Christian, se personaggi allo sbando incontrano la speranza: la recensione

Christian non parla di Fede, ma di speranza: la serie cerca di smuovere il panorama italiano con una storia che potrebbe diventare una saga per Sky

Chiariamolo subito: Christian non è una serie sulla Fede. Nonostante la sinossi ed il nome stesso del protagonista possano indurre a pensare ad una serie in cui il tema religioso prende il sopravvento, non è affatto così. Se dobbiamo essere onesti, Christian è prima di tutto un esperimento. Da parte di Sky, che ha commissionato la serie, e da parte di Lucky Red, che l’ha prodotta con Newen Connect, alle prese con qualcosa di quasi totalmente inedito in Italia. E di quel “quasi” ne parliamo subito.

Christian Sky, la recensione della serie tv

Christian è infatti inevitabilmente un’idea figlia di “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Ok, il fumetto “Stigmate” da cui è tratta la serie è del 1994, quindi antecedente di molto il film di Gabriele Mainetti, ma solo l’eco della pellicola che aveva come protagonista Claudio Santamaria ha permesso che si iniziasse a pensare davvero a portare in tv la storia di un “supereroe di borgata”.

Una definizione che però non calza a pennello al personaggio interpretato da Edoardo Pesce. Christian è infatti un uomo non comune, ma comune nella città-palazzo in cui vive da piccolo: un picchiatore di professione, al lavoro per il boss Lino (Giordano De Plano), che sogna di diventare capo-zona ed ottenere una “promozione” per continuare a gestire gli affari poco leciti del suo capo.

Il potere -o, meglio, dono- che Christian riceve, non lo voleva proprio. Ora che però ce l’ha, in lui sorge un dubbio: tenerlo nascosto o renderlo pubblico? La serie parte così, per poi prendere verso il finale (in tutto sono sei episodi della durata di circa cinquanta minuti ciascuno) una piega che fa ben pensare ad un mondo più vasto oltre a quello che è stato mostrato fino a quel momento.

L’impressione, insomma, è che Christian abbia solo grattato la superficie di un racconto che potrebbe davvero diventare un pezzo forte dell’offerta di Sky. Esperimento, dicevamo, e come tutti gli esperimenti c’è qualcosa da aggiustare, soprattutto nei primi episodi, in cui la storia si prende un po’ troppo tempo per ingranare e potrebbe indurre il pubblico a rinunciare alla sua visione.

© Matteo Graia

Dal terzo episodio, però, Christian diventa… Christian. E tutti gli ingredienti che gli sceneggiatori Roberto Saku Cinardi, Valerio Cilio ed Enrico Audenino avevano in mente iniziano ad essere messi nel pentolone: ingredienti che potrebbero risultare un po’ troppi, strada facendo. Il rischio, in altre parole, è che la definizione “supernatural crime drama” che Sky ha attribuito alla serie possa diventare una trappola per il proseguo della serie.

Servirà fare delle scelte e valutare cosa lasciare indietro e cosa, invece, trasformare in chiave per aprire le porte giuste. La prima stagione di Christian è, insomma, un grande prologo a quella che potrebbe trasformarsi in una saga made in Italy capace di attirare l’attenzione anche del pubblico straniero.

L’idea di Fede con cui abbiamo aperto, come vedete, non è centrale: piuttosto, agli sceneggiatori interessa parlare di speranza e di miglioramento del proprio futuro, e di come questi possano fare paura quando diventano praticabili e non più solo un sogno. Ecco che, allora, il dono ricevuto da Christian diventa il perno intorno a cui ruotano personaggi e situazioni allo sbando, che non volevano essere salvati, fino ad oggi.