American Horror Stories, ovvero se la fabbrica di idee di Ryan Murphy a volte dovrebbe rallentare

Sei storie lungo sette episodi: il format antologico è confermato, ma le idee proposte non sempre sono all’altezza…

Se pensi a Ryan Murphy pensi ad una vera e propria fabbrica di idee, sfornate anno dopo anno tra tv generalista e tv via cavo, fino all’approdo streaming. I titoli da lui creati e prodotti sono davvero tanti, ma se ce n’è uno che lo ha consacrato nell’Olimpo degli autori di serie tv, questo è American Horror Story, che nel 2021 compie dieci anni dalla sua prima messa in onda. Quale migliore regalo, allora, se non uno spin-off? Parliamo ovviamente di American Horror Stories, che in Italia è distribuito da Disney+ (catalogo Star), dove è possibile trovare un episodio nuovo a settimana, dall’8 settembre al 20 ottobre.

Sette episodi che ricalcano il format della serie madre, ma con una differenza: se l’originale racconta una storia lungo tutta la stagione (per poi cambiare l’anno successivo), lo spin-off passa da una vicenda all’altra molto più velocemente. La prima stagione di American Horror Stories propone infatti sei storie (una è divisa in due episodi) differenti l’una dall’altra, succedendo così nuovi personaggi e nuove ambientazioni di settimana in settimana.

Non un format rivoluzionario, sia chiaro: in questo caso Murphy non ha fatto un grande sforzo di inventiva nel proporre ad Fx -dove va in onda negli Stati Uniti- una nuova produzione, ma ha semplicemente messo al plurale non solo il titolo di una delle sue serie tv di maggiore successo, ma anche i suoi contenuti.

Il risultato è un azzardo, come avviene sovente con le serie tv antologiche: alcuni episodi sono così meglio riusciti di altri. In American Horror Stories, però, c’è l’impressione che i “quadri” raccontati di volta in volta siano più degli scarti della serie originale piuttosto che idee capaci di dare allo spin-off un senso di maggiore stabilità.

La produzione può contare, davanti alla macchina da presa, su alcuni nomi di spicco (Matt Bomer, John Carroll Lynch, Danny Trejo e Dylan McDermott), oltre che su un importante impegno per rendere ogni episodio affascinante a livello visivo. Ma chi conosce anche solo un po’ il mondo creativo di Murphy, poteva immaginare che anche in questo caso il suo spirito camp avrebbe avuto la meglio.

A deludere è la mancanza di una vera e propria vena horror all’interno delle storie raccontate, che sono sì ad alto tasso adrenalinico, ma che non sfociano mai nello spavento tale da poter definire questa serie horror, se non nel titolo. Neanche l’utilizzo in ben tre episodi (il primo, il secondo e l’ultimo) della mitica Murder House della prima stagione della serie madre riesce a convincere, risultato piuttosto uno stratagemma per avvicinare il pubblico e convincerlo a restare.

E’ anche vero che nel corso delle stagioni AHS ha creato dei veri e propri mondi che si sono sempre più intrecciati tra di loro (Apocalyse è addirittura un vero e proprio crossover tra Murder House e Coven), e quindi sembra inevitabile che lo spin-off s’immergerà sempre più in quei mondi anche nei prossimi episodi -una seconda stagione è già stata confermata-. Ma allora cosa resta del senso di questa operazione, se non semplicemente la necessità di avere in magazzino una produzione dal marchio forte e nulla più?

Giustamente, Murphy ed il suo team si tengono le idee più forti per la serie originale, che ha davvero del potenziale per poter andare avanti ancora per molto tempo, ma così facendo c’è il rischio che anche American Horror Story possa risentire di una stanchezza e di un’abitudine, da parte del pubblico, a storie d’impatto visivo e nulla più. La fabbrica di Murphy dovrebbe tenere conto anche di questo.