Braci by Barù su Food Network: “Voglio divertirmi e divertire. La cucina in tv deve intrattenere, non solo dare ricette”

“Ho dovuto fare il GF per farmi conoscere…”: una chiacchiera ad alto tasso di ironia prima dello speciale Braci by Barù, su Food Network.

Parlare con Barù è una vera esperienza. È come se ti prendesse per mano e ti facesse entrare, sia pure per pochi minuti, nel suo mondo fatto di ironia, spontaneità, un pizzico di sarcasmo e in cui è totalmente assente il desiderio di mostrarsi diverso da quel che è. Ed è un’assenza ffiglia della consapevolezza di sé. E così si finisce per scambiarsi consigli su programmi di cucina da vedere, per lo più format giapponesi e cinesi ai confini della realtà, e soprattutto si respira libertà. Sarà interessante vedere come questa peculiarità, rara nei più, si misuri con la griglia di un format televisivo che di per sé prevede limiti e tempi, contenuti condivisi e obiettivi di raggiungere. Ma dalla chiacchierata fatta con Gherardo Gaetani dell’Aquila d’Aragona – questo il suo nome di battesimo – poco prima del debutto, direi che questa è una preoccupazione che non ha mai davvero attraversato la sua mente nella realizzazione di Braci by Barù, uno speciale di 30′ prodotto da Level 33 per Warner Bros. Discovery su progetto MNComm e Food Media Factory, in onda questa sera – venerdì 29 luglio – alle 22.00 su Food Network (DTT, 33).

Una puntata unica, un one shot che riprende l’esperienza ‘social’ fatta da Barù per puro divertissement e che arriva in tv però priva di uno dei suoi elementi caratteristici, ovvero la chiacchiera con l’ospite davanti alla brace. “Mi piace intervistare le persone” dice il padrone di casa che per ora veste i panni del ‘barbecuer’ sull’onda anche del temporary restaurant che ha aperto sui Navigli a Milano. L’esperienza terminerà a fine mese, ma ci sono già in cantiere progetti per un restyling e una (ri)apertura in inverno, probabilmente a dicembre. Ma non è il ristorante il punto focale: non è né l’origine, né la vera conseguenza di questo one shot che ha tutta l’aria di essere un pilot (“O forse non avevano il budget per fare tutta una serie”, scherza subito Barù), un primo assaggio per una serie più lunga e strutturata. E non potevamo che partire da qui, da questo che sembra un amuse-bouche per iniziare questo viaggio alla scoperta non tanto di un programma tv quanto di un modo di vivere e raccontarsi che si svela fin dalle primissime battute. Alla più scontata delle domande, ovvero “come nasce questo programma?”, la risposta è delle meno attese, ma delle più sincere: “Non ne ho la minima idea!”. E sono subito pronta a farmi risucchiare dal Barù-flow senza opporre resistenza. Ma una risposta arriva ed è da qui che partiamo, davvero.

“Beh, questo speciale nasce da Braci, una serie di appuntamenti che ho fatto su Instagram l’anno scorso: in pratica una serie di interviste che facevo dietro a un barbecue. L’idea era quella di riprendere quella serie, ma poi è diventata uno speciale che alla base vuole raccontare una mia giornata tipo a Milano, dove ora vivo. Non l’ho visto, perché io non mi rivedo mai, ma credo sia incentrato più su di me che sulla brace: mi hanno chiesto però di fare anche tre o quattro ricette, anche perché su Food Network un po’ di cibo ci deve essere (ride), e quindi l’ho fatto…”

Mi sembra di capire, però, che manchi l’aspetto centrale del ‘format’ Instagram, ovvero l’intervista all’ospite…

“Ecco quello sì. Sono sincero, mi piacerebbe che il programma continuasse e ringrazio Food Network già di avermi dato questa opportunità, ma sarebbe una figata fare il programma che mi piace, ovvero fare le interviste dietro al barbecue con della gente interessante. Anche perché a me piace intervistare le persone: basta dare il là e far parlare loro, così anche quando non sai cosa dire fai fare a loro (e si sente, sornione). Devo dire che la gente si apre facilmente con me e non so neanche io perché: forse perché non mi interessa quello che dicono (e qui scatta una grassa e complice risata, perché l’ironia salverà il mondo)”.

Ok, mi sembra di capire non ci sia proprio una scrittura dietro a questo speciale: più che uno scripted ha l’aria di essere un docureality, diciamo così. Non mi sembri a naso, il tipo che recita copioni…

“Nooooo (ride e questa nota ridanciana continua per tutta la risposta). Provano sempre a mettermi accanto degli autori e mi fanno innervosire, perché poi rovinano la spontaneità e non mi fanno dire quello che vorrei dire. Finisce per esser peggio!”

Un po’ di verità, un po’ di amore per la risata: l’ironia è un’arma splendida e potente, che in tv – e nella società – è sempre meno usata, ma che qui esplode. E se c’è una cosa difficile da ingabbiare negli schemi di un format è proprio l’ironia: in pochi ci sono riusciti in tv e un esempio è proprio ‘in famiglia’. Ma tra battute e verità, si continua a chiacchierare come in una puntata di Braci: inutile dire che il pallino lo ha preso già in mano Barù.

