Andrea Maggi: “Grazie a Il Collegio, sono diventato una rockstar come i Måneskin. Dietro la mia severità, c’è un grande rispetto per i giovani”

Andrea Maggi a TvBlog: “Riccardo Tosi è il collegiale che mi rende più orgoglioso. Le gemelle Fazzini sono ancora protagoniste dei miei incubi peggiori!”.

A partire da stasera, martedì 26 ottobre 2021, in prima serata su Rai 2, avrà inizio la sesta edizione de Il Collegio. Tra i professori di quest’edizione, ambientata nel 1977, ritroveremo Andrea Maggi, professore di italiano, che TvBlog ha intervistato.

Con Andrea Maggi, abbiamo parlato della nuova edizione, del successo che Il Collegio ha ottenuto in questi anni, dei collegiali delle scorse edizioni che ricorda maggiormente e di molto altro.

Il Collegio, Andrea Maggi: le dichiarazioni

Che edizione de Il Collegio ci aspetterà?

Quest’anno, l’edizione è ambientata nel 1977, un anno molto particolare perché fu l’anno dell’attivismo giovanile e poi, dal punto di vista musicale, l’anno del punk, della disco music, l’anno delle radio libere, delle fanzine, l’anno in cui i giovani fecero sentire la loro voce. Mi aspetto, quindi, un’edizione in cui i giovani cercheranno di far sentire la loro voce e non soltanto per fare confusione o almeno me lo auguro!

Guardando i video di presentazione dei ragazzi, per quanto riguarda gli strafalcioni e gli errori, non stiamo messi male… Avete avuto parecchio da fare, anche quest’anno, da questo punto di vista?

Forse anche di più, visto che più di qualcuno ha confessato che, dopo due anni di didattica a distanza, aveva smesso praticamente di studiare. Ci sono stati studenti che sono arrivati a Il Collegio, dichiarando tranquillamente di non aprire un libro da due anni. Forse è l’anno in cui facciamo più fatica in questo senso.

Lei è presente ne Il Collegio dalla prima edizione. In questi quattro anni, com’è cambiata la sua vita, anche nel modo di rapportarsi con i ragazzi nel suo lavoro di insegnante?

È una cosa molto strana perché questa mia partecipazione a Il Collegio mi ha fatto diventare, agli occhi dei miei studenti, una specie di rockstar, pur essendo un funzionario pubblico! Di solito, le rockstar sono quelle come i Måneskin che vanno contro il costume, che mostrano un po’ la trasgressione, io, invece, sono una rockstar pur essendo un rappresentante, in un certo senso, delle istituzioni perché, effettivamente, come una rockstar, mi fermano per chiedermi l’autografo o per farsi una foto con me. Questa è una cosa molto divertente perché sono rimasto un uomo molto ordinario eppure sono considerato dai ragazzi come una star vera e propria!

Lei ha molto successo anche sui social. Dal suo punto di vista, i giovanissimi cosa apprezzano di lei?

I ragazzi apprezzano il fatto che io li tratti con rispetto e, però, anche con schiettezza. Io, sui social, non ho mai lisciato il pelo ai ragazzi, quando c’è da rimproverarli li rimprovero e vedo che i ragazzi apprezzano questa schiettezza perché sentono che, dietro la mia severità, si nasconde un grandissimo rispetto per loro ed è un po’ lo stesso atteggiamento che ho in classe con i miei studenti reali. Anche all’interno de Il Collegio, per quanto io possa fare il duro con i ragazzi, questa mia durezza è a fin di bene, sgorga da un rispetto infinito per le giovani generazioni che io considero talentuose, brillanti, pure, che hanno bisogno di questa considerazione.

Secondo lei, la Generazione Z è sottovalutata?

