Maurizio Costanzo e lo storytelling televisivo: la narrazione mediatica conta più del formato
Maurizio Costanzo avrebbe compiuto 88 anni. Nel giorno della sua nascita resta la più grande lezione che ha lasciato al pubblico: saper incidere sulla platea e coltivare lo storytelling televisivo. La grammatica della televisione di ieri con uno sguardo verso il futuro.
Maurizio Costanzo avrebbe compiuto 88 anni. Un uomo, un professionista, un carattere ben definito che ha raccontato l’Italia a suo modo, tra vizi, virtù e potenzialità e ha capito – prima di altri – cosa funzionasse in televisione. Ci sono i grandi del piccolo schermo e, poi, c’è Maurizio Costanzo. Non perchè il cronista e conduttore sia stato qualcosa di diverso, anche lui – in qualche maniera – può definirsi pioniere del talk show. Il cronista e conduttore romano, però, ha cambiato direzione: è riuscito a riscrivere la grammatica televisiva alla sua maniera, fino alla fine dei suoi giorni.
C’è chi, nello spettacolo e in qualsiasi altro tipo di orizzonte lavorativo, sul viale del tramonto si spegne. Costanzo no: ha lavorato seriamente fino all’ultimo. Questo non indica soltanto un grande senso del dovere, ma anche un’abnegazione con cui fare i conti. Il compianto conduttore non aveva esclusivamente rispetto e passione per il proprio lavoro, continuava indistintamente ad avere idee risolutive e le metteva a disposizione di tutti. Questo voleva dire fare sistema, creare un asset valido che funzionasse anche quando la luce rossa della diretta si spegneva. La narrazione televisiva è spesso paragonata a un romanzo nazional popolare: Costanzo quel romanzo l’ha plasmato a sua immagine e somiglianza per più di quarant’anni, dimostrando che lo storytelling televisivo è il solo valore che conta.
Lo storytelling nei programmi tv
Non vale il contenitore, ma spicca il contenuto. Ogni formato televisivo è utile, purché abbia qualcosa da dire. La narrazione dei formati, Costanzo, la cambiava ogni volta. Il Maurizio Costanzo Show, nato il 14 settembre 1982, è la dimostrazione migliore di come il racconto collettivo possa diventare show soltanto con ritmo, retorica e competenza. La divulgazione di contenuti a scapito dei numeri da circo. Nelle trasmissioni di Costanzo, quelle prettamente a trazione talk, non c’era il colpo di scena o la grande scenografia.

Era sufficiente un “sipario”, come lo chiamava lui, che si apriva e qualche sedia messa in ordine di apparizione. Il conduttore, come un maestro di cerimonie, al centro della sala e il resto lo faceva la platea e il dibattito che si animava di puntata in puntata. Tuttavia, e qui sta la maestria di un’icona divenuta immortale, il dibattito va alimentato e la discussione accesa. La narrazione televisiva, con essa lo storytelling, viene costruita a telecamere spente. Costanzo, pur rimanendo seduto, sapeva benissimo cosa chiedere e come stuzzicare ogni suo interlocutore.
La forza della narrazione
I blocchi di trasmissione venivano provati prima, ma il noto giornalista faceva una selezione di personalità ed esponenti di cultura, sport e spettacolo da coinvolgere. Costanzo, oltre a questo, faceva affidamento sul pubblico. Una “variabile impazzita”, in teoria. Il Costanzo Show ha imparato a gestirla a favore della camera. La platea che assisteva a ciascuna puntata poteva intervenire, su richiamo del presentatore, attraverso soggetti selezionati precedentemente. Questo faceva sì che dalle sedie gli spettatori diventassero protagonisti assoluti del dibattito aggiungendo pathos a una tavola rotonda sempre più ricca.

Nessuno ballava, si esaltava gratuitamente o aveva bisogno di improvvisare monologhi come solitamente vediamo fare oggi. Quella di Costanzo era una televisione corale con un metronomo: lui. Il quale riusciva a gestire tutto con una precisione maniacale. Dal pianista che entrava puntualmente nelle pause di trasmissione per ravvivare un punto della scaletta all’alterco dialettico che si formava tra i due politici di turno. Tutto gestito con domande ficcanti e spunti notevoli.
Studio e racconto
Costanzo animava lo storytelling esclusivamente con il potere della parola, senza bisogno di altro. Unione, condivisione e strategia. Quel che oggi cerca di riproporre Fazio con molto meno appeal, perché il primo ad aprire un varco in tal senso è già morto da tre anni. Lasciando, tuttavia, a chiunque volesse una formula di televisione senza tempo che prevede uno studio serrato e un aggiornamento costante.

Maurizio Costanzo, non solo quando faceva il suo show al Parioli, ma anche quando in Rai portava avanti formati come Bontà Loro o L’Intervista a Mediaset, si studiava le schede di chiunque avrebbe voluto e potuto coinvolgere con una puntualità senza pari. Infatti nelle ultime sue immagini troviamo sempre la cartellina nera zeppa di fogli bianchi con all’interno una sequenza indefinita di post-it gialli. Quelli erano tutti gli spunti che, secondo la sua visione, poteva e doveva prendere un dibattito televisivo.
Il valore del dibattito
Costanzo ha messo la parola al centro dello storytelling televisivo: non il montaggio, non gli stacchi, non il numero all’improvviso. Il dibattito corale sviscerato fino all’inverosimile. Poi si è passati a una formula che in pochi hanno avuto il coraggio di replicare. L’uno contro tutti. Una personalità al centro della scena con il pubblico pronto a fargli qualsiasi tipo di domanda senza filtri. Una “ghigliottina” mediatica in mezzo a cui sono passati, con oneri e onori, Carmelo Bene e Annamaria Franzoni tra gli altri. Nomi che, pur essendo opposti, raccontano epoche di un intero Paese.
Il compianto conduttore ha dimostrato che per fare una buona televisione servono i mezzi, ma sono necessarie ancor più le idee. Il contenitore può essere diverso, ma quel che non deve mai mancare è la sostanza. Oggi, potenzialmente, tutti possono arrivare a trasmettere qualcosa. Anche dalla propria cameretta. Manca lo spunto, quella scintilla che può farti cambiare una diretta e il suo esito partendo da un termine o da un espediente apparentemente slegato. Costanzo faceva intere porzioni di programma partendo da una scritta sul muro, uno spazio che aveva chiamato “altrove” in cui chiunque poteva scrivere quello che gli passava per la testa.
Ispirazione e innovazione
Da quel momento, apparentemente semplicistico, si apriva un mondo di possibilità che governava lui stesso. Da una sedia. La televisione si studia, sui libri e non solo, ma deve anche arricchirsi con nuove idee e altrettante capacità. Costanzo, in eredità, ha lasciato a tutti una grande prerogativa. Quella di saper ispirare. Applicazione, estro e un pizzico di sana follia. Senza dimenticare una buona dose di preparazione. La narrazione mediatica è fatta di situazioni, scambi e suggestioni che nessuno ha ancora visto ma qualcuno ha avuto la forza di immaginare in anticipo. Quel qualcuno era in diretta fino a qualche anno fa, ora è sufficiente ricordarlo per capire quanta strada è stata fatta e quanto ancora c’è da fare. Dentro e fuori il piccolo schermo. Sipario!