BellaMa’: un programma un po’ più “sporco” non fa male a nessuno

Oggi pomeriggio su Rai 2, ha avuto inizio la seconda stagione di BellaMa’, il talk show di Pierluigi Diaco. La recensione di TvBlog

Di Fabio Morasca  

Per la serie “Pierluigi Diaco è criticabile come tutti e criticarlo non significa essere alla ricerca di like facili”, procediamo con la recensione della prima puntata della seconda stagione di BellaMa’, il talk show pomeridiano condotto da Pierluigi Diaco, ribadendo il concetto che né il conduttore romano, né il programma di Rai 2 sono esonerati dall’esercizio di critica televisiva (incredibilmente è così…).

BellaMa’, rispetto al cantiere di un anno fa, è sicuramente un programma che ha trovato una propria quadra, un talk show più asciutto e centrato, con una serie di rubriche che, indubbiamente, hanno contribuito ad una crescente fidelizzazione nel corso della passata stagione.

Il concetto velleitario di “talent di parola” risulta ancora fuori fuoco e anche il famigerato tema del “confronto generazionale” (appassito oltre che famigerato) non emerge ancora del tutto e da una parte, forse, è anche meglio così.

La sfida tra i Boomer e la Generazione Z, confronto incentrato su non si sa che cosa alla fine della fiera, è diventato, si può dire giustamente, un elemento di contorno, quasi irrilevante. I Reel nell’intervista sono un po’ come gli elementi sonori in Ti Sento, tanto per fare un paragone con un altro programma di Diaco, un espediente per spezzare il ritmo dell’intervista.

La prima puntata, incentrata sull’intervista a Rocco Siffredi, ha denotato un’altra verità ossia che un programma televisivo un po’ più “sporco” non fa male a nessuno.

Intervistare il famosissimo attore a luci rosse abruzzese e non scivolare sulla battuta a doppio senso è come andare in Toscana e non mangiare il peposo: impossibile. A meno che le dichiarazioni di Selvaggia Lucarelli sulla doppia morale di Diaco corrispondano a verità (anche perché Diaco ci tiene molto a sottolineare le sue amicizie personali con gli ospiti), il conduttore romano, probabilmente, oggi avrà capito (speriamo) che una battuta colorita, anche detta di pomeriggio, anche espressa nel servizio pubblico, non ammazza nessuno, che un “Che palle!” non uccide un abbonato Rai e che un contenuto un po’ sopra le righe non scandalizza più nemmeno la tanto vituperata Casalinga di Voghera, che sicuramente si è evoluta anche lei in questi anni.

Un “Che Palle!”, anzi, è la prova che, nel programma, si è instaurato un clima rilassato, spontaneo e non costruito e Diaco dovrebbe essere contento di questo, non lanciarsi in battaglie inutili sul linguaggio antico da ripristinare in tv, che, tra l’altro, cozzano con lo slang presente nel titolo del programma e con la trasversalità del format che, inconfutabilmente, punta a più target di spettatori.

Che Diaco esca dal personaggio che si è costruito in questi anni e che si goda un talk show che, seppur con i suoi difetti, ha intrapreso una strada giusta.