La Generazione Z ha tantissime qualità, grandissimi talenti, purtroppo, troppo spesso, soffocati da una grande fragilità dovuta soprattutto alle fragilità degli adulti. I ragazzi di oggi sono molto fragili perché risentono della fragilità dei loro genitori o dei loro stessi insegnanti. Dopo la pandemia, per esempio, c’è stato un aumento di crisi d’ansia da parte dei ragazzi, di crisi di panico, di casi di disagio dovuti a disturbi dell’alimentazione. Andando a scavare, si è scoperto che tutti questi disagi derivavano dai disagi di noi adulti. A volte, forse, il problema dei ragazzi siamo proprio noi adulti, i giovani avrebbero bisogno, da parte di noi adulti, di una maggiore considerazione. Noi adulti siamo bravi a fare di tutta l’erba un fascio, quando vediamo un gruppo di ragazzi che si comportano male, tendiamo a condannare l’intera categoria dei giovani, quando, in realtà, dovremmo, invece, valorizzare i talenti e ce ne sono tanti. I ragazzi hanno bisogno che i genitori e gli insegnanti credano in loro e che diano loro sicurezze e non incertezze.

Soffermandoci sugli adulti, secondo lei, Il Collegio è un programma seguito anche dai genitori?

Sì, sì, sempre di più e lo costato proprio di persona, ci sono tantissimi genitori che mi fermano per strada e mi dicono che seguono Il Collegio con interesse. Il Collegio è diventato un collante, un veicolo di comunicazione tra il mondo dei figli e il mondo dei genitori perché forse è una delle poche trasmissioni, se non l’unica, che i genitori e i figli guardano insieme. I genitori la guardano per osservare il mondo dei ragazzi e i ragazzi, per divertirsi alle spalle dei collegiali o assieme a loro.

I ragazzi di oggi che sognano di prendere parte a Il Collegio, secondo lei, sognano solamente un successo facile sui social oppure c’è qualcosa di più, dietro questo desiderio?

Sicuramente, tra loro, c’è chi immagina di diventare un influencer ma molti dei ragazzi che vorrebbero entrare nel Collegio sono certo che vorrebbero farlo per mettersi alla prova in un contesto in cui le regole sono perentorie perché, troppo spesso, nel mondo in cui vivono, a scuola, nella famiglia, le regole non vengono rispettate e, a volte, non ci sono proprio, per cui parte dello smarrimento dei giovani di oggi deriva proprio dal fatto che vivono in un ambiente in totale assenza di regole.

Le regole, ne Il Collegio, quindi, diventano un aspetto positivo…

Diventano un aspetto positivo perché segnano un percorso. Poi è chiaro che un ragazzo ha il sacrosanto diritto di sperimentare fino a dove può sfidare le regole perché è giusto così, le regole degli adulti sono fatte perché i giovani cerchino di forzarle, di romperle. Tutti i rivoluzionari della storia sono giovani e, quindi, è normale così. In assenza di regole, però, come fanno i giovani a sperimentarsi nella società, nel mondo? Non possono realizzare loro stessi, non possono formare la loro personalità.

Andando avanti con le edizioni, non c’è il rischio che i ragazzi si studino le edizioni precedenti, arrivando nel programma più scafati e perdendo, di fatto, anche la naturalezza?

Sì il rischio c’è, anzi il rischio ci sarebbe, se non ci fossimo noi insegnanti che siamo più scafati di loro e che, ogni volta, smontiamo tutti i loro piani! È chiaro che, ormai, siamo alla sesta edizione, i ragazzi entrano, immaginandosi il personaggio da interpretare. Noi insegnanti, però, cerchiamo di smontare tutto questo sul nascere perché altrimenti si perde la naturalezza del programma. Qualsiasi siano i programmi che i ragazzi si fanno prima di entrare, crollano al secondo minuto perché noi cerchiamo in tutti i modi di metterli nelle condizioni di doversela cavare in situazioni sempre più imprevedibili. Questo, secondo me, fa la fortuna del programma che risulta sempre nuovo e sempre originale.

Quando lei ha preso parte a questo programma, nel 2017, si aspettava che, anno dopo anno, avrebbe ottenuto tutto questo successo?

