It’s all good, Jimmy: il finale di Better Call Saul è perfezione

Lamentarsi dei finali delle nostre serie tv preferite è ormai diventato uno sport nazionale. Ci sono dei casi, però, in cui non ci si può aggrappare a nessuna scusa e in cui bisogna semplicemente ammettere di aver assistito al miglio finale possibile. Il finale di Better Call Saul è uno di quei casi: il tredicesimo

Lamentarsi dei finali delle nostre serie tv preferite è ormai diventato uno sport nazionale. Ci sono dei casi, però, in cui non ci si può aggrappare a nessuna scusa e in cui bisogna semplicemente ammettere di aver assistito al miglio finale possibile. Il finale di Better Call Saul è uno di quei casi: il tredicesimo episodio della sesta ed ultima stagione (disponibile su Netflix) è semplicemente perfetto, coerente, emozionante e con le giuste sorprese.

Come finisce Better Call Saul?

-ATTENZIONE: SPOILER-
L’ultimo episodio, dal titolo “Saul Gone” (in italiano “Chiamavano Saul”) mischia ancora una volta passato e presente o, meglio, quel futuro delle stagioni precedenti ora diventato presente del racconto: in poche parole il post-Breaking Bad.

Marion (Carol Burnett) ha capito chi sia veramente Gene ed avverte la Polizia: per Gene/Saul/Jimmy (Bob Odenkirk) inizia la fuga, che dura poco. I poliziotti lo rintracciano in un cassonetto dell’immondizia. Per lui sembra non ci sia più nulla da fare.

Assistito dal suo vecchio avversario in aula Bill Oakley (Peter Diseth) -che accetta di difenderlo dopo una telefonata in cui ritroviamo il buon vecchio Saul Goodman-, il protagonista affronta gli avvocati federali e -presenza a sorpresa del finale- Marie Schrader (Betsy Brandt), la vedova di Hank (Dean Norris). Saul, rispolverando tutto il suo talento nell’ottenere il meglio anche dalle situazioni più difficili, riesce a patteggiare una pena di soli sette anni, a fronte di una serie di reati per cui è accusato che gli sarebbero costati il carcere a vita.

Prova a migliorare la pena garantendo nuove ammissioni sul presunto suicidio di Howard Hamlin (Patrick Fabian), ma arriva tardi: scopre che Kim (Rhea Seehorn) ha già confessato la verità su come sia morto il suo ex collega alla moglie di Howard, che ora sta valutando se intentare una causa civile contro di lei, togliendo tutto ciò che ha e che avrà. Decide, allora, di garantire una nuova dichiarazione contro Kim, pur di assicurarsi nuovi benefici in carcere (struttura tra l’altro scelta da lui stesso all’interno del patteggiamento).

Estradato ad Albuquerque, Saul si presenta a processo con i soliti abiti sgargianti (i cui colori noi possiamo solo immaginare, essendo gran parte dell’episodio girato in bianco e nero, come tutte le scene post-Breaking Bad della serie). “Si va in scena”, dice a bassa voce, per poi spiazzare tutti, giudice, Bill e l’accusa.

Saul, infatti, cambia la sua versione dei fatti: se davanti agli avvocati federali aveva detto di aver lavorato per Walter White (Bryan Cranston) solo per paura di ciò che gli avrebbe potuto fare se non avesse accettato, davanti al giudice invece ammette di averlo fatto per vantaggio personale e per tutti i soldi che avrebbe guadagnato.

L’avvocato ritira anche quanto detto su Kim e sul suo coinvolgimento nella morte di Howard: era solo un modo per spingere la donna a presenziare in aula. Kim, dice Saul, tra i due è stata l’unica ad avere il fegato di andare avanti con la sua vita, mentre quello che è scappato da tutto è stato lui. Un’ammissione, quella di Saul, che si chiude con un ricordo del fratello Charles (Michael McKean, e qui c’è il genio della regia, che stacca su una ripresa dell’aula di tribunale dall’alto, vicino al segnale dell’uscita di emergenza, di cui sentiamo il brusio elettrico, in riferimento all’ipersensibilità di Charles verso i dispositivi elettronici) ed una richiesta finale: quella di non chiamarlo più Saul, ma Jimmy. Jimmy McGill.

Il risultato di questa confessione è che la pena di S… Jimmy passa da sette ad ottantasei anni: sul cellulare che lo sta portando in carcere gli altri detenuti lo riconoscono ed iniziano ad urlare “Meglio chiamare Saul”, in segno di rispetto nei suoi confronti e di quanto fatto a tutti i criminali che ha difeso (video in alto).

