Zerocalcare “va visto con i sottotitoli”? Ma la fiction italiana li usa già (e per fortuna)

Dal recente caso Zerocalcare, passando per Gomorra, Mare Fuori e L’Amica Geniale: il dialetto fa parte del racconto seriale italiano, ma non sempre piace

Da quando è uscita, Strappare lungo i bordi (diventata di fatto il fenomeno più acclamato di Netflix Italia fin dal suo debutto in Italia cinque anni fa) ha conquistato tutti. O quasi: la critica che viene rivolta più spesso a Zerocalcare è che sia “troppo romano”, ovvero che nel racconto che si dipana per i sei episodi della serie alla lingua italiana sia preferito un romanesco che complicherebbe la comprensione di quanto detto.

Una critica mossa con cognizione di causa oppure un pretesto per attaccare chi è riuscito laddove altri non ce l’hanno fatta? Lasciamo a voi rispondere a questa domanda. Noi, piuttosto, ci vogliamo soffermare su come i dialetti italiani, in realtà, siano già presenti nella serialità nostrana, senza però aver suscitato mai tutto questo clamore.

Mettiamo da parte il caso del romanesco: di fiction ambientate a Roma in cui i personaggi si perdono in parole troncare, espressioni e modi di dire tipicamente del Centro Italia ce ne sono tante. C’è, invece, un altro dialetto che la fiction italiana usa per “colorare” i propri dialoghi, ed è il napoletano.

Proprio in queste settimane stanno andando in onda due esempi: Gomorra-La serie e Mare Fuori. Entrambe ambientate a Napoli, nella stesura della sceneggiatura si è scelto di non ripulire le battute del linguaggio locale ma, piuttosto, di giocarci e farlo diventare uno dei propri punti di forza. Così, in Gomorra il napoletano serve ad entrare meglio dentro la realtà del mondo raccontato prima nel best-seller di Roberto Saviano e poi nella serie tv, mentre in Mare Fuori il napoletano -oltre a conferire un tocco di realismo- serve ad empatizzare meglio con il protagonista Filippo (Nicola Maupas), milanese catapultato in un penitenziario minorile del Sud e che spesso si ritrova confuso di fronte alle parole dei suoi compagni di cella.

Entrano così in gioco i sottotitoli: entrambe le serie di cui abbiamo appena parlato ne fanno ampio uso. Gomorra, soprattutto, fin dalla prima stagione ha fatto dei sottotitoli l’unica alternativa a chi di Napoli non è e non riesce proprio a stare al passo con quello che dicono i personaggi. Mare Fuori, invece, ha accentuato questa sua peculiarità nella seconda stagione, in cui l’uso del sottotitolo diventa molto più frequente.

Non c’è due senza tre: anche L’Amica Geniale, per gli stessi motivi di cui sopra, ricorre ai sottotitoli, in misura minore ma pur sempre presenti nelle scene in cui no, non è proprio possibile sentire Lenù (Margherita Mazzucco) e Lila (Gaia Girace) parlare in un “semplice” italiano.

Insomma, gli italiani si stanno pian piano abituando ad usare i sottotitoli non solo quando vedono una serie tv straniera, ma anche quando sono di fronte ad una produzione italiana. Ed è qui che il pubblico si divide: è giusto oppure no? E’ meglio perdere parte di quel realismo di cui la serialità contemporanea vuole farsi portavoce a favore di una comprensione alla portata di tutti, oppure rinunciare ad una fetta di pubblico più intransigente e cercare degli spettatori capaci di compiere uno sforzo in più durante la visione?

Un dilemma a cui, forse, non c’è risposta: il sottotitolo non deve essere visto come fastidio, ma come strumento utile a garantire una veridicità di linguaggio ed al tempo stesso una distribuzione più capillare possibile. D’altro canto, non è assolutamente pensabile che tutta la produzione italiana, in virtù del fatto che “tanto ci sono i sottotitoli” si perda nei meandri dei dialetti italiani.

Certo è che, appunto, i nostri dialetti sono tanti, sono belli e soprattutto sono da salvaguardare. Rinunciare ad essi sarebbe un peccato, così come non renderli più noti anche a chi non dovrà usarli tutti i giorni. E se la fiction italiana, nel suo racconto del Paese Reale, riesce a ricordarci anche le nostre origini linguistiche, non ci sarebbe niente di male. Senza quelle “strane” parole ed espressioni, siamo certi che i Savastano non sarebbero diventati così riconoscibili, i giovani detenuti di Raidue avrebbero perso parte del loro carisma ed anche le due amiche del Rione ci sarebbero risultate meno vicine alle nostre storie. E Zerocalcare non sarebbe Zerocalcare.