È Sempre Mezzogiorno! Il pranzo diventa rito televisivo ed evento condiviso
Il programma di Antonella Clerici non è soltanto una trasmissione di cucina: è uno dei casi più interessanti di televisione generalista contemporanea. La ricetta è il pretesto, il vero ingrediente è il rapporto con il pubblico.
C’è un errore, piuttosto comune, nel guardare È sempre mezzogiorno! e considerarlo semplicemente l’erede di La prova del cuoco. La continuità esiste, naturalmente: Antonella Clerici, la cucina, Rai 1, la fascia che precede il pranzo, gli chef, le ricette, il pubblico da casa. Ma fermarsi qui significa non comprendere il progetto televisivo.
È sempre mezzogiorno! nasce nel settembre 2020, in una fase nella quale la televisione generalista si trova a fare i conti con una domanda molto precisa: non soltanto informare o intrattenere, ma fare compagnia. E proprio la parola “compagnia” è probabilmente la chiave per leggere il programma. La Rai lo ha definito più volte uno show che utilizza la cucina come “pretesto” per parlare di attualità, giocare, incontrare ospiti e raccontare il Paese. Non è una distinzione semantica. È una precisa scelta editoriale.
La cucina è il genere, la relazione è il programma
La forza di È sempre mezzogiorno! sta nel suo rifiuto di essere esclusivamente un programma culinario. Le ricette ci sono, naturalmente. I procedimenti, gli ingredienti, i prodotti regionali, i lievitati di Fulvio Marino, la pasticceria, i consigli nutrizionali. Ma quasi mai la preparazione gastronomica viene trattata come una dimostrazione tecnica fine a se stessa.

Mentre qualcuno cucina, succede televisione. Si racconta una storia, si scherza, si telefona, si parla di un territorio, si introduce un personaggio, si costruisce una gag, si coinvolge il pubblico. La ricetta diventa così una struttura narrativa: ha un inizio, uno sviluppo e una conclusione, ma nel frattempo permette alla conduttrice e alla sua squadra di costruire una relazione con chi guarda.
È una formula molto italiana e, allo stesso tempo, profondamente contemporanea: la cucina come linguaggio attraverso cui parlare di altro. La stessa Rai, presentando il programma, ha insistito sul carattere corale della trasmissione: una squadra di chef, una nutrizionista, esperti, inviati e personaggi ricorrenti che trasformano lo studio in una sorta di comunità.
Antonella Clerici: il vero format è la conduttrice
Il secondo elemento fondamentale è Antonella Clerici. In televisione esistono conduttori che interpretano un format e conduttori che, progressivamente, diventano essi stessi parte del format. Clerici appartiene alla seconda categoria. Il mezzogiorno televisivo è diventato, nel corso degli anni, una delle sue principali forme espressive. La sua autorevolezza non deriva dalla distanza, ma dalla familiarità. Non interpreta la parte della padrona di casa: la televisione le consente di costruire l’illusione di esserlo davvero.
È una differenza sostanziale. La Clerici non presenta semplicemente gli chef: li accoglie. Non annuncia soltanto i giochi: li vive. Non intervista necessariamente gli ospiti con la grammatica dell’intervista televisiva tradizionale: tende piuttosto a inserirli nella conversazione. Il suo personaggio televisivo funziona perché possiede una caratteristica oggi tutt’altro che scontata: non sembra avere bisogno di dimostrare continuamente di essere in televisione. È un’attitudine che la conduttrice aveva già descritto parlando del suo ritorno alla fascia del mezzogiorno: l’obiettivo era portare nelle case serenità, gentilezza ed empatia. Questa dichiarazione, riletta oggi, è quasi una dichiarazione di poetica.
Dal salotto alla cucina: la casa come scenografia
Uno degli aspetti più intelligenti del programma è la costruzione dello spazio. Lo studio non vuole apparire come uno studio televisivo tradizionale. La scenografia trasforma il luogo della trasmissione in una sorta di casa fantastica, immersa simbolicamente nella natura. Il grande ledwall riproduce il bosco della Val Borbera, legato alla casa della conduttrice, e segue idealmente il cambiamento delle stagioni. È una soluzione scenografica tutt’altro che casuale.
La televisione contemporanea tende spesso a spettacolarizzare lo studio attraverso superfici luminose, ledwall e ambientazioni ipertecnologiche. È sempre mezzogiorno! compie un’operazione diversa: utilizza la tecnologia per simulare l’assenza della televisione. Il ledwall non deve ricordare allo spettatore di essere davanti a uno schermo. Deve fargli credere di essere affacciato su un paesaggio.
È quasi un paradosso: una delle scenografie più tecnologiche del daytime Rai viene utilizzata per produrre un effetto di naturalezza. E qui entra in gioco anche il concetto di stagionalità. Il bosco cambia, così come cambiano i prodotti, le ricette e l’immaginario del programma. La scenografia diventa dunque una specie di orologio televisivo: racconta il passaggio del tempo senza bisogno di dichiararlo.