In carcere, Jimmy lavora nelle cucine, preparando il pane, un po’ come Gene faceva con i rotoli alla vaniglia nel Cinnabon del centro commerciale in cui lavorava. A sorpresa, riceva una visita da Kim, che riesce a spacciarsi per suo avvocato grazie alla sua vecchia tessera dell’ordine che, a quanto pare, non riporta la data di scadenza. I due condividono una sigaretta come ai vecchi tempi (e la cenere della sigaretta stessa acquisisce colore, nel bianco e nero del resto della scena). “Eri sceso a sette anni… Ora sono ottantasei”, commenta Kim. “Sì, ma chissà, con la buona condotta…”, le risponde ironicamente ma neanche tanto Jimmy.

I due si salutano a distanza mentre Kim sta lasciando il carcere e Jimmy si trova in un campetto da basket in cui giocano alcuni detenuti. Jimmy mima due spari con le sue dita, un gesto che spesso faceva proprio con Kim. Lei non replica, e si allontana, mentre lui resta a fissarla mentre se ne va.

Better Call Saul: non chiamatelo solo prequel

La crescita che Better Call Saul ha avuto nel corso di queste sei stagioni è qualcosa di davvero raro in televisione, in un’epoca in cui i finali di serie devono sempre lasciare qualche porticina aperta e, soprattutto, contengono idee che faticano a trovare il pieno consenso del pubblico.

Il lavoro fatto da Vince Gilligan e Peter Gould merita attenzione, e sicuramente dovrà essere preso in considerazione da chiunque voglia intraprendere il mestiere di sceneggiatore. Better Call Saul era nato come prequel di Breaking Bad, etichettato prima ancora di andare in onda come una semplice serie derivata, e non da una serie tv qualsiasi, ma da quella considerata da molti la migliore serie tv di sempre.

Quello che però è stato messo subito in chiaro fin dai primi episodi è che Breaking Bad, in Better Call Saul, avrebbero avuto sì un’importanza, ma non centrale alla serie, che è proseguita con pochi e giusti riferimenti alla serie madre fino alla fine. Anche la presenza annunciata la primavera scorsa di Bryan Cranston ed Aaron Paul (presenti in differenti scene dal terzultimo all’ultimo episodio) sono state calibrate non per essere semplice fan service, ma per essere, piuttosto, al servizio del personaggio di Saul Goodman.

Un personaggio la cui costruzione è stata curata nel minimo dettaglio, offrendoci una visione che tridimensionale è dire poco: non scopriamo solo perché Saul è diventato l’avvocato spregiudicato che conoscevamo già, ma scopriamo anche i suoi limiti, le sue paure, i suoi punti deboli. E scopriamo, soprattutto, Kim Wexler: così come in Breaking Bad Jesse è colui che si accorge che il punto di non ritorno è vicino e cerca di allontanarsene, in Better Call Saul Kim quel punto lo sfiora, quasi ne viene attratta, ma alla fine lo respinge, anche se non senza conseguenze. Ed è proprio la sua consapevolezza, quella che manca a Saul, che diventa poi la causa scatenante che porta alla definitiva trasformazione di Jimmy McGill in Saul Goodman.

Ma definire questa sera un prequel è davvero riduttivo: Better Call Saul non si chiude una volta che ci sono state date tutte le risposte relative alla formazione del protagonista, ma rilancia e ci porta al dopo, rivelandosi una serie necessarie per comprendere pienamente l’universo creato da Gilligan e che già aveva trovato completezza sia nel finale di Breaking Bad che nel film “El Camino”.

“Va tutto bene”: è il finale che ci serviva

E con il finale di Better Call Saul l’universo di Breaking Bad giunge -per ora: mai dire mai- a conclusione. E non poteva essere finale migliore: nell’ultima stagione Gilligan e Gould hanno premuto l’acceleratore sul pedale della qualità e si sono concessi il lusso di non fare semplice tv, ma tv d’autore, concentrandosi su ogni apparentemente inutile dettaglio che presto si è rivelato pedina di una partita la cui conclusione, forse scontata, ha lasciato tutti incollati allo schermo.

E così, dopo assurdi raggiri da parte del vecchio “slippin’ Jimmy”, ricoveri per patologie rare di e forse inesistenti di un fratello bravo e sempre migliore, class action che nessun altro legal drama avrebbe pensato di portare tv, Better Call Saul ha colto l’occasione di fare di più, arrivando a regalarsi ed a regalare al pubblico gli ultimi quattro episodi finali quasi interamente in bianco e nero e con una sempre maggiore attenzione ai dialoghi, pochi ma giusti. Compresi i flashback, in cui possiamo salutare un’ultima volta Mike (Jonathan Banks) e trovare addirittura una sottotrama sui rimpianti e su come spendere sette milioni di dollari.

Un caso più unico che raro ma che permette a Better Call Saul di ritagliarsi uno spazio tutto suo in un mondo di serie e racconti sovraffollato. No, come Saul non ci sarà nessun altro. E va bene così, “It’s all good, man”.