Parenti serpenti, perché il Natale di Monicelli è ancora lo specchio più sincero delle nostre feste
Una commedia nerissima travestita da ritratto familiare natalizio: Parenti serpenti continua a raccontare con ironia feroce le nostre piccole e grandi ipocrisie.
In un Paese che a dicembre si divide religiosamente tra chi rivede Una poltrona per due e chi non si perde un fotogramma di Mamma ho perso l’aereo, Parenti serpenti rimane un’anomalia preziosa. Mario Monicelli lo dirige nel 1992, ma sembra fatto apposta per essere attuale in ogni epoca: un Natale che di patinato non ha nulla, dove sotto le lucine intermittenti non c’è la magia ma il manuale illustrato di tutto ciò che fingiamo di essere quando le feste ci impongono la parte dei buoni a ogni costo.
Il film mette in scena un “semplice” pranzo di famiglia, ma in realtà racconta un Paese intero, quello degli eterni piccolo borghesi, che ama definirsi accogliente, affettuoso, tradizionale, e che invece – dietro le tovaglie ricamate e i servizi buoni – litiga, recita, giudica, sopporta e sbuffa. Monicelli lo sa, lo vede e ce lo restituisce con una lucidità che fa ridere e spaventa insieme.
Parenti Serpenti: il Natale imperfetto che conosciamo tutti
Il punto di forza di Parenti serpenti è semplice: mostra la verità che la maggior parte dei film natalizi evita accuratamente. Niente buoni propositi né finali consolatori, al contrario quello che vediamo è una processione di parenti che arrivano a Sulmona carichi di regali, aspettative e rancori ben stirati. Insomma, pronti a esplodere alla prima scintilla. È un mosaico di volti e ruoli che chiunque può riconoscere nella propria famiglia (a meno di essere quella della Mulino Bianco). C’è quello che parla solo di sé, quello che finge che va tutto bene ma che negli anni ha accumulato sassolini da togliere, la figlia che ostenta tranquillità mentre interiormente fa i conti con la sua vita che non è quella che aveva immaginato, il fratello che torna con il sorriso di circostanza e un segreto ingombrante.

La casa dei genitori diventa quindi il teatro naturale di una commedia umanissima dove si parte con gli abbracci di rito e un cenone allegro per poi incartarsi in piccole tensioni, con battute che nascono innocue e finiscono per graffiare. Monicelli – che lo ricordiamo, è uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana – osserva tutto senza pietà lasciando che la dinamica si sveli da sola, come se il Natale fosse un reagente chimico capace di far emergere la verità. Il risultato è un racconto che scivola da un sorriso complice a un’amarezza improvvisa, con quella tipica disinvoltura che solo i grandi autori riescono a maneggiare.
Un’Italia che cambia ma resta sempre uguale
Rivedere il film oggi significa fare un viaggio in un’Italia che non esiste più… o che forse esiste fin troppo. Il Paese dei primi anni ’90 era pieno di abitudini condivise, di tradizioni dietro cui trincerarsi, eppure già incrinato da un individualismo sempre più dirompente. E Monicelli, come in molte sue opere, coglie il momento esatto in cui le crepe, da sottili venature, diventano voragini. Ci mostra una famiglia che dovrebbe essere rifugio e invece diventa campo di battaglia, che dovrebbe proteggere, e invece calcola, che predica affetto ma si rinfaccia la qualunque facendosi volontariamente del male

.E il bello è che tutto questo oggi ci parla ancora. Nonostante smartphone, social media, cenoni gluten-free e vegan friendly, inclusività (più ideale che fattuale) e tombolate sostituite da quiz televisivi, il motore delle relazioni natalizie è rimasto identico. Ci vogliamo bene, certo, ma a modo nostro. Il film lo anticipava con un coraggio disarmante, raccontando come l’arrivo dei genitori anziani – e la loro necessità di assistenza – trasformi una festa di famiglia in un imbarazzante tavolo negoziale. Nessuno vuole esporsi, tutti cercano una scusa, tutti dicono “vediamo” sapendo perfettamente cosa non faranno.
E non è un caso che la storia sia ambientata proprio a Natale: è il momento dell’anno in cui la società si aspetta la nostra versione migliore. Il regista sceglie esattamente quel giorno per mostrarci, invece, la nostra versione peggiore. Ed è lì che nasce la grandezza del film.
Parenti serpenti è una satira familiare che fa più male di un dramma
Paradossalmente, la forza di Parenti serpenti sta tutta nella sua leggerezza. È un film che scorre via da solo, che fa ridere (tanto) ma fa anche sentire un brivido sottile, perché quelle battute, quelle smorfie, quelle occhiate sfuggenti hanno qualcosa di vero. Come poter dimenticare il botta e risposta meraviglioso tra la sciantosa Cinzia Leone e la ben più pratica Marina Confalone? “Hai esaudito un sogno” è ancora e sempre la risposta che vorremmo dare a quella persona che ci regala sempre cose inutili.

È la sincerità che ci mette a disagio, non la cattiveria. Monicelli non crea certo mostri, ma costruisce persone, con tutte le loro ipocrisie e i lati sgradevoli. Persone reali, vere. E la comicità, quando è così vicina alla realtà, diventa una lama affilata che squarcia il cosiddetto velo di Maya.
Il crescendo finale, ormai celebre, evita infine ogni moralismo. Non c’è predica, non c’è punizione, c’è semplicemente la logica distorta di una famiglia che non sa più come occuparsi dei propri anziani e sceglie la soluzione più comoda – e più assurda. Un gesto estremo che suona come una barzelletta macabra, una di quelle che si raccontano con un mezzo sorriso e un mezzo senso di colpa. Eppure, proprio in quel paradosso, Monicelli ci costringe a chiederci quanto siamo disposti davvero a sacrificare per chi amiamo. La risposta, spesso, non è quella che vorremmo.
Il cast, un’orchestra che suona all’unisono
Gran parte della riuscita del film si deve al cast, una compagnia di attori che sembra nata per condividere la stessa tavolata. Paolo Panelli e Pia Velsi sono due nonni irresistibili, capaci di mescolare fragilità e astuzia senza mai scadere nella caricatura. Attorno a loro ruota un gruppo di interpreti che restituisce alla perfezione l’Italia familiare dell’epoca: sorelle caotiche, cognati nervosi, figli distratti, nipoti che osservano e assorbono. C’è un equilibrio prezioso tra comico e malinconico, e nessuno stona. Da Monica Scattini ad Alessandro Haber, da Renato Cecchetto alle già citate Cinzia Leone e Marina Confalone, ogni personaggio è parte di un ingranaggio più grande che funziona proprio perché sembra reale, familiare, vicino.
Curioso pensare che all’uscita il film non ebbe un’accoglienza clamorosa. Era forse troppo scomodo, troppo diretto, troppo anticipatore rispetto ai tempi. Eppure, col passare degli anni, è diventato un vero e proprio cult delle feste. Oggi rivederlo è quasi un rito, un bagno di onestà nel mare di zucchero che solitamente accompagna il Natale cinematografico e televisivo.