Pupetta: ehi, che ti aspettavi? La solita fiction tra assurdo e banale

Pupetta, il coraggio e la passione non propone nulla di nuovo nel mondo della Ares: sebbene la storia sia liberamente ispirata alla vita di Pupetta Maresca, la fiction sembra non puntare in alto, diventando un altro teleromanzo con un cast poco azzeccato

Avete presente la pubblicità della Schweppes con Uma Thurman che alla fine dice all’intervistatore “Ehi, che ti aspettavi”? Ecco, a vedere “Pupetta, il coraggio e la passione” viene da fare la stessa domanda: cosa aspettarsi da una fiction che fin dal promo e dalla casa di produzione dietro a questo progetto (la Ares) ha dimostrato di non voler proporre nulla di realmente interessante sennò l’ennesimo dramma mal interpretato degli Anni Cinquanta?

Diventa sempre più difficile dover recensire un prodotto di questo genere: perchè, se da una parte il pubblico sui social network si è scatenato con i commenti più duri e le battute più ironiche su Manuela Arcuri ed il resto del cast della miniserie di Canale 5, dall’altra verrebbe da dire, appunto: cosa vi aspettavate?

La Ares non ha mai fatto segreto di voler produrre fiction che trasformassero il Sud Italia degli anni Cinquata/Sessanta in un set da teleromanzo criminale, dove buoni e cattivi sono rappresentati con uno stampino che definire macchiettistico è poco. “Pupetta” ha dalla sua, però, una novità: s’ispira ad una storia vera, quella di Pupetta Maresca, condannata nel 1954 a quattordici anni per aver ucciso il boss della camorra Pasquale Esposito.

Si tratta di una novità che ha portato alle critiche di chi la camorra la combatte tutte i giorni ma anche alla curiosità di vedere la trasposizione televisiva di un personaggio così controverso come la Maresca. Il risultato è nella media della Ares: se Manuela Arcuri si dimostra ancora lontana da un’interpretazione davvero matura (ma arriverà mai a raggiungere tale obiettivo?), a combinare il pasticcio è l’insieme dell’idea, messa insieme senza tradire gli affezionati de “L’onore e il rispetto”, ma portandosi dietro anche le polemiche di quella parte di pubblico che si sente stufo e preso in giro da fiction del genere.

Il dialetto napoletano mal interpretato (sì, anche per il dialetto serve studiare, anzi, serve più studio possibile), musiche che sovrastano le scene quasi a compensare l’assenza di pathos, i soliti dialoghi sottili e banali rendono “Pupetta” una fiction che ha, effettivamente, coraggio e passione: il coraggio di credere che i telespettatori ancora possano apprezzare queste storie e la passione nel raccontarle nonostante tutto.

E’ davvero questo il meglio che si può fare con un materiale come quello fornito dalla storia di Pupetta Maresca? Perchè la questione non è, a nostro parere, giudicare sbagliata o meno la messa in onda di una fiction che s’ispiri liberamente ad un personaggio accusato di diversi reati e qui dipinto come una paladina dei diritti delle donne. La questione è capire se la storia della Maresca potesse subire un trattamento diverso, diventando una fiction dalle pretese più alte e non solo un romanzo popolare coi soliti stereotipi. La sensazione, però, è che ancora un po’ alla domanda “cosa ti aspettavi?” la risposta sarà sempre la stessa.


Pupetta, il coraggio e la passione

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