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Mare fuori: un intero alfabeto del disagio giovanile, con garbo senza mai eccedere

L’analisi di una professoressa di una scuola di Napoli del successo televisivo -e non solo televisivo- del momento

di Hit
22 Marzo 2023 07:21

E’ il successo del momento e non solo televisivo, ma sopratutto mediatico visti gli altissimi numeri che fa registrare su Rai play e su Netflix.  Il riferimento è alla fiction Mare fuori, giunta ormai alla sua terza serie e i cui ultimi due episodi andranno in onda stasera su Rai2 (a maggio partiranno le registrazioni della quarta stagione). La serie, come è noto, narra le vicende di vari detenuti e di alcuni membri del personale dell’immaginario IPM (Istituto penitenziario minorile) di Napoli. Una serie che ha fatto breccia presso i ragazzi italiani che hanno potuto entrare nelle vicende complicate dei giovani raccontate in Mare fuori. Su questa fiction si è scritto e detto tanto, ma ci piace mettere in luce un intervento di una professoressa di lettere di una scuola di Napoli ospitata sulle pagine del settimanale “Chi”. Un’analisi di una persona che vive a stretto contatto con i ragazzi di oggi, in quelle zone raccontate da Mare fuori che vale più di mille recensioni

La sua è un’osservazione attenta, viscerale e assolutamente reale rispetto alle tematiche affrontate nella serie della Rai e che vale la pena di essere letta.

Mare fuori: un intero alfabeto del disagio giovanile, con garbo senza mai eccedere

Quando passo tra i corridoi della mia scuola sento i ragazzi parlare di Carmine, Ciro, Rosaricci, -mi raccomando tutt’attaccato – e sento le suonerie dei cellulari martellare “O mare for” come se fossi trasportata tra i corridoi di un immaginario istituto dove davvero “ce sta o mare for”. Da docente di lettere spesso mi sono confrontata in classe con media, film, graphic novel, romanzi, ma mai con una fiction. Ho deciso di farmi raccontare dai ragazzi cosa pensassero di quelle vicende, cosa avessero ricavato dal dolore di Carmine che perde una moglie nemmeno maggiorenne, di Rosa che vede i familiari sterminati, di Pino che non ha mai conosciuto la carezza di un padre.

 La forza di Mare fuori è tutta qui, nella capacità di costruire personaggi inserendo nel loro Dna un intero alfabeto del disagio giovanile, trattando ogni argomento con garbo senza mai eccedere. Tutto, anche l’amore omosessuale rifugge da eccessi e nessuno si scandalizza se vede baciarsi due ragazzi tanto diversi ma condannati a nascondersi da un mondo omofobo come quello della malavita organizzata. Con i ragazzi, basandoci sui microcosmi emotivi racchiusi nelle celle della fiction, abbiamo creato un percorso formativo che parte anche dal territorio.

 Napoli, lo ripeto sempre ai miei docenti, non è solo morti ammazzati, camorra, povertà e illegalità, non è solo il racconto di Saviano, ma anche quello di Raffaele La Capria, il mare della Ortese, le atmosfere industriali di Ermanno Rea, il realismo magico della Ferrante. La città, il suo habitat, quello che Mare fuori ci restituisce è più stratificato, non rinuncia a mostrare quanto sia dannatamente bella questa città, ma poi racconta come un ragazzo, per scelte sbagliate o per un marchio che non può scansare, possa morire a 18 anni come un boss.

 Insegnando in un liceo di periferia, vicino a quartieri a rischio, conosco bene cosa significhi affrancarsi dalla dura realtà della camorra, con le sue piazze di spaccio  che offrono più posti di lavoro che la grande distribuzione. Anche un docente, un educatore, può provare a salvare una vita perduta. In quelle aree molti ragazzi non hanno altri modelli da imitare che quelli dei loro simili capaci di conquistare successo e soldi con una pistola nascosta nei jeans. Mare fuori non vuole raccontare solo questa Napoli, la camorra, l’assenza della legalità, vuole gridare attraverso storie didascaliche che quella vita non è bella, perchè “o mar for” lo puoi raggiungere solo se rinneghi tutta questa cultura, solo se cerchi riscatto attraverso un pianoforte o una pala da pizzaiolo, attraverso una creazione, sia essa manuale o d’intelletto, che ti affranchi da una strada perduta lastricata da botti.

 Quando i miei alunni mi hanno raccontato  di aver pianto davanti alla morte del Pirucchio  sulla spiaggia di palazzo Donn’Anna, ho pensato al “mito della bella giornata” di La Capria, quanto di più lontano da quel mondo, perchè forse quella rende tutto più accettabile, anche il passare del tempo. La decisione di morire proprio lì significa forse tante cose e anche questa lettura, perchè se i  sogni muoiono all’alba , la vita non può annegare senza lottare anche davanti al mare, perchè tra le acque azzurre deve esserci la sirena della liberazione, la conquista di una vita fuori dalle sbarre, fatta di sacrifici, di impegno e cose normali, ma mai nascosta dietro la forza labile di una canna di pistola.

Professoressa Laura Tiziana Cuzzocrea

 

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