Il modello televisivo della “brigata”
Un’altra intuizione decisiva è la struttura del cast. Non c’è un unico protagonista accanto alla conduttrice. C’è una brigata: Chef, pasticceri, panificatori, nutrizionisti, inviati e personaggi ricorrenti costruiscono un sistema di relazioni nel quale ciascuno ha una funzione narrativa. È una televisione che non punta sulla competizione.
Anzi, questo è forse uno degli aspetti più controcorrente del programma. In un’epoca nella quale molti format culinari hanno costruito il proprio successo sull’eliminazione, sul giudizio e sul conflitto, È sempre mezzogiorno! sceglie la collaborazione. La stessa Rai ha descritto il clima dello studio come un ambiente nel quale non prevalgono competizione e rivalità, ma fratellanza, gentilezza ed eleganza. È una scelta editoriale precisa.
Dove MasterChef trasforma la cucina in una gara e altri format la trasformano in una sfida, Clerici la trasforma in un gesto sociale. Si cucina insieme. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il programma riesce a parlare a un pubblico molto più ampio di quello interessato esclusivamente alla gastronomia.
La telefonata: un pezzo di televisione analogica nel mondo digitale
Tra gli elementi più interessanti ci sono poi i giochi telefonici, potrebbero sembrare un residuo di una televisione appartenente a un’altra epoca. In realtà sono uno dei dispositivi più moderni del programma dal punto di vista della relazione con il pubblico. Il telespettatore non è soltanto spettatore: può entrare nella trasmissione. La telefonata introduce imprevedibilità, errore, esitazione, spontaneità. Tutti elementi che la televisione contemporanea tende spesso a eliminare attraverso una costruzione sempre più precisa e controllata.
Quando qualcuno risponde al telefono, invece, qualcosa può andare storto e proprio per questo funziona. È una televisione che non ha paura del tempo morto, della battuta improvvisata, della persona comune che non possiede i tempi televisivi del professionista. In questo senso È sempre mezzogiorno! appartiene ancora alla grande tradizione della televisione generalista italiana: quella nella quale il pubblico non è una statistica ma un interlocutore.
Una televisione popolare senza essere populista
Il termine “popolare” viene spesso utilizzato in televisione con una certa superficialità. È sempre mezzogiorno! è interessante perché riesce a essere popolare senza trasformare la popolarità in semplificazione. Il programma parla di prodotti italiani, territori, tradizioni gastronomiche, famiglie, piccoli paesi, produttori, stagioni. Ma non costruisce un’immagine nostalgica dell’Italia. La tradizione viene piuttosto utilizzata come materiale narrativo.
La cucina regionale, per esempio, non è soltanto un archivio di ricette: è un modo per raccontare geografie, persone e identità locali. Anche gli spazi dedicati ai produttori e alle eccellenze del territorio vanno in questa direzione. È qui che il programma incontra una delle funzioni storiche del servizio pubblico: raccontare il Paese attraverso ciò che normalmente non viene considerato una “notizia”. Un piatto può diventare una storia. Un ingrediente può diventare un territorio. Una ricetta può diventare memoria.
La prova più importante: la durata
In televisione, la longevità è uno degli indicatori più severi del successo di un format. Un programma può ottenere ascolti straordinari per qualche mese grazie alla novità, alla curiosità o a un particolare momento mediatico. Molto più difficile è diventare una presenza stabile nella routine quotidiana. È sempre mezzogiorno! ci è riuscito.
E i dati aiutano a capire la solidità del progetto. Il 22 gennaio 2026, per esempio, la trasmissione ha registrato 1 milione e 672 mila spettatori con il 17,3% di share; il 15 gennaio era arrivata a 1 milione e 689 mila spettatori, con il 17,7%. Anche il 25 maggio 2026 il programma ha raggiunto 1 milione e 613 mila spettatori e il 18,1% di share. Non sono semplicemente numeri positivi: sono la fotografia di un’abitudine ed è proprio l’abitudine il vero capitale di un programma quotidiano.
Il paradosso di È sempre mezzogiorno
La cosa più interessante, alla fine, è il paradosso. È sempre mezzogiorno! è una trasmissione estremamente costruita. Ha una scenografia elaborata, una squadra di professionisti, rubriche, tempi, giochi, ricette, collegamenti e una precisa macchina produttiva. Eppure deve sembrare spontanea. Deve dare l’impressione che Antonella Clerici possa interrompere una ricetta per raccontare qualcosa, che uno chef possa scherzare con lei, che una telefonata possa cambiare il ritmo della puntata. Questa è una delle competenze più difficili della televisione: costruire l’illusione della non-costruzione. Il programma riesce a farlo perché ha individuato un territorio nel quale la televisione generalista italiana continua ad avere una forza straordinaria: la quotidianità. Non promette di cambiare la vita allo spettatore.
Gli promette qualcosa di molto più semplice: esserci all’ora di pranzo. E, in un sistema televisivo nel quale tutti cercano continuamente qualcosa di nuovo, forse è proprio questa la sua intuizione più contemporanea. È sempre mezzogiorno! non vende una ricetta. Vende una sensazione. Quella di entrare per qualche ora in una casa dove qualcuno sta già aspettando.