We are who we are, Luca Guadagnino: “Sono pronto per un sequel”

We are who we are, la miniserie Sky-HBO raccontata dal regista Luca Guadagnino in conferenza stampa: si debutta il 9 ottobre su Sky Atlantic.

“Questa è una mia prima volta, un po’ come quella che affrontano i protagonisti della serie. E ogni impresa che affronti ti cambia…”:

così Luca Guadagnino racconta la sua prima volta alla regia di un prodotto tv, We Are Who We Are, una coproduzione Sky-HBO al via su Sky Atlantic il prossimo 9 ottobre, presentata con una conferenza stampa ‘virtuale’ che ha riunito sceneggiatori, produttori, attori e un centinaio di giornalisti.

Un’esperienza che ha definito ‘spensierata’, con 94 giorni di lavorazione intensa, un cast giovane selezionato con  attenzione (e che ha coinvolto Carmen Cuba, responsabile anche del casting, tra i vari titoli, di Strangers Things, e devo dire che la mano si vede…) e una preoccupazione principale, quella di restiture una piena credibilità di storie, personaggi, ambienti e situazioni.

“L’aspetto più complesso di questa produzione per me è stato inquadrare bene l’autenticità della situazione: questo è stato il mio vero mal di testa. Spero di esserci riuscito”

dice a Gloria Satta de Il Messaggero, che gli chiede proprio l’aspetto più difficile di questa prima volta tv. Ma più che una (mini)serie, Guadagnino considera questo We are who we are come un “film ibrido”:

“Quando l’ho rivisto con il montatore Marco Costa, che ha 26 anni e anche questo è un segno di come sia importante scommettere sui giovani, mi sono reso conto che questa opera era quasi ermafrodita: funziona vedendola nella sue singole parti, anche se magari con un linguaggio un po’ diverso da quello consueto della serialità, e ci è apparso pienamente fluido quando abbiamo visto di filato tutte le otto ore, così come del resto l’abbiamo presentato in sala. In un certo senso è un film ibrido…”

dice il regista. E io penso alle quattro puntate de La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana, che vinse la sezione Un Certain Regard a Cannes 2003. E lo stesso We are who we are è stato selezionato per la Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2020.

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Tra gli aspetti più interessanti di questo racconto di formazione che guarda alla fluidità dell’identità dell’adolescenza c’è la scelta dell’ambientazione spaziale e temporale, così come messo in evidenza dalla domanda di Marta Cagnola di Radio 24.  L’aver scelto di ambientare questa storia nel 2016 e in una base militare americana in Italia permette un racconto di mille possibili sfumature.

“Fin dalle prime conversazioni con gli sceneggiatori Francesca Manieri e Paolo Giordano avevamo riflettuto su dove ambientare questa storia incentrata sul tema della definizione della propria identità”

inizia a raccontare Guadagnino, che nelle sue note di regia ha ricostruito il percorso che l’ha portato da Call me by your name alla serie Sky. Correva il 2017 quando il produttore Lorenzo Mieli gli chiese se l’idea di una serie sulla fluidità di genere, ambientata in un tipico sobborgo americano, poteva interessargli. L’idea di rappresentare una comunità americana lo incuriosiva, ma a ispirarlo è stata l’infanzia di Amy Adams, cresciuta per alcuni anni nella base americana Ederle di Vicenza. E così dal racconto della periferia americana, uno stereotipo del cinema indipendente, ci si è spinti verso il racconto di una comunità particolare, un microcosmo come quello dei militari USA fuori dai propri confini. Un’ambientazione alla quale Francesca Manieri e Paolo Giordano si sono affidati, come raccontato da loro stessi: stavano già lavorando a un soggetto quando Mieli ha coinvolto Guadagnino, che ha abbracciato nello sviluppo della sua storia lo sguardo del regista Maurice Pialat.

“‘Hai visto À nos amours? Vedilo’, mi disse alla prima riunione. Guadagnino è la precisione. E vedendo quel film ho capito cosa aveva in mente”,

racconta la Manieri in conferenza.

L’ambientazione temporale e spaziale è quindi un ingrediente fondamentale di questa miniserie.

“L’idea di ambientarla in un ‘non-luogo’ dà anche la possibilità di declinare temi e situazioni in maniera universale. Il contesto militare inoltre permette il richiamo alla disciplina, così come la presenza di una base USA nel chioggiotto dà una dimensione di continua penetrabilità/impenetrabilità tra ‘fuori e dentro’. Per quanto riguarda il contesto temporale, ambientarla nel 2016 risponde intanto a un’esigenza di controllo: se vogliamo raccontare compiutamente la contemporaneità ci vuole comunque un distacco da quello che raccontiamo. Ci sono storie ambientate ai nostri giorni che appaiono invece completamente scollate dalla realtà. Invece la scelta del semestre delle Presidenziali che hanno portato all’elezione di Trump era un’occasione troppo ghiotta per non essere colta. Cloe dice a un certo punto: “Il tempo è cambiato, è il tempo delle decisioni forti”. E questo ci è sembrato interessante”.

Sulla scia di questa ‘universalità’ di temi e di punti di vista, il produttore Lorenzo Mieli, CEO The Apartment, ha sottolineato come l’etichetta ‘teen’ sia riduttiva per un prodotto come questo.

“Ad avermi colpito e portato a questo progetto è stata la visione di un film incentrato sulla trasformazione di un’adolescente da female to male. In quella trasformazione c’era qualcosa di esplosivo e di complesso. Ma il lavoro di produttore è quello di portare l’idea a chi la possa accogliere. E’ partita così un’altra ‘trasformazione’ quella del progetto, arrivato prima delle mani di Francesca (Manieri, ndr), quindi in quelle di Paolo (Giordano, ndr), infine in quelle di Luca (Guadagnino, ndr). Si parla tanto di pubblico teen, di serie teen, ma quello che interessa è il cuore dell’adolescenza, l’esplosione di un mondo che non conoscevi, quello del corpo e del desiderio, che pervade non solo i protagonisti, ma anche gli adulti, persino di più. Questo è stato il germe da cui è nata la serie e l’intero progetto”.

La marca però è quella che Paolo Giordano definisce la “hybris dell’adolescenza”, estesa “nella scrittura, nella regia, nella recitazione”: una forza dirompente, quindi, che ci si aspetta si respiri nelle otto puntate che Sky presenta come un fiore all’occhiello nelle dichiatazioni di Nicola Maccanico Executive Vice President Programming:

“Una serie di qualità come questa è di fondamentale importanza: una pay premium deve guardare alla qualità alla grammatica della narrazione e anche a trattare temi diversi che altrove non verrebbero trattati come meritano. Più che un’opportunità questo è un vero privilegio”.

Un privilegio che potrebbe avere un sequel, visto che il regista ha tutta l’intenzione di bissare l’esperienza. A domanda diretta del collega di TvSerial sull’ipotesi di una continuazione, Guadagnino è stato molto netto:

“Per me un sequel ci può stare, sempre che i miei partner si uniscano in questo progetto”

e immaginiamo che i partner, intesi come squadra di scrittura, produzione e broadcaster siano d’accordo.

Intanto per chi ha amato Chiamami col tuo nome l’invito è anche quello di aguzzare la vista: Timothée Chalamet appare nella serie. “E’ uno degli amici che è venuto a trovarci sul set… a voi scoprire gli altri”. Ma intanto un indizio lo possiamo dare: cercate un ragazzo con la maglietta gialla… (dal 9 ottobre su Sky Atlantic).

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