo da collante e cercando, anche da fuggiasca, di costruire dei ricordi positivi che i propri figli possano conservare.

Vite in fuga
Anna Valle è Silvia

Quattro scenari, sfaccettati, che ben seguono le regole di ogni family drama, genere che ha tra i suoi pregi quello di poter raccontare una moltitudine di “micro” storie dentro una “macro” storia. Quattro prospettive che diventano una sola nel momento in cui gli autori girano la manopola da “family” a “thriller”: in quel momento i Caruana devono diventare una cosa sola ed affrontare così i pericoli e minacce da cui stanno scappando.

Da una parte, insomma, il tentativo di aggrapparsi ad una nuova normalità; dall’altra una serie di situazioni fuori dall’ordinario, che stravolgono quattro vite nel giro di pochi giorni e che non possono non far sorgere nei telespettatori una domanda: “e se capitasse a me?”.

Family e thriller, si possono coniugare?

Vite in fuga
Tecla Insolia (Ilaria) ed Anna Valle (Silvia)

In questo, Vite in fuga si rivela vincente: riesce a catturare un pubblico solitamente poco avvezzo a personaggi che invece di affrontare gli ostacoli decidono di scappare, ribaltando la situazione che solitamente vediamo nelle fiction. Ci aveva già provato ad inizio anno Come una madre, la miniserie con Vanessa Incontrada, ma lì l’atmosfera era più rassicurante e utile a costruire un percorso di rinascita per la protagonista.

Questa nuova miniserie, più che sul cambio d’identità, insiste sul tema del nascondimento e della fuga. Non solo fisica, ma anche emotiva: la famiglia Caruana non è così perfetta come potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Ognuno di loro nasconde qualcosa, chi più chi meno. Segreti, ma anche emozioni tenute nascoste agli altri per paura di rivelare chi si è veramente. Il fatto che tutto ciò avvenga dentro una famiglia, crea un effetto straniante, ma che permette al racconto di evolversi verso una riscoperta l’uno dell’altro.

Così, dal thriller si passa nuovamente al family ed all’importanza dell’unità familiare. Un continuo passaggio di palla che non stanca e che viene rimarcato anche dal personaggio di Agnese (Barbora Bobulova), agente in cerca dei Caruana la cui vita privata è stata profondamente segnata.

La suspense 2.0 di Raiuno

Vite in fuga
Giovannino Esposito (Mattia) e Barbora Bobulova (Agnese)

La nostra speranza è sempre quella: che la fiction Rai, così come ha fatto negli ultimi anni, possa continuare ad evolversi verso modelli narrativi che, magari già adottati altrove all’estero, possano diventare la norma anche da noi. Di recente, Io ti cercherò ha dimostrato che questa evoluzione è tutt’ora in corso anche per quanto riguarda il genere thriller e crime, e la stessa cosa dimostra Vite in fuga.

Scrivere una serie tv per un pubblico più vasto possibile, e quindi variegato, non è semplice: bisogna saper dosare i giusti elementi e soddisfare la maggior fetta di pubblico. Per questo, utilizzare il contesto familiare è sempre buona cosa: ma serve anche capire come usarlo al meglio.

Nel caso di Vite in fuga, complice il buon cast e la scelta di location che sanno distinguersi tra di loro (facendoci passare dalla città alla montagna e staccando di fatta la vita dei protagonisti tra un “prima” ed un “dopo”) non è la trama a mettersi a servizio della famiglia, ma viceversa. Ne viene fuori un racconto interessante, veloce, dove più che il finale conta il percorso compiuto.