In alto i… Cuori: il medical drama di Raiuno torna negli anni ’60 ma solo per trovare la sua originalità

C’è una scena, nel secondo episodio di Cuori, in cui il Dr. Corvara (Daniele Pecci), per salvare una ragazza, ha un’idea. Quando il Dr. Ferraris (Matteo Martari) gli chiede di che si tratti, risponde “Un viaggio nel tempo”. Ecco, Cuori è sì un viaggio nel tempo, che però sa mantenere ben saldo lo sguardo sui

C’è una scena, nel secondo episodio di Cuori, in cui il Dr. Corvara (Daniele Pecci), per salvare una ragazza, ha un’idea. Quando il Dr. Ferraris (Matteo Martari) gli chiede di che si tratti, risponde “Un viaggio nel tempo”. Ecco, Cuori è sì un viaggio nel tempo, che però sa mantenere ben saldo lo sguardo sui linguaggi del presente.

Cuori, la recensione della fiction di Raiuno

Chi pensa che la nuova fiction di Raiuno (visibile anche su RaiPlay) possa essere semplicemente il solito racconto ambientato nel passato e quindi a favore del pubblico un po’ più attempato, si sbaglia di grosso. Cuori è sì un viaggio nel tempo, come dice il personaggio interpretato da Pecci, ma il contesto storico diventa occasione attiva per costruire qualcosa che possa agganciare il pubblico di oggi.

Come ci riesce? Utilizzando uno dei generi più affascinanti e complicati della serialità, ovvero il medical drama. Quando giri una serie ambientata in un ospedale, il rischio di cadere nella trappola della retorica e del già visto è dietro l’angolo. In quel di Cuori gli sceneggiatori lo sanno bene, ed affrontano la cosa nell’unico modo possibile: evitando l’esagerazione a tutti i costi.

Cuori riesce ad essere così una serie originale pur non puntando su grandi cambiamenti nel canone di genere: ci sono i casi di puntata, le risoluzioni innovative che definiscono il talento dei medici protagonisti, le caratteristiche più uniche che rare che li rendono ancora più eroici (vedasi l’orecchio assoluto della Dr.sa Brunello, interpretata da Pilar Fogliati), i momenti più leggeri e quelli più romantici. E, poi, l’immancabile triangolo amoroso con tanto di mistero.

Chi ama i medical avrà già trovato tutti questi “ingredienti” in altre serie. A dare a Cuori il suo elemento distintivo è, innanzitutto, proprio quell’ambientazione nel passato: tornare alla fine degli anni Sessanta permette di ri-scoprire un modo di fare medicina lontano dai nostri tempi, facendoci dimenticare strumentazioni all’avanguardia e nuove tecnologie. Quelli, inoltre, sono gli anni in cui nel campo medico si stanno facendo grandi scoperte e si vive la professione con un coraggio ed una voglia di fare passi avanti senza precedenti. Spunti che permettono di raccontare la serie senza l’ansia del paragone con gli ospedali seriali ambientati nel nostro presente.

Al tempo stesso, però, Cuori affonda le radici della sua idea nei giorni nostri, umanizzando la professione del cardiochirurgo e ponendo in primo piano la questione della discriminazione sessuale tramite le vicende di una dottoressa competente ma mal digerita sia da colleghi che da pazienti. La dimensione che ne viene fuori è sospesa tra passato e presente, ma anche grazie a questo riesce a rappresentare bene entrambi, mantenendo sempre alta l’attenzione del pubblico.

Un pubblico che di medical drama americani ne ha visti tanti, e che solitamente tende a fare i dovuti paragoni ogni volta che l’Italia si cimenta in questo genere. Nel caso di Cuori, non si può non pensare ad un Grey’s anatomy in chiave flashback nei nostri anni Sessanta, fin dal titolo, che furbescamente richiama sia la materia principale di lavoro dei protagonisti che il tema su cui si reggerà tutta la serie.

Per lavorare ad un progetto del genere c’è voluto coraggio, e stando ai primi due episodi sembra essere stato ripagato: Cuori sa ben difendersi dai vari paragoni che il pubblico potrebbe fare, ma soprattutto chiarisce da subito i propri confini, senza alcuna pretesa di riscrivere il genere. Si viaggia nel tempo ma non per riscrivere la Storia.