Home Notizie Suicidio assistito, perché in Italia resta quasi impossibile: il caso Kessler, le indagini in Germania e il ruolo della Fondazione Coscioni

Suicidio assistito, perché in Italia resta quasi impossibile: il caso Kessler, le indagini in Germania e il ruolo della Fondazione Coscioni

Il caso Kessler riapre il dibattito sulla transizione verso il fine vita, in Germania la procedura è depenalizzata e molto più snella mentre in Italia è vincolata a criteri rigidissimi. E la Fondazione Coscioni, da tempo attiva su questo tema, denuncia tempi eccessivi e mancanza di trasparenza

18 Novembre 2025 18:38

La morte di Alice ed Ellen Kessler, icone della tv italiana per almeno un ventennio, ha riacceso in tutta Europa il dibattito sul fine vita. Le due sorelle, 89 anni, hanno scelto il suicidio assistito in Germania: una procedura consentita in assenza di una legge specifica grazie alla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 2020, che ha depenalizzato l’assistenza al suicidio se compiuta in maniera libera, volontaria e consapevole.

Il suicidio assistito: il caso delle Gemelle Kessler

La loro decisione è maturata con anni di anticipo: erano iscritte alla Deutsche Gesellschaft für Humanes Sterben (DGHS), una delle principali associazioni che supportano questa procedura. Come prevede il protocollo tedesco, medico e avvocato hanno verificato la piena lucidità, la volontà autonoma e l’assenza di pressioni esterne. Il gesto finale – girare la valvola che attiva l’infusione del farmaco – spetta sempre alla persona, perché qualunque intervento diretto di terzi costituirebbe eutanasia attiva, che resta vietata.

Pur essendo una pratica non punibile, in Germania l’apertura di un’indagine è sempre obbligatoria: per questo la polizia di Monaco ha avviato gli accertamenti formali, una procedura di rito che non mette in discussione la legalità dell’atto.

Perché in Italia non sarebbe stato possibile

La differenza tra Italia e Germania è netta. Il nostro Paese non ha una legge sul fine vita e ciò che è consentito – cioè il suicidio medicalmente assistito – lo è solo nei confini stretti fissati dalla Corte costituzionale con la sentenza 242/2019, che riporta al caso molto rilevante di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, musicista diventato tetraplegico dopo un gravissimo incidente d’auto nel 2014.

Fabo, dopo anni di sofferenze, nel febbraio 2017 ha chiesto aiuto per porre fine alla sua vita e si era recato in Svizzera insieme all’attivista Marco Cappato per accedere al suicidio assistito, ottenendo l’eutanasia il 27 febbraio 2017. La sua vicenda aveva sollevato un ampio dibattito pubblico e giudiziario sull’eutanasia e il fine vita, con un processo a Marco Cappato, accusato di aver agevolato la sua morte.

Suicidio Assistito, differenze tra Italia e Germania

In Italia una persona può accedere all’aiuto al suicidio solo se:

  • è pienamente capace di intendere e volere;
  • è affetta da una patologia irreversibile;
  • soffre di dolori o condizioni ritenute intollerabili;
  • dipende da trattamenti di sostegno vitale.

Nessuna di queste condizioni è richiesta in Germania. E nessun passaggio deve obbligatoriamente coinvolgere lo Stato.

In Italia, invece, tutto passa dalla sanità pubblica: la richiesta va presentata alla Asl, che istituisce una commissione medica multidisciplinare e invia l’intero fascicolo al comitato etico territoriale. Il percorso può durare mesi, a volte più di un anno. E molte persone muoiono prima che il processo si concluda.

Per il caso Kessler, in Italia non ci sarebbero stati i presupposti: non erano dipendenti da trattamenti vitali, né risultavano malate in fase terminale anche se una delle due pare fosse in condizioni di salute non vuone. La loro volontà, pur piena e consapevole, non sarebbe bastata.

Gemelle Kessler amore
Gemelle Kessler, una vita insieme tra tante sconosciute diversità (TvBlog.it) – Foto da Instagram @piji_insta

La denuncia della Fondazione Coscioni

A monitorare la situazione italiana è da anni la Fondazione Luca Coscioni, che nel solo ultimo anno ha registrato oltre 16mila contatti sul tema del fine vita, con 580 richieste di informazioni su procedure italiane o estere. L’associazione denuncia un quadro frammentato: alcune Regioni collaborano, altre non rispondono alle richieste di accesso civico, altre ancora rallentano la procedura.

Secondo la Fondazione Coscioni, le lacune del sistema sono due: l’assenza di tempi certi, che può trasformare il percorso in un’attesa estenuante e la mancanza di una uniformità territoriale, che lascia la decisione nelle mani delle singole Asl.

Dal 2020 i casi autorizzati sono stati appena quindici; dieci le procedure effettivamente portate a termine in Italia. Una cifra minima, soprattutto se confrontata con la Germania, dove – secondo i dati delle associazioni che operano nel settore – nel 2024 i suicidi assistiti sarebbero stati più di 1.200.

Le prime leggi regionali e un dibattito ancora bloccato

Nel 2025 Toscana e Sardegna hanno approvato leggi regionali che definiscono tempi e modalità per il suicidio medicalmente assistito, nel rispetto della sentenza della Consulta. Ma si tratta di norme locali, non sostitutive della legge nazionale che l’Italia continua a non avere.

Il Parlamento, negli ultimi anni, non è mai riuscito a portare a termine una riforma organica del fine vita, e ogni nuovo caso – dalle battaglie legali ai viaggi all’estero fino al recente caso Kessler – riapre un dibattito che puntualmente si arena.

Per ora, la distanza fra Italia e Germania resta un fatto culturale e giuridico: in Germania il percorso è privato e autodeterminato; in Italia è pubblico, rigido e riservato solo ai malati gravissimi.

Ed è proprio questa differenza di modello che oggi torna al centro della discussione, con la Fondazione Coscioni che continua a chiedere una cosa semplice: rendere il diritto all’autodeterminazione accessibile, trasparente e soprattutto uguale per tutti.