Boris 4, la resurrezione di Disney+ non cambia nulla (per fortuna): la recensione

Niente scene da reunion o abbracci: Boris 4 va subito dritto al sodo. Il che vuol dire ridere e scherzare sul grande gioco del fare serie tv in Italia

Undici anni e non sentirli affatto. Era il 2011 quando abbiamo visto per l’ultima volta Boris, non in tv, ma al cinema, con un film che -come nella migliore tradizione- solitamente va a chiudere un ciclo cominciato sul piccolo schermo. Ma oggi, nel 2022, le cose sono cambiate: c’è un livello successivo, che si chiama streaming, che vanta tra i suoi poteri anche quello di resuscitare serie che mai avremmo pensato di rivedere più. Boris 4 è frutto di una resurrezione, per opera di Disney+: eppure, tutto sembra essere rimasto com’era, ed è tutto ancora così incredibilmente attuale (e tutto da ridere).

Boris 4, la recensione

Parliamo di resurrezione non a caso: dopo “Occhi del cuore”, “Medical Dimension” e il film de “La Casta”, la nuova… vittima della troupe artistica e tecnica guidata da Renè Ferretti (Francesco Pannofino) è nientemeno che “Vita di Gesù”. Protagonista, ovviamente, Stanis (Pietro Sermonti), ora anche produttore con la sua “Snip-So not italian production” insieme a Corinna (Carolina Crescentini), diventata nel frattempo sua moglie.

La quarta stagione, complice anche un numero ridotto di episodi rispetto al passato (in tutto sono otto), mette da parte le varie scene da reunion che numerosi altri revival stranieri in questi anni ci hanno mostrano. La crew di Ferretti si ritrova, ma è come se non si fossero mai persi di vista: inutile perdere altro tempo, anche perché Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo (autori e anche registi) sanno che il pubblico vuole altro, il pubblico vuole vedere il set.

Boris 4 -ma in generale tutta la serie- dà il meglio di sé proprio quando scardina tutte le convinzioni che si possano avere sulla vita in scena e dietro le quinte di un teatro di posa. Dal “siamo tutti una grande famiglia” al “c’è un grande rispetto per tutti”, Boris fin dal suo primo episodio nel lontano 2007 si era candidato a raccontare il politicamente scorretto della fiction italiana.

Oggi, si candida invece a prendere in giro l’ultima generazione dell’entertainment, le piattaforme SVOD, appunto, e la loro ossessione ad avere in catalogo prodotti che rispettino ciascuno un algoritmo e che non deraglino dai binari di esigenze che, sì, possono essere molto mutevoli, ma fin quando sono quelle imposte sono granitiche nel loro dover essere rispettate.

Proprio come nelle prime tre stagioni, lo sguardo di Ciarrapico e Vendruscolo (il cui ricordo dell’amico e collega Mattia Torre trova spazio nella rappresentazione dei tre sceneggiatori e del nuovo rapporto che li lega) non è mai compiacente o in cerca di una morale, di un lieto fine, di un “però ce l’hanno fatta”. Non a caso uno dei tormentoni di Boris è quell’”a caxxo di cane” pronunciato innumerevoli volte da Ferretti: anche questa quarta stagione mette in scena una commedia dell’escamotage, della scorciatoia e della sufficienza, quella che basta per poter dire “Buona!” e passare alla prossima scena.

Ma attenzione: mai Boris ha voluto fare critica feroce verso la serialità italiana. Questa storia, piuttosto, ci ricorda che raccontare storie -sia per la tv, per una piattaforma o per il grande schermo- è sempre un gioco, in cui però a giocare sono adulti che, in quanto tali, si portano dietro nevrosi, preoccupazioni, fame di successo, ma anche passione. Oggi, con un pubblico televisivo notevolmente cambiato e più avvezzo ai linguaggi delle serie tv (quando Boris debuttò su Fox Italia, eravamo nel pieno di un’età d’oro per le serie, a cui negli anni ne sono velocemente succedute altre), questo gioco non è mai cambiato: Boris 4 ce lo ricorda e fa giocare anche noi.