Stranger Things 4, l’incubo horror del Sottosopra è ancora una delizia per il pubblico: la recensione

Un nuovo nemico riporta in azione i giovani protagonisti, cresciuti insieme alla serie. E che, ora, possono permettersi anche qualche scena horror

Andiamo dritti al sodo: l’attesa per Stranger Things 4 è stata tanta (tre anni dall’ultima stagione), ma vi assicuriamo che ne è valsa assolutamente la pena. La quarta stagione di quella che è definitivamente la serie di punta di Netflix si fa perdonare questi tre anni di pausa con un primo volume di sette episodi -in uscita venerdì 27 maggio 2022, su nove totali: gli ultimi due usciranno il 1° luglio- letteralmente da divorare. Ad una condizione: per innamorarvi di questo Stranger Things, dovete dimenticarvi di Stranger Things.

Stranger Things 4, la recensione

Che sia davvero “l’inizio della fine”, come annunciato dai fratelli Duffer in occasione della notizia del rinnovo della serie per la quinta ed ultima stagione, lo capiamo dai vari livelli che questi nuovi episodi mettono sul tavolo o, meglio, sullo schermo.

Perché innanzitutto al centro del racconto non c’è più Hawkins, da dove è cominciato tutto e che per tre stagioni è stata una sorta di Sunnydale anni Ottanta in cui poteva accadere davvero di tutti. I protagonisti sono chiamati al più classico ma avvincente dei road trip, che li costringe a dividersi pur puntando sullo stesso obiettivo: la salvezza del mondo. Esatto, il mondo: lo sguardo della narrazione esce dai confini dell’immaginaria cittadina dell’Indiana e si perde là dove è necessario che i personaggi vadano affinché la stagione intera assuma un respiro decisamente differente rispetto a quelle passate.

Basterebbe questo per notare quanto questa quarta stagione sia ben lontana dall’impostazione delle tre precedenti, ma a siglare il nuovo capitolo è soprattutto il tono ed i riferimenti di genere che i Duffer hanno impostato per questo “inizio della fine”. E aveva ragione Charlie Heaton a dire che “dai Goonies siamo passati a Nightmare”.

Non tanto per la presenza (abbastanza sporadica, almeno nel primo volume) di Robert “Freddy Krueger” Englund, quanto per la volontà di tutto il racconto di alzare l’asticella e crescere insieme ai giovani personaggi e, perché no, ai giovani spettatori. Da bambini quali erano nella prima stagione, i cinque componenti della gang protagonisti ora sono ormai alle porte dell’adolescenza, e possono concedersi qualche brivido in più. Tradotto, vuol dire una sceneggiatura che -forte anche di effetti speciali davvero notevoli ed un budget da trenta milioni di dollari ad episodio- può non solo esplorare nuovi territori geograficamente parlando, ma anche nuovi generi.

E l’horror è decisamente il tema portante di Stranger Things 4: dai chiari omaggi al già citato “Nightmare”, si passa rapidamente a scene dal forte impatto visivo precedentemente solo accennate, fino a situazioni in cui sono gli stessi protagonisti a subire le torture imposte loro dalla trama. Tradotto: se il Demogorgone vi aveva messo paura, vi ricrederete molto velocemente.

Il cambio di atmosfera non danneggia però la mitologia stessa della serie: sebbene non sia più lo Stranger Things che abbiamo conosciuto nelle prime tre stagioni, riconosciamo in alcune scene, ovviamente nei personaggi e soprattutto nei loro dialoghi un mondo costruito lentamente ma con sapienza.

Stranger Things 4 accenna solamente nei primi episodi a quell’effetto nostalgia di cui erano più ricche le prime tre stagioni, per lasciarsi andare ad un’avventura che sa molto di ricompensa per tutti coloro che hanno saputo aspettare tre anni prima di rivedere i ragazzi di Hawkins, anche se di Hawkins, ormai, è rimasto ben poco.

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