Rex, intervista al regista Andrea Costantini: “La produzione tedesca è più affezionata alla vecchia versione. Saverio Costanzo spara critiche alla fiction italiana dall’alto di Sky”

TvBlog ha intervistato Andrea Costantini, regista della quarta e quinta stagione della versione italiana di Rex, rivelandoci che la produzione tedesca sembra essere affezionata alla “vecchia” versione della serie, e spiegandoci le differenze dei nuovi episodi con quelli precedenti. E risponde a Saverio Costanzo, che aveva definito la fiction italiana “impresentabile”.

Torna questa sera alle 21:05 su Raidue, come ogni venerdì, “Rex”. La versione italiana delle celebre serie tv tedesca è andata in onda in queste settimane con gli episodi inediti della quarta stagione, a cui hanno fatto immediatamente seguito quelli della quinta. In entrambi i casi, protagonista è Ettore Bassi, accompagnato dal cane Henry (tutti e due, come sappiamo, saranno sostituiti nella sedicesima stagione da Francesco Arca e dal cane Achi).

TvBlog ha contattato Andrea Costantini, regista di numerosi episodi della quarta e quinta stagione italiana di “Rex” (gli episodi in onda da questa settimana fino a fine serie, ad esempio, sono tutti diretti da lui), ma anche sceneggiatore di alcune puntate (come la seconda in onda questa sera, dal titolo “L’intruso”).

Costantini ci aveva contattato in occasione de debutto della quarta stagione per replicare alla nostra recensione, ed ora lo abbiamo risentito per fargli qualche domanda a proposito della lavorazione di una serie “storica” come questa, delle divergenze con la produzione e dello stato generale della fiction italiana. Ecco cosa ci ha detto.

Rispetto agli episodi passati della quinta (e quarta, visto che sono andate in onda insieme) stagione di Rex, quali novità hai provato ad introdurre?

“Un anno di esperienza in più sulla spalle sia mie che del cast artistico e tecnico, quindi un maggior affiatamento, nella quinta abbiamo migliorato le storie, nei limiti dei 45 minuti di durata degli episodi, sono sviluppati meglio i personaggi e si è osato un po’ di più nelle trame. In questa serie più che nella quarta abbiamo dato libero sfogo all’azione, e agli intrecci narrativi”.

Hai anche scritto alcuni episodi che hai diretto: quanto cambia il lavoro del regista quando diventa anche sceneggiatore?

“È un arma a doppio taglio, perché ti puoi dare delle soddisfazioni ma devi stare attento ai limiti imposti dal budget e dagli altri fattori. Comunque girare cose che hai scritto, approvate dalla produzione, ti rende più incisivo, sentendo il prodotto ancor di più una cosa tua”.

Prima della messa in onda della serie, avevi dichiarato che l’idea era quella di rendere “Rex” una serie tv con più azione, all’americana. Pensi di esserci riuscito o pensi che qualcosa si sarebbe potuto fare meglio?

“Si può sempre fare meglio, questo deve essere un mantra nella vita. Però nella quinta abbiamo fatto molti passi in avanti, che nel caso del nostro “format” è un doppio salto mortale avendo una serialità di oltre 15 anni. Molti addetti ai lavori che hanno visionato le nostre puntate in privato, sono rimasti però colpiti dal livello qualitativo”.

Di solito dire di volersi ispirare alla serialità americana è un’arma a doppio taglio: da una parte si mostra di voler raggiungere il pubblico più giovane (che la fiction spesso non considera neanche), dall’altra però si rischia un confronto che si sa già si perderà… Saremo sempre sotto agli americani?

“Per il momento si, le serie americane sono vendute in tutto il mondo e quindi hanno uno standard di partenza molto più alto. Considera che una troupe media da noi e di circa 45/50 persone, le serie americane viaggiano sulle 120/150 unità e il budget per episodio è molto più alto, i tempi realizzativi non sono molto differenti, anche lì corrono, ma tutto è pianificato preparato e affrontato meglio. Questo in gran parte lo da il budget” .