Braci by Barù

Provo a fare una domanda ‘seria’, va’: come si fa a tenere la spontaneità dentro a un format che ha le sue regole e i suoi limiti?

(La domanda prova a essere seria, la risposta ovviamente segue il suo flusso…) “Ah beh, ma quello è un problema di chi deve mettere insieme il programma! (Ride)”

Ecco, va a finire, come spesso accade, che le parti migliori sono quelle tagliate: bisognerebbe poi fare uno speciale sullo speciale…

“Esatto! Scherzi a parte, magari girando fai diverse cose, ma per la televisione magari non funzionano. Sai, c’è questo piccolissimo problema che in tv non si può fare tutto quello che vorresti, che non possiamo comportarci come vogliamo (e si ride ancora). Ma a parte tutto io davvero spero faccia ridere, ma davvero. Voglio far divertire, anche perché mi sembra che anche quando si parla di cibo siano sempre tutti seri. E invece no: vorrei far divertire e vorrei anche fare qualcosa di diverso”.

Ma in che senso?

“La cucina non è solo ricette, è divertimento. Io voglio divertirmi e voglio far divertire. Penso siano finiti i tempi dei programmi di cucina in cui si danno le ricette e via: il linguaggio deve cambiare, c’è bisogno di essere sempre più dinamici e devono soprattutto intrattenere, non limitarsi a dare qualche ricetta, su…”.

Braci by Barù

Ma tu guardi programmi tv di cucina?

“Sì, sì, qualcuno lo guardo… Faccio solo un nome, che per me era il numero uno: Anthony Bourdain”.

Beh, uno che ha fatto della cucina la chiave di accesso alle culture del mondo..

“E secondo me è proprio quello che va fatto: un format ibrido, che racconti storie tramite la cucina”.

E in questo senso, dunque, si potrebbe riprendere l’esperienza originaria di Braci, ovvero quella di raccontare persone e storie davanti al barbecue. Se mai dovesse davvero arrivare la proposta da Warner Bros. Discovery, avresti già in mente una lista di ospiti?

“Ah guarda, io vorrei fotografi, architetti, insomma tutta gente un po’ ‘da fuori’ e non del sistema tv italiano, ma non per qualche forma di snobismo, ma proprio per far conoscere qualcosa di diverso, di nuovo, che il pubblico non ha ancora conosciuto. Insomma, sì, te la dico come la sto pensando: ci devono essere secondo me cuochi e chef che sappiano cucinare, che propongano delle cose carine e ancora non noti al grande pubblico, e poi gente più o meno estranea al contesto ma che abbiano qualcosa da dire, interessanti. Dall’architetto all’allevatore, dal fotografo al produttore agricolo: storie interessanti da raccontare davanti alla griglia”.

(Il pensiero corre all’eterogeneità pop di un talk come Pranzo in tv di Rispoli, che qui potrebbe trovare una versione postmediale con la spontaneità di Barù).

Beh, non sarebbe male: magari potresti riuscire a fare un format ‘meno formattato’, capace di adattarsi a te e meno ai tempi della tv. Certo, i social danno una libertà di formato che la tv non ha, ma in questo senso si potrebbe creare una di quelle ibridazioni e dei cambi di linguaggio di cui parlavi all’inizio…

“Guarda, ho dovuto fare il Grande Fratello per farmi conoscere per quel che sono. Dopo venti anni nei quali nessuno mi guardava come un pazzo, ora finalmente sono uscito me stesso (e si torna a ridere). Mi dicevano che ero ‘di nicchia’ (il birignao è difficile da rendere per iscritto), ma ora che mi sono confrontato con gente ‘normale’ e ho avuto la conferma che il ‘popolo italiano’ mi stima, magari mi fanno fare quello che voglio (si ride tanto e a scanso di equivoci, il tasso di ironia torna a salire alle stelle, con gran soddisfazione e gran divertimento)”.

Barù

Ma se non fosse e ti proponessero ancora ricette?

“Ma sì, ma va bene lo stesso! Anche perché il barbecue, la griglia è ancora un territorio poco battuto da noi e di programmi sul genere ce ne sono pochi”.

In effetti mi viene da pensare che sia più una cosa made in USA o propria dei Paesi del Nord Europa…

“In realtà non credo. La griglia fa parte della nostra tradizione: non voglio tornare indietro agli etruschi o ai romani, ma il cibo si è sempre cotto così. La brace fa parte della cultura contadina e noi siamo un paese prevalentemente contadino. Probabilmente questa modalità di cottura è sempre stata talmente quotidiana da noi da non essere mai diventata una moda, anzi forse ce ne siamo progressivamente allontanati proprio per fare altro, per provare qualcosa di diverso”.

Ecco, è la dimostrazione che si fa cultura col cibo. Insomma, per fare una battuta fin troppo scontata mi sembra che di carne al fuoco ce ne sia abbastanza: lo speciale, diverse idee per continuare con la tv e l’esperienza col ristorante che tornerà rinnovato alla fine dell’anno…

“Guarda, stiamo valutando tante cose. Ma le saprete a tempo debito (e torna a sorridere)

Per adesso godiamoci questa giornata milanese con Barù, sollevati anche dal fatto che dietro la griglia a 40° non ci siamo noi… Ad majora.