Se la protesta diventa un format, anche le grida di un popolo sembrano uno “show”: chi è in difficoltà non ha bisogno della retorica dei vip
La protesta degli autotrasportatori sta diventando argomento principale nei talk show e sui social, ma qual è il confine tra sostegno concreto e sfruttamento mediatico?
In questi giorni sta tenendo banco, in Italia, la protesta degli autotrasportatori in alternanza alle manifestazioni giovanili per chiedere maggiore considerazione, soprattutto in relazione all’aumento dei prezzi della benzina e delle risorse di prima necessità che potrebbero diventare sempre più un lusso per il ceto medio.
Il Governo sta studiando un tavolo di confronto tra le parti, ma nel frattempo il malcontento prosegue nelle strade e in diverse piazze d’Italia. Al punto che le istituzioni vogliono aumentare le misure di sicurezza per evitare degenerazioni nel corso delle manifestazioni pubbliche di dissenso. Da una parte c’è chi chiede aiuto, dall’altra le istanze di Governo. Serve una soluzione, ma l’ulteriore problema emerge quando le manifestazioni di piazza diventano oggetto di dibattito televisivo e social.
La protesta in tv e sui social
Questi sono argomenti che fanno gola e in un’epoca in cui l’attenzione è l’unica valuta spendibile (e siamo tutti schiavi dello Share e delle visualizzazioni) persino il malcontento generalizzato diventa un possibile format. Allora rappresentanti dell’intrattenimento e creator social si trasformano in un concentrato di retorica, fra capi popolo e rappresentanti di un credo attualizzato per l’occasione. Numerosi sono gli esponenti televisivi e cinematografici che stanno mostrando solidarietà, in queste ore, agli autotrasportatori. Molto spesso, però, si supera un confine: quello tra inevitabile e opportuna cassa di risonanza e sfruttamento mediatico di una situazione limite.

Tradotto: è opportuno che i personaggi famosi, di qualsiasi genere e riferimento, accendano i riflettori su una questione rilevante come la protesta degli autotrasportatori e dei commercianti. È giusto anche che dicano la propria, perchè sono e restano esseri pensanti come chiunque altro, senza però sfruttare l’occasione per parlare di sè. O rimaniamo tutti vicino a chi chiede un aiuto concreto, oppure scegliamo semplicemente di cavalcare un’onda. Questa seconda opzione, tuttavia, non è utile alla causa.
Il confine tra sostegno concreto e appeal mediatico
Sentire questo o quell’attore che afferma: “Mi hanno scritto decine e centinaia di migliaia di autotrasportatori per chiedere aiuto” suona come atto di furbizia. In primis perché chi occupa le strade oggi e ha fermato la propria attività, anche volendo, non ha il tempo di scrivere alla celebrità di turno. Intende, semmai, far arrivare la propria voce ai politici che devono occuparsi dei tavoli di confronto. Quindi pensare che un interprete o un conduttore possa essere stato in cima alla lista di un camionista, che non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, diventa difficile.

Semmai è più credibile – e questo fa onore a molti – che parecchi vogliano smettere di rimanere in silenzio prendendo una posizione netta. L’ignavia non è mai la soluzione, in nessun ambito. Tuttavia, sollevare un argomento è utile – sul piano mediatico – solo se seguono idee costruttive e determinanti alla causa. Fare un video, oppure lanciare un appello di fronte alle telecamere, sfruttando la condizione precaria di persone che vorrebbero un avvenire sereno, soltanto al fine di creare hype diventa inopportuno. Questa tendenza, che stiamo vedendo in maniera reiterata tra televisione e social, ha un nome preciso: si chiama trend.
Il precariato non deve diventare un format
Ecco, la protesta non può diventare un trend televisivo e social. Deve restare spunto di dibattito affinché la precarietà venga arginata con tutti i mezzi possibili. Certe notizie devono occupare i telegiornali e assumere rilevanza tra piccolo schermo e contenuti di informazione. Cosa pensa tizio o caio, dall’alto della sua celebrità, in questo momento è secondario. Le star della televisione e dei social, se vogliono tenere alta l’attenzione su questi argomenti, dovrebbero smetterla di usarli per continuare a farsi pubblicità.
Parlare e sostenere qualcuno è diverso da usarlo per tornare a essere in vetrina. Differenza sostanziale che, in molti, tra televisione e social, in queste ore sembrano aver dimenticato. Chi è in difficoltà non ha bisogno di retorica, ma di sostegno concreto e soluzioni immediate. Non possono arrivare se continuiamo a specchiarci nella telecamera in cerca di visibilità sulla pelle di chi sta soffrendo.