Luca Sappino: “Fare cravatte era il piano b. Giornalismo imparziale? Realtà sempre filtrata”

Se il piano b era cucire cravatte, oggi si ritrova quotidianamente a cucire servizi per Tagadà. Intervista a Luca Sappino

Fuori da Montecitorio, assiepato fra i tanti colleghi pronti a raccogliere le dichiarazioni dei leader politici che passano da un incontro all’altro per cercare di dirimere la Grande Questione, c’è anche lui, Luca Sappino. Inviato di Tagadà, il giovane giornalista si destreggia fra le vie romane che circondano i palazzi del potere e insegue come tutti i vari parlamentari di spicco. Mentre siamo al telefono gli passa sotto il naso uno sfuggente Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera della Lega.

Come si racconta da inviato televisivo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica?

Cercando di far combaciare le esigenze televisive a quelle più strettamente giornalistiche. Un’esigenza televisiva è il racconto per immagini: non può mancare il capannello, con gli spintoni fra colleghi per ottenere la migliore inquadratura e farsi spazio per porre la domanda giusta. Spesso però non è dalle dichiarazioni pubbliche che si raccolgono le informazioni più sincere e il lavoro passa così sulle fonti, in questo caso i grandi elettori, per capire come sta andando l’elezione del Presidente della Repubblica.

In questo gioca per te un ruolo di favore aver vissuto la politica anche dall’altro lato? Non hai mai negato il tuo impegno in politica…

Non ho mai nascosto di aver idee ben precise e di avere un passato di militanza politica, che ora si è ristretta al quartiere in cui vivo. Questo sicuramente ti abitua a confrontarti con le dinamiche della politica, dinamiche pur sempre umane, ma di una tipologia ben precisa. 

Molti tuoi colleghi, compreso il recentemente compianto David Sassoli, hanno avuto un percorso contrario al tuo: partiti dal giornalismo, sono poi passati alla politica. Un tuo ritorno esclusivo in politica lo escludi?

Il mestiere che ho scelto è il giornalismo. Credo però che pochi altri mestieri come il giornalismo siano mestieri politici, nel senso più alto del termine. Le stesse cose che noi decidiamo di raccontare e il modo in cui lo facciamo possono aiutare a cambiare il mondo. Non credo che esista la ricerca assoluta della verità e credo che nessuno possa proclamarsi campione assoluto d’imparzialità. Noi raccontiamo ciò che è vero, ma lo facciamo tramite i nostri occhi. Se racconti al lettore o allo spettatore le tue passioni, i tuoi interessi, le tue idee, permetti anche di fare la tara al tuo lavoro. Nel raccontare con le immagini, in tv c’è un ulteriore margine di libertà, che sta nel montaggio, nella cura degli audio. La restituzione della realtà passa da tanti elementi diversi ed è bene che siano noti.

Al netto di questo, come si evita l’accusa di faziosità?

Esistono poi delle regole giornalistiche, che vanno rispettate. Rimane sempre fondamentale verificare le notizie, in politica doppiamente perché talvolta ci sono notizie che vengono fatte trapelare solo per condurti in un vicolo cieco. Quando do una notizia in diretta a Tagadà, ad esempio, è perché l’ho verificata con fonti di colore politico diverso. Il commento e la riflessione poi sono la cornice per contestualizzare dichiarazioni e avvenimenti politici.

Partito dalla carta stampata, come sei arrivato in tv?

La prima esperienza in televisione è stata con Matrix, dove il primo pezzo che confezionai fu su un evergreen del giornalismo politico, ovvero le divisione della sinistra italiana.

Come si passa dallo scrivere all’andare in onda davanti ad una telecamera?

In questo è stato fondamentale Giuseppe Ciulla, che era capoprogetto di In Onda quando sono arrivato nell’estate 2017 e che ora guida il gruppo di Tagadà. Lui, che è stato un inviato, conosce molto bene il linguaggio per immagini ed è soprattutto un entusiasta, mi ha insegnato ad immaginare visivamente come sarebbe potuto essere un pezzo, già prima di girarlo.

Hai una predilezione per le cravatte, che realizzi anche in prima persona. Il lavoro di strada si concilia poco con un abbigliamento così formale. L’arrivo in studio è l’approdo sognato?

È vero, ho cucito cravatte. Cucire cravatte agli inizi della mia carriera ha rappresentato un solido piano b, in tempi di crisi anche per il giornalismo. Ora quando ne ho l’occasione indosso cravatte cucite da me, ma non è necessario per forza che sia in studio.

Quindi per ora non intendi fare le scarpe a nessuno. Panella e Orsingher, che a volte ti è capitato di sostituire, possono dormire sonni tranquilli?

Assolutamente. Nel sostituire Tiziana e Alessio, quando questo è capitato, anche recentemente, mi sono divertito, ma proprio perché c’è un clima privo di agonismo interno e segnato invece da una sincera amicizia e il merito di questo è tutto di Tiziana e Giuseppe. La competizione per noi è rivolta solo sull’esterno.

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