Francesco Guccini, il prezzo della schiettezza in tv: storia di un antidivo immortale
Francesco Guccini è morto a 86 anni. Il cantautore e scrittore ha fatto la storia della musica in Italia riuscendo anche a stravolgere le regole del mezzo televisivo: l’eredità di un antidivo.
Francesco Guccini è morto a 86 anni e, forse, quello che avrebbe odiato maggiormente è proprio la sintesi del ricordo. Quando qualcuno va via, analogia usata non a caso perchè la speranza è sempre di vederlo tornare, si tende sempre a racchiudere – piuttosto sommariamente – la carriera, gli affetti, il carattere e l’atteggiamento. Se c’era però una prerogativa che Guccini non aveva era quella della sintesi: Guccini era sè stesso, sempre. Se ne infischiava delle regole dei testi, delle esigenze del pentagramma e della peculiarità che doveva (o non doveva) avere una canzone.
Faceva musica per esigenza personale: sentiva il bisogno di dire qualcosa e lo esprimeva in note, in versi, perchè le sue composizioni sono quanto di più simile possa esserci a una poesia. Dire quanto possa essere attuale oggi Cyrano, piuttosto che Incontro o La Locomotiva, è riduttivo e sintetico. Allora, dato che Guccini non era così stringato, evitiamo e decidiamo di prenderci il tempo necessario per affermare che Guccini – televisivamente e artisticamente – era un antidivo. Si metteva a disposizione di tutti (coloro che sapevano chiederglielo con garbo), ma non si piegava a nessuno.
Francesco Guccini e la televisione
Vuol dire che aveva un ufficio stampa, ma non amava presenziare televisivamente ovunque. Andava dove si sentiva a casa: erano tempi, non come adesso, dove l’ospite televisivo non era chiamato esclusivamente per incentivare una promozione. Il ruolo era definito e quando si andava in onda c’era l’esigenza di poter avere, effettivamente, qualcosa da dire. Guccini non ha mai fatto, da questo punto di vista, scena muta. Parlava senza sottrarsi alle domande, infischiandosene delle regole, dei blocchi, del tempo e della scaletta. Diceva quel che, secondo lui, andava detto: il resto era un problema (o un’opportunità) di chi lo aveva chiamato.

Se lo ricorda bene Fabio Fazio, il quale recentemente lo aveva voluto sul Nove per raccontare un po’ della sua carriera: dal passato alla stretta attualità con qualche accenno al futuro. Guccini, che ha sempre stimato il conduttore ligure, aveva accettato ma alle sue condizioni. Si parla lentamente, con le gambe accavallate e la tranquillità di chi apparentemente e concretamente non ha più niente da dimostrare. Risultato: una delle più importanti e significative conversazioni televisive degli ultimi anni.
La canzone d’autore nella generalista
L’impressione è stata quella di avere un amico a cena anche se questo era (e resta) un appellativo da prendere con le pinze per quanto riguarda i grandi maestri. Guccini ha fatto, al pari dei migliori intellettuali del nostro tempo, della semplicità e sincerità un vanto. Soprattutto quando era necessario parlare di questioni complesse. Era un artista che non seguiva le mode: le dettava. Uno di quelli che non conosceva la pronuncia corretta di Spotify, ma rimaneva ugualmente primo in classifica. Mai schiavo delle visualizzazioni, fedele solo a quel che sentiva dentro.

Basterebbe questa come lectio magistralis televisiva, ma l’amara ricorrenza e il tributo impongono di andare oltre. Allora non si può fare a meno di scavare nei “cassettoni della memoria” e tornare idealmente al 1967. Il contesto era quello della Rai, il programma “Diamoci del tu”, condotto da Giorgio Gaber e Caterina Caselli. In quel frangente Francesco Guccini viene presentato come studente-cantautore e porta sul piccolo schermo Auschwitz: una delle canzoni simbolo della sua produzione. L’artista ancora non lo poteva immaginare, perchè si era presentato in studio con quel sorriso sornione e quella calma che lo ha sempre contraddistinto, ma stava contribuendo a un momento storico: l’ingresso della canzone d’autore nella televisione generalista.
L’importanza della conversazione
Di momenti da ricordare ne seguirono molti altri, come la partecipazione a Onda Libera interpretando I Fichi al cospetto di Roberto Benigni e Giuseppe Bertolucci, ma il 1967 in Rai fu l’anno in cui Guccini era riuscito a rompere un argine che avrebbe portato anche altri suoi colleghi a misurarsi con il mezzo televisivo. Nessuno, però, riuscì a farlo con la stessa sua dirompente leggiadria. Altro non era che consapevolezza di essere mista alla curiosità di conoscere. Qualità che lo spinsero a partecipare, dopo le apparizioni negli anni ’70, a Lezioni d’Autore. Programma Rai del 2000 dove Guccini non canta quasi mai: propone riflessioni sul tempo che sta vivendo, tra arte, letteratura e approfondimento. Uno schema, sregolato e netto, dell’artista pensatore e – in qualche maniera – filosofo.
Il mood giusto per arrivare alle apparizioni in Unici e La Mia Passione, rispettivamente su Rai2 e Rai3, gli anni sono sempre quelli successivi all’approdo del nuovo millennio. Guccini dà il meglio di sè quando c’è un intervistatore che lo stuzzica: nel caso specifico il compito – tutt’altro che ingrato – venne affidato al cronista Marco Marra. Il quale è riuscito a tenere testa alle divagazioni del cantautore antidivo e mai schiavo della modernità con riflessioni costanti che portarono Guccini ad aprirsi come non aveva mai fatto prima. Ultimo, ma non per importanza: Fabio Fazio, che lo ha voluto ospite ripetutamente a Che Tempo Che Fa. Impossibile dimenticare, nel passato recente, anche la presenza a Propaganda Live con Diego Bianchi.
Cultura, ironia e imprevedibile leggerezza
Il tratto comune di queste esperienze televisive era proprio la schiettezza di un genio del suo tempo che si metteva a disposizione del mezzo televisivo senza, però, esserne soggiogato. Con Guccini, non esistevano scalette, non esistevano classifiche e soprattutto il concetto di tempo narrativo andava a farsi benedire. La storia la faceva lui attraverso i suoi racconti e l’ironia spigliata, qualità che riusciva – in maniera assurda, ma altrettanto imprevedibile – a fermare il tempo tra una parola e un sospiro. Quello che non riusciva a inserire nelle canzoni, lo portava – con garbo e un pizzico di stravaganza – sul piccolo schermo regalando momenti in grado di mescolare cultura, ironia, leggerezza e profondità.
Guccini è stato e resta un intellettuale a 360 gradi a cui anche la televisione deve dire grazie perché ha idealmente rotto gli argini della diffusione entrando nelle case degli italiani con la stessa grazia e forza con cui soleva cantare. Oggi, per un ultimo saluto, il rimpianto di non averlo approfondito abbastanza si fa largo anche tra gli addetti ai lavori del piccolo schermo. I quali, d’ora in poi, dovranno accontentarsi del tasto del rewind. Non prima di aver cercato e intonato distrattamente un ultimo ritornello che si porta dietro un’epoca intera, proprio come una locomotiva che non ha mai smesso di andare avanti. Alla prossima fermata, senza rimorsi e con quel rispetto che si deve a chi ha fatto la storia senza immaginarlo. Portando in scena il cuore e la voglia di cambiare il mondo, una frase alla volta.