Hai avuto particolari indicazioni dalla Rai o dalla Betafilm durante la lavorazione o ti/vi hanno lasciato carta bianca?

“La Rai ha fatto una supervisione, perché anche se co-produce più o meno al 50%, la serie del Commissario Rex le risulta come un prodotto di acquisto, e quindi il teorico imprinting dovrebbe essere tedesco. Nel dettaglio però la Rai ci ha seguito su alcune sceneggiature e sul cast che è tutto italiano, con la Beta, o meglio con il Produttore tedesco che la rappresenta qui in Italia, abbiamo avuto molte divergenze, proprio sulla visione del nuovo Rex. Lui pur riconoscendoci la bontà del lavoro svolto era molto legato al vecchio “modello rex”, con tante gags dove erano tutti un po’ sempliciotti e il cane un super genio. Modello nel quale io non mi identificavo”.

E’ vero che Henry, il cane che interpreta Rex, è stato trattato come un vero e proprio divo sul set e che non potevate “comunicare” con lui fuori dalle riprese? Come mai tutta questa attenzione? Uno penserebbe che il cane, in una produzione, sia l’ultimo problema.

“È vero, c’erano molte limitazioni di interazione con il cane, solo Ettore Bassi e gli istruttori potevano avvicinarsi e socializzare, ma questo perché i cani tendono a distrarsi di fronte a tanta gente e tanto movimento, e se lui riconosce tra la troupe altri “compagni di giochi” se ne inficia l’attenzione. Del resto la serie porta il suo nome…”

Quanto cambia, sia in termini di durata delle riprese e di logistica, la lavorazione ad una serie che coinvolge un animale nel ruolo da protagonista?

“I tempi a disposizione sono gli stessi delle altre fiction nostrane, però il cane richiede tempi e modalità più lunghe, tra prove prima dei ciak in solitario con l’istruttore, poi con gli attori e infine le riprese, sapendo che nelle scene difficili, sai quando inizi ma non quando finirai, l’imprevisto è dietro l’angolo, non ti nego che ci vuole pazienza”.

Rex è stato spostato su Raidue dopo numerosi rinvii, tant’è che come fiction non ha avuto una particolare promozione: come ti spieghi questa mancanza di attenzione verso una serie che negli anni è diventata una delle più note nel panorama Rai, e che sta regalando ascolti niente male a Raidue?

“Raidue aveva manifestato da subito interesse alla serie, se ne era parlato anche in funzione del rinnovamento che avrebbe “svecchiato” la serie. Poi quando Raiuno ci ha rimandato più volte la messa in onda è tornata l’idea del canale due, a quel punto avevamo già in mano il prodotto ed eravamo convinti che per la seconda rete era perfetto. Questo tentennamento ci ha castigato sul piano della comunicazione, il pubblico aspetta ma poi pian piano dimentica”.

Ettore Bassi ed Andrea CostantiniLa versione italiana di Rex va in onda anche in altri Paesi europei ed in Australia: che reazioni ci sono state all’estero? E come viene visto Rex fuori dai nostri confini? Da noi, spesso, si associa “Rex” all’idea di fiction vecchia e poco innovativa…

“Guarda, sia io che Bassi abbiamo ricevuto mail e messaggi di grande stima e riconoscimenti, Polonia, Francia e Russia per citarne alcune, ma abbiamo ricevuto anche messaggi dal Guatemala (vai a sapere!) e dall’Australia. La percezione è che sia un’operazione riuscita”.

Cosa pensi delle polemiche sollevate da Kaspar Capparoni sulla mancata messa in onda della sua ultima puntata, ridotta a riassunto prima dell’inizio delle nuove puntate?

“Da Regista sono molto dispiaciuto avendo girato io i due episodi di Kaspar, tra l’altro avevamo trovato una buona sinergia e credo che i due episodi siano tra le cose migliori che ha fatto Capparoni. Gli era tornato anche un certo entusiasmo, ed è stato determinante per alcune scelte, tipo il suo finale, che ha voluto fortemente lui in quel modo straziante. La Rai invece riteneva che un protagonista di serie muore alla fine, e non all’inizio di una nuova avventura con un nuovo eroe ch subentra”.

Ettore Bassi uscirà di scena alla fine della quinta stagione: ci anticipi qualcosa sul suo finale e su come sarà introdotto il nuovo commissario interpretato da Francesco Arca?

“L’uscita di scena è una grande festa all’interno del Commissariato, è un finale molto allegro ma aperto, dal momento che non sapevamo ancora se il rapporto sarebbe continuato.
Della serie con Arca non so nulla, non avendola fatta, però per dare qualche anticipazione di cui so, nei prossimi episodi vedremo anche un Rex cattivo, il titolo “il lato oscuro” è già emblematico. Nei prossimi episodi ci sarà molta più adrenalina”.

Parliamo più in generale della fiction italiana: secondo te cosa manca davvero alle nostre serie tv? E’ davvero solo un problema di soldi?

“Bella domanda! Che secondo me si potrebbe estendere anche al nostro cinema. Mi sembra che molte serie si somiglino, c’è molta ripetitività e i lati oscuri, in generale, vengano poco approfonditi. Se si fa eccezione per Romanzo criminale, dove il “crimine paga” e si empatizza con i cattivi, sono poche le serie dove si marcano i territori, forse siamo troppo rassicuranti nelle scelte”.

Saverio Costanzo ha definito le fiction Rai “impresentabili”, Paolo Virzì “camomilla per gli anziani”: non è solo il pubblico che si lamenta della qualità delle nostre serie. La mia impressione è che manchi il coraggio delle reti e delle case di produzione di fare qualcosa di davvero nuovo. Si punta solo all’ascolto e non alla sperimentazione, che a volte può anche regalare qualche soddisfazione. Ora si usa la scusa della crisi, ma quando (speriamo presto) la crisi sarà passata a chi sarà data la colpa?

Valsecchi per Mediaset e Degli Esposti per la Rai, tanto per citarne due, hanno prodotto spesso cose di qualità e per certi versi coraggiose. Poi magari non tutto riesce e forse servirebbe uno sforzo più ampio anche di altri. Con una mosca bianca attiri attenzione, con uno sciame cambi le cose.
Costanzo parla avendo realizzato un prodotto di super qualità. Fatto però per Sky (che ha meno vincoli) e su una serie che viene dalla HBO e nasce da un format israeliano. Da contratto si sono tramandati storie e situazioni, dovendo solo adattare al paese in questione e avendo un esempio già fatto. Una posizione di privilegio per sparare sugli altri. Su Virzì mi rimane difficile dire qualcosa, sono un suo fan…”

Hai lavorato a “Gente di mare”: hai visto lo spin-off “L’Isola”?

“No, non ho avuto modo. In fase embrionale del progetto avevo scritto insieme agli altri sceneggiatori il profilo di uno dei protagonisti di serie, ognuno ne sviluppava uno, ma poi ci sono stati tanti cambiamenti”.

Sei anche produttore cinematografico (con la casa di produzione Shooting Stars): rispetto ad altri Paesi, cinema e fiction italiana sono su due mondi diversi, e non si sfruttano a vicenda, con le maggiori risorse del primo e la maggiore popolarità del secondo. C’è ancora scetticismo tra gli addetti ai lavori del grande schermo all’idea di lavorare per la tv?

“Mi sembra che qui viaggino su binari paralleli che si incrociano poco, io trovavo difficoltà a portare avanti anche il doppio ruolo di Produttore e Regista, motivo per cui in questi ultimi anni ho concentrato tutte le energie sulla regia”.