Crazy for football, calcio, malattie mentali ed inclusione possono coesistere: ed il risultato è una lezione per tutti

De Biasi trasforma la storia che già aveva raccontato in un docu-film in un film-tv sincero, che fa sorridere e che ci ricorda che è bello essere diversi

Malattie mentali e calcio, ovvero l’a-normale e ciò che è normale per antonomasia: possono coesistere in un’unica storia? Volfango De Biasi, e prima ancora di lui il Dr. Santo Rullo, ci hanno dimostrato che sì, è assolutamente possibile. Il progetto Crazy for football -che ricordiamo è tutt’ora in corso con il sostegno della FIGC- in forma film-tv non solo convince, ma riesce a comunicare un messaggio fortissimo tramite il linguaggio più semplice del mondo, quello del sorriso e dell’inclusione (quella vera, non quella delle frasi fatte).

Crazy for football, la recensione

De Biasi -che ha seguito il lavoro di Rullo prima nell’omonimo docufilm e poi in un libro- mette in scena in maniera divertita ma mai offensiva una storia recentissima e che, anche per questo, parla al pubblico senza dover essere troppo stravolta.

I ragazzi protagonisti sono ragazzi di oggi, i cui problemi sono quelli di fronte a cui si trovano i medici e gli operatori con cui interagiscono ogni giorno. La contemporaneità si sente tutta, e con essa la necessità di fare in modo che Crazy for football non si sporcasse con troppe alterazioni nel racconto.

E non stiamo parlando di invenzioni narrative, quanto piuttosto della sincerità di una storia che sebbene abbia come protagonisti ragazzi con determinate problematiche, parla in realtà a tutti noi. Crazy for football, così come il progetto stesso, è una storia di pazzia, intesa come audacia e voglia di provarci, sempre.

Ci prova il Dr. Lulli (uno straordinario, come sempre, Sergio Castellitto) nel formare una squadra di calcio a 5 con pazienti psichiatrici; ci prova Zaccardi (un Max Tortora azzeccatissimo nel suo ruolo), allenatore in cerca di una seconda vita; ma ci provano soprattutto i ragazzi stessi, di fronte all’opportunità di sentirsi non normali -nell’accezione di “nella norma”– ma perfetti nella loro diversità.

Usare il calcio, il gioco più amato dagli italiani, come scenario per una storia legata alla psichiatria ed alla cura di chi soffre di disturbi, è l’azzardo più folle che si potesse fare, sì, ma anche il più giusto. Crazy for football riporta nelle giuste dimensioni un dibattito, quello sull’importanza di accettare noi stessi anche nei nostri difetti e nelle nostre difficoltà, che spesso deraglia in frasi fatte ma mai veramente sentite, ricordandosi che anche sbagliare fa parte della vita.