Gianluigi Nuzzi a Tvblog: "Il successo di Quarto Grado e Segreti e delitti è il gioco di squadra. Il mio 'innesto' ha funzionato e non era una cosa scontata"

Dopo Quarto Grado, Nuzzi è ora al timone di Segreti e delitti, la trasmissione di giornalismo investigativo che andrà in onda fino al 18 luglio su Canale 5. Su Tvblog il giornalista analizza il successo delle sue trasmissioni e replica alle critiche.

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"Le critiche non mi danno fastidio, non mi turbano. Sono sopravvissuto al Vaticano, quindi non mi scompongo per altro". A parlare così è Gianluigi Nuzzi, giornalista e scrittore di successo, da un anno vicedirettore di Videonews e conduttore di trasmissioni come Quarto grado e Segreti e delitti. Nuzzi ha concesso una lunga intervista a Tvblog nella quale analizza le sue trasmissioni di informazione giornalistica, ma si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, rispondendo alle critiche con le quali inevitabilmente chi fa il suo lavoro si trova a dover fare i conti. Quello che ne viene fuori è un quadro chiaro, dove al centro troviamo un giornalista che ama il suo lavoro e lo sa fare, con il quale è un piacere confrontarsi anche su posizioni a volte diverse. Una rarità, al giorno d'oggi.

Per iniziare: un giornalista abituato a un altro genere di inchieste, come si trova ad occuparsi invece di cronaca nera?

Credo che le soddisfazioni di un giornalista possano essere tante e diverse. Le faccio un esempio: sono stato molto contento quando pochi giorni fa una signora si è fatta accompagnare a un centro di ascolto, dopo anni di violenze dal suo compagno, dopo aver visto la mia intervista a Valentina Pitzalis, la ragazza sarda sfigurata dal marito col fuoco. Questa per me è una grande soddisfazione. Sto declinando una nuova esperienza. Non penso che la cronaca nera sia un argomento di serie B, perché riguarda il dramma delle persone. Faccio questo lavoro da vent’anni e mi sono occupato sempre di cose diverse. Prima di scrivere Vaticano Spa non mi ero mai occupato di Vaticano, ad esempio. Io cerco sempre di portare un metodo, che è il mio metodo di lavoro, ma i temi possono cambiare, ed è anche una fortuna.

È soddisfatto dal risultato delle prime settimane di messa in onda di Segreti e delitti?

Sono molto soddisfatto. È stata una nuova sfida e i numeri ci stanno dando ragione. Fare il 17% in prima serata su Canale 5 con un programma di informazione non capita spesso. Sono molto contento del risultato e della mia squadra che ci ha creduto. Anche perché questo, diciamolo, è un programma fatto da una squadra, non lo fa il conduttore. Perché il conduttore è un punto di riferimento nella messa in onda, però c’è una narrazione che viene costruita minuto dopo minuto da una grande squadra che è quella di Quarto Grado, un team che ha ormai alle spalle ormai oltre 150 puntate.

Come nasce l’idea di portare un programma di questo tipo su Canale 5, dopo anni in cui questo genere ha trovato collocazione su Rete4 con un’altra fascia di pubblico?

Innanzitutto nasce da un’azienda che, sebbene ci troviamo in un momento di contrazione del mercato, raccoglie e lancia nuove sfide e fa sperimentazione. E noi ne siamo la prova. Questo è il primo punto, l’aspetto aziendale. Secondo punto è che ci sono i Mondiali e quindi si voleva diversificare, sulla rete ammiraglia, l’offerta televisiva: c’è un pubblico che magari il calcio non lo segue.

Poi dalle 4 puntate inizialmente previste si è passati a 7 (più lo speciale su Yara): questo cambiamento nasce dal dato degli ascolti o dal fatto che nelle ultime settimane ci sono stati nuovi sviluppi in alcune indagini e nuovi casi di cronaca di interesse pubblico?

Nasce dal fatto che il pubblico ha apprezzato in maniera significativa i nostri sforzi e l’azienda ha deciso di prolungare la messa in onda. L’unico piccolo dispiacere che a questo punto mi rimane è che il 18 luglio sarò in onda e non potrò quindi essere presente all’inaugurazione della mia rassegna letteraria, Ponza d’Autore. Ci sarò comunque il giorno seguente, in cui si parlerà proprio del futuro della tv generalista.

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Le trasmissioni che si occupano di cronaca nera sono spesso accusate di giocare sulla morbosità del pubblico. Sull’argomento la penso come Franca Leosini, che ho avuto il piacere di intervistare: “Abolirei l’espressione ‘curiosità morbosa’, perché a volte è meglio seguire certe trasmissioni piuttosto che certi filmacci che si vedono in televisione”. La differenza, spiegava la Leosini, la fa sempre il modo in cui certi argomenti vengono trattati...

Intanto dico che la Leosini per me rimane una candela accesa nel buio, perché è un’ottima professionista. Poi dico che qualcuno dovrebbe spiegarmi perché quando ad esempio si guardano in diretta i bombardamenti o i tracciati dei razzi illuminanti durante delle guerre che fanno milioni di morti quella è informazione, mentre se tu racconti un femminicidio, per evitare che si ripeta, è morbosità. Se qualcuno me lo spiega mi fa un favore. Io invece credo che sia informazione la prima e lo sia anche la seconda. Noi non siamo un talk, diamo informazioni, tanto che a volte vengono anche riaperte delle inchieste che erano rubricate come suicidi e invece vengono poi valutate come omicidi. E non è un caso se ogni puntata c’è qualche procura d’Italia che ci chiede le interviste o i filmati che abbiamo fatto. Noi non ci vogliamo sostituire ai magistrati: le indagini le fa la procura, però noi facciamo il nostro lavoro. La morbosità è solo una vecchia foglia di fico che ci mettiamo noi giornalisti.

Questa era la giusta direzione che mi pare avesse preso anche lei, già a partire da Quarto Grado. E allora perché, ad esempio, il campo di Chignolo d’Isola riprodotto in studio, che fa tanto “plastico” di altre trasmissioni?

Ognuno è libero di dare la propria valutazione. Quando sento una critica rifletto, non è che reagisco per una presa di posizione o che mi inalberi come fanno altri. L’idea di Segreti e delitti nasce da un format spagnolo che abbiamo analizzato, ma è un format che si ritrova anche sulla BBC, e non credo che un campo con delle foglie possa esprimere morbosità. È una rappresentazione simbolica della scena del crimine che chiede verità. Se ci fossero stati manichini o altre cose simili, avremmo ecceduto e avremmo sbagliato. Fare invece questo grande prato di foglie con il nastro giallo dei carabinieri con scritto “crime” è un urlo di voglia di verità e giustizia, dove un generale dei Ris come Garofano spiega alla nostra Viero quali sono gli elementi che si possono reperire a livello scientifico e non a livello di chiacchiera da bar. Quindi io così ho interpretato e interpreto quel campo che, in qualche visione riduttiva o radical chic può suonare stonato. Ma se dobbiamo andare a fare le pagelline della morale in televisione, credo che noi ci prenderemo un ottimo voto.

Le critiche come le vive?

Le critiche fanno bene, se sono frutto di un ragionamento. Poi magari io non le condivido, ma quello è un altro discorso. Le critiche non mi danno fastidio, aiutano a migliorarsi, soprattutto se sono qualificate. Quello che mi infastidisce è il veleno, non mi piace, la trovo una modesta espressione delle proprie capacità.

Da spettatrice le riconosco che lei ha sempre impostato la sua trasmissione in un certo modo, fuggendo da un certo tipo di giornalismo approssimativo. Ad esempio, mi è rimasto impresso il modo in cui ha smontato a Quarto Grado il testimone sul caso Ragusa, il cuoco di Cannes. Si è mai pentito di avergli dato spazio?

No, mai. Sono contento di aver invitato quel signore e di aver espresso i dubbi e lo scetticismo che avevamo noi come trasmissione e la famiglia di telespettatori che ci segue. L’ho invitato quella volta e non l’ho poi più invitato. Ma avevo il dovere di invitarlo perché questa persona, per motivi a me ignoti, non ha raccontato la verità. Era giusto invitarlo e metterlo davanti ai dati fattuali e ridimensionare il suo ruolo, altrimenti sarebbe diventato un circo.

Tra i casi trattati, da quando è a Quarto Grado e fino ad arrivare a Segreti e delitti, ce n’è uno che l’ha colpita o coinvolta particolarmente?

Sicuramente mi colpiscono in generale le storie in cui le vittime sono i bambini, e a questo proposito il caso che mi ha particolarmente toccato è stato quello della strage di Motta Visconti. Perché nel buco nero della violenza è un gradino che non potevo pensare di conoscere, quello di un padre che, invaghitosi di un’altra donna, decide di eliminare tutta la sua famiglia, compresi i figli, perché li considera un ostacolo. È una cosa che umanamente e cerebralmente ho difficoltà a capire. E poi ho conosciuto Valentina Pitzalis, una persona veramente splendida, una donna sfigurata ma che è davvero “un’anima bella”.

Per chiudere e salutarci, se facessimo un bilancio del suo primo anno a Quarto Grado come sarebbe? E ci sarà anche nella prossima stagione della trasmissione?

Assolutamente positivo. C’è stato un innesto che ha funzionato e non era affatto scontato. Quanto alla seconda domanda, martedì prossimo ci sarà la presentazione dei palinsesti Mediaset e vedremo cosa diranno, ma penso che sarà tutto confermato, ci sarò.

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