Pupetta, l’anticamorra critica la fiction di Canale 5: “Bisogna raccontare altre storie”

Critiche su Pupetta, il coraggio e la passione, fiction di Canale 5. Paolo Siani, don Tonino Palmese e Lorenzo Clemente contestano la storia tratta dalla vicenda di Pupetta Maresca, chiedendo che siano altre le storie da raccontare

Deve ancora andare in onda, ma “Pupetta, il coraggio e la passione”, la fiction in onda da questa sera alle 21:10 su Canale 5, sta già raccogliendo critiche e polemiche. Non solo quelle di chi si aspetta l’ennesima fiction fatta di macchiette e scene discutibili, ma anche di chi, contro la camorra, lotta da anni e che vede in questa produzione un’esaltazione della malavita.

“Repubblica” ha intervistato Paolo Siani (fratello di Giancarlo, il giornalista ucciso il 23 settembre 1985), don Tonino Palmese -rispettivamente presidente e vicepresidente della Fondazione Polis– e Lorenzo Clemente, marito di Silvia Ruotolo, giornalista uccisa nel 1997 durante uno scontro a fuoco ed ora a capo del coordinamento delle vittime innocenti.

La loro protesta parte da una riflessione: fiction come “Pupetta, il coraggio e la passione” non fanno altro che presentare al pubblico figure criminali rappresentandole con un fascino che quasi va a giustificare le loro azioni. Il riferimento, in particolare, è a Pupetta Maresca, a cui s’ispira liberamente la fiction, che nel 1954 è stata condannata a quattordici anni di carcere per aver ucciso il boss della camorra Antonio Esposito, ritenuto colpevole di aver ucciso suo marito, il boss Pasquale Simonetti, e che negli anni è stata accusata di associazione mafiosa, frode e truffa.

Siani evidenzia come fiction di questo genere non servano a nulla, mentre le storie delle vittime innocenti non ottengono lo spazio che meritano:

“Queste fiction non servono all’antimafia seria, non servono alle famiglie, né ai giovani. Allora a cosa, a chi servono? Noi ci stiamo impegnando a rendere note le storie delle vittime innocenti. Stiamo provando con la Fondazione a raccontarle tutte, sono le storie di uomini e donne che, seppur offesi nella dignità, negli affetti e nella memoria, hanno saputo reagire rielaborare il loro dolore, trasformandolo in impegno civile. Uomini e donne che non fanno notizia che purtroppo non vedrete in tv, ma che per fortuna esistono. E sono la parte buona della nostra società, quella che noi abbiamo scelto di raccontare, e che non si vendica con la violenza ma che chiede verità e pena in un’aula di tribunale, e che non sempre la ottiene. Ma crede fortemente nella giustizia”.

Don Palmese concorda:

“Pur volendo rispettare ed accogliere alcuni ravvedimenti, queste storie andrebbero comunque studiate dalla parte di chi ha subito, di chi è stato ferito. Altrimenti un prodotto come la fiction genera mistificazione e induce a riflessioni contrarie, nelle culture e nelle persone più fragili. E coloro che sono stati vittime di queste dinamiche vengono uccisi una seconda volta”.

Il sacerdote, poi, sottolinea che se si voleva raccontare una storia di “coraggio e passione” si potevano trovare altre figure femminili:

“Penso a Matilde Sorrentino, penso a Teresa Buonocuore, donne oneste, donne semplici e rispettose della vita civile, che per aver denunciato la camorra che viola i bambini sono state barbaramente uccise. Storie vere, di ieri. Non degli anni Cinquanta.”

Palmese, però, vuole anche specificare di non avercela con la Maresca, la quale è finita in un sistema che ha sfruttato la sua vicenda per scopi commerciali:

“La colpa di tale operazione, beninteso, non è della signora Maresca. Ma dell’editore che preferisce il prurito del denaro e del successo commerciale alla responsabilità etica di chi gestisce i media”.

Il pensiero va al 2009, a quando Silvio Berlusconi criticò le fiction di mafia con la contestatissima frase “Strozzerei chi ha fatto il successo de La Piovra o di Gomorra”. Nonostante il suo punto di vista, le fiction Mediaset di maggior successo sono proprio quelle in cui la lotta alla mafia ed alla camorra è protagonista.

Anche Lorenzo Clemente, infine, accusa l’idea di portare in tv una storia a tratti ambigua, che potrebbe creare confusione nel pubblico:

“Tra i nostri obiettivi c’è proprio quello di combattere questa subcultura: perché di questo si tratta. Ai nostri ragazzi non si danno esempi, ma solo figure ambigue che generano emulazione”.

La risposta a queste polemiche la si può trovare nelle dichiarazioni della conferenza stampa della fiction, con il produttore Alberto Tarallo pronto a difendere il progetto sostenendo che la vicenda della Maresco serve solo da punto di partenza per raccontare una vicenda inventata:

“La nostra fiction è solo liberamente ispirata alla storia vera. Quello che ci interessava era realizzare un romanzo popolare, un affresco dell’Italia degli anni ‘50, delle forti passioni e del coraggio di una donna di ribellarsi alle convenzioni dell’epoca… Ci interessava solo il cuore di questa donna: anche se i fatti sono veri noi vogliamo proporre un romanzo, un romanzo sulla passione femminile”.

La stessa Maresca, però, non ha gradito l’uso di un altro cognome diverso dal suo per la protagonista (interpretata da Manuela Arcuri), scelta dovuta con ogni probabilità alla consapevolezza dei produttori che una storia del genere avrebbe provocato critiche di questo tipo. La giustificazione che “la storia è liberamente ispirata”, però, non sembra reggere.

E se per Antonino Antonucci, direttore della fiction Mediaset, “Il pericolo di esaltare una storia di violenza è assolutamente escluso. Semmai, l’intenzione è di descrivere un contesto sociale degradato”, per il regista Luciano Odirisio “È per questo che all’ambiente e ai personaggi camorristici ho dato toni da macchietta, sopra le righe”.


Pupetta, il coraggio e la passione

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