No, non sapevo cosa aspettarmi anche perché mi era stato presentato come un programma mai fatto in Italia quindi non si sapeva veramente quale sarebbe stato l’impatto che avrebbe avuto sul pubblico. Le prime due edizioni erano andate bene ma non benissimo poi, dalla terza, è esploso il successo del programma e davvero non avrei mai immaginato, ripeto, di diventare una rockstar facendo il mio lavoro. La trovo una cosa sorprendente, di cui mi meraviglio davvero ancora tutti i giorni perché io faccio veramente quello per cui ho studiato e lo faccio con passione, perché mi piace, e non mi sembra di fare una cosa tanto straordinaria, eppure ottengo questo consenso che mi lusinga, per cui questa cosa mi spinge a fare ancora di più, a fare ancora meglio. Spero che ci siano altre 10 edizioni de Il Collegio e spero di partecipare a tutte le prossime!

In queste cinque edizioni, qual è il collegiale che ricorda con più nostalgia e il collegiale che l’ha fatta innervosire di più?

Quello che ricordo con più nostalgia è Riccardo Tosi, un collegiale che non è che abbia spiccato molto però, dopo Il Collegio, si è dedicato a tantissime cose tra cui anche la Croce Rossa, oltre ad essere in gambissima all’università. Mi rende davvero molto orgoglioso per quello che fa, sono contento di essere stato il suo insegnante, anche se per poco e limitatamente nell’ambito de Il Collegio. Il collegiale che mi ha fatto dannare di più, in realtà, sono due e sono le gemelle Fazzini che sono ancora protagoniste dei miei incubi peggiori!

La cultura, tramite Il Collegio, è realmente veicolabile o è un aspetto secondario?

Questo dipende da noi insegnanti. Il Collegio è, innanzitutto, un programma di intrattenimento però, parlando di scuola, sono convinto che anche l’intrattenimento permetta di introdurre degli elementi culturali importanti. Ricordo alcune lezioni come, ad esempio, la lezione su Sandro Pertini oppure alcune lezioni su Foscolo o su Leopardi, che contano su YouTube centinaia di migliaia di visualizzazioni di ragazzi che, in qualche modo, sentono parlare di personaggi importantissimi, imprescindibili per la formazione di ciascuno di noi. Anche Il Collegio, quindi, in qualche modo, può contribuire a fare cultura.

All’inizio di quest’avventura, le telecamere, su di lei, hanno avuto un effetto negativo oppure ci si è abituato subito?

Io ho sempre avuto il terrore del palco e ho sempre rifiutato di fare teatro a scuola, mi sono sempre vergognato tantissimo, quindi, nel trovarmi davanti a decine di telecamere, sudavo veramente freddo, per me è stata una grande fatica abituarmi. Adesso mi piace, devo dire che mi piace fare televisione, Il Collegio mi ha finalmente guarito da questa fobia del palco e adesso salgo molto volentieri su questo palco mediatico!

Le piacerebbe fare altro in televisione?

Perché no? Ci ho preso gusto!

Prima ha parlato di COVID-19 e di didattica a distanza, secondo lei com’è stata gestita la scuola in questo anno e mezzo di pandemia?

Secondo me, è stata gestita come si poteva gestire. Inizialmente, era una situazione d’emergenza a cui tutto il personale della scuola ha cercato di far fronte, con le forze a disposizione e con le tante limitazioni. C’erano problemi di approvvigionamento di device, problemi di connessione quindi, anche se da un punto di vista organizzativo le scuole hanno fatto di tutto, purtroppo, in Italia, eravamo un po’ indietro da questo punto di vista. È stata gestita nel migliore dei modi possibili, tenendo presente che partivamo da una situazione di grande svantaggio. Alla scuola, quindi, darei un 6 e mezzo, la sufficienza. L’importante è che, adesso, la scuola rimanga in presenza perché i ragazzi hanno bisogno dell’elemento della socialità e di riconsiderare la scuola come luogo della cultura e la cultura si può fare solo in presenza, con lo scambio personale e con lo scambio sociale.

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Il collegio è un reality prodotto da Magnolia, in onda su Rai 2.

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