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Le tragedie e quando si deve smettere di ridere in tv

L’uomo è l’unico animale che ride. Ma ogni tanto smette.

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La liceità del riso (sostantivo singolare che indica uno stato d’animo che esprime euforia e si manifesta con un’alterazione del ritmo respiratorio) è un tema che è stato proposto in dotte dissertazioni dopo l’avvento del cristianesimo.

Il nome della rosa, celebre romanzo di Umberto Eco parla proprio di questo, fra le altre cose: un libro in cui la dotta auctoritas aristotelica avalla la risata è il motore primo di una serie di misteriosi omicidi.

L’enciclopedia Treccani ci viene in aiuto ricordandoci che

«La facoltà di ridere, propria e particolare dell’uomo, massima espressione dei sentimenti di euforia o di ilarità. È manifestazione di un sentimento di allegrezza spontanea, viva e per lo più improvvisa»

L’uomo è l’unico animale che ride, con buona pace delle iene. Certo, ci sono risate sconvenienti: basta pensare agli imprenditori che ridevano la notte del 6 aprile 2009, dopo il terremoto dell’Aquila («Nel letto ridevo», dice uno degli intercettati), o a Nichi Vendola che ride al telefono, con Girolamo Archinà, addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva, di una scena occorsa sempre nel 2009 (anno di risate intercettate, evidentemente), quando Archinà strappava di mano il microfono a un giornalista che faceva domande proprio sulle esalazioni dell’Ilva di Taranto (non rideva del cancro, come ha detto qualcuno).

Poi ci sono risate sane. L’Italia, pregna di morale cristiano-cattolica, ha degli enormi problemi con il riso.

E infatti la maggior parte dei programmi cosiddetti comici non fa ridere. E infatti non sappiamo scrivere le sitcom (quelle vere, intendo. Da Seinfeld a The Big Bang Theory) né sappiamo fare cartoni animati satirici (Simpson, Griffin, South Park sono mondi a noi alieni, anche se li guardiamo). Si ride dando di gomito, si ride per tormentoni, si ride per battute sempre meno metatestuali, sempre meno raffinate (e se poi uno si permette di dire che Checco Zalone non fa ridere si piglia pure del radical chic, come se non si potesse dire l’ovvio e l’evidente. Cioè, che un popolo sempre meno colto riderà sempre più per comicità bassa).

E poi, capita che smettiamo di ridere. Maurizio Crozza non è andato in onda stasera, con la sua copertina satirica, per rispetto nei confronti delle vittime dell’alluvione in Sardegna. Lo fece anche due anni fa: sospese Italialand per l’alluvione di Genova. Allora lo vidi commosso e scrissi:

«afferisce alla sensibilità del singolo. Maurizio Crozza non se l’è sentita di far battute e di far ridere questa sera. E non si può dargli torto».

Non si può dargli torto perché la questione afferisce alla sensibilità del singolo, e in quel caso specifico poi, lui, genovese, si sentiva particolarmente toccato. Ma in senso assoluto, è giusto? E’ sbagliato? Lo spettacolo deve continuare ad ogni costo? O bisogna sospenderlo?

Un nostro lettore ci scrive:

«Sono sardo ma la copertina di ballarò non avrebbe leso la mia persona…a volte questo atteggiamento di “non voler ridere” è un pò strumentale. Ok, crozza resta un grande ma stavolta SECONDO ME non era necessario…»

Ed è grazie a questo commento che ho pensato di mettermi qui e provare a fare ordine in questo magma di riflessioni sulla risata e le sensibilità personali.

E’ chiaro: io ho un gusto per la comicità che è personale – come tutti, ovviamente – e ho una mia soglia di tolleranza nei confronti delle battute. Per capirci, nel corso di una situazione che per molti sarebbe stata di tragedia, mentre facevo la notte in un’ospedale a una persona cara, per non addormentarmi ho guardato uno spettacolo di Giorgio Montanini, uno bravo, che mi fa ridere. Che non è George Carlin (anche se c’è l’omonimia. Per la cronaca, George Carlin è quel signore lì, nella foto), ma che la lezione di quella comicità là la studia eccome e la sa riportare da noi.

Ma a me – Crozza non mi fa più tanto ridere, anche se un tempo mi ha fatto ridere e anche se trovo che sappia stigmatizzare bene le idiosincrasie della politica nostrana – tutta questa storia che si deve smettere di ridere se succede qualcosa di tragico mi devasta. Perché la trovo priva di senso.

Voglio dire: quando si deve interrompere, la comicità? Dopo quanti morti italiani? Crozza non ha mica sospeso la sua copertina satirica dopo la tragedia di Lampedusa, no? Nessuno avrà certo pensato di sospendere programmi satirici o comici dopo la tragedia delle filippine, o dopo il treno esploso quest’estate in Canada, o dopo, che so, il crollo di un cantiere in Sudafrica.

E cosa bisogna sospendere, esattamente? Per dire: una sitcom registrata può andare in onda? E perché bisognerebbe sospendere solo la comicità? Perché, invece, programmi di intrattenimento “normali” possono andare in onda? E quanti giorni devono essere passati dalla tragedia, perché si possa tornare a ridere?

E perché non va in onda il monoscopio e non si ferma tutto per, che so, tre giorni? Tre giorni sono un tempo sufficiente per l’elaborazione di un lutto? Per chi non l’ha vissuto probabilmente sì. Per chi invece ne è toccato direttamente, magari non bastano tre anni.

Allora il punto qual è? Non si va in onda per non offendere la sensibilità di qualcuno? E quando si smette di offenderla? E’ chiaro: Crozza – o chiunque altro – è liberissimo di scegliere che fare. Se provare a far ridere o no dopo questo o quell’evento, se smettere per un giorno, per un mese o del tutto.

Ma visto che l’essere umano è l’unico animale che ride, sinceramente, preferirei che non si smettesse affatto. Anzi, mi piacerebbe che la tv imparasse a farci ridere meglio.

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