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Quarta Repubblica, per tre volte non parte la clip su Lavrov. Porro si arrabbia: “Caz*o”

Quarta Repubblica dedica la puntata al caso Lavrov. La regia sbaglia a lanciare le clip e Porro si arrabbia: “Non è difficile. Caz*o”

Una puntata quasi interamente dedicata al caso Lavrov. Quarta Repubblica ha cavalcato la questione del giorno, creando il dibattito attorno all’intervista proposta ventiquattr’ore prima da Zona Bianca al ministro degli esteri russo.

Appuntamento, quello con Nicola Porro, ricco inevitabilmente di rvm, con qualche errore in regia che si è manifestato quando si è trattato di ripescare le dichiarazioni del braccio destro di Putin sulla strage di Bucha.

Forse ingannati da un precedente riferimento di Porro a Joe Biden, i tecnici hanno prima mandato un servizio a vuoto per poi lanciare le parole del presidente americano. Subito rientrato in studio, il conduttore – visibilmente irritato – ha chiesto che venisse proposto proprio il passaggio di Lavrov su Bucha: “E’ difficile riuscire a trovare una clip di Lavrov perché ci sono state tante cose importanti successe nei giorni scorsi. Vediamo se lo troviamo”.

Il video sul ministro è quindi arrivato, peccato però che l’argomento affrontato stavolta fosse Zelensky. “Torniamo in studio – ha sbottato Porro – non riusciamo ad avere Bucha, non è difficile. Abbiamo tante clip, è un’intervista che dura quaranta minuti, vi ho dato altri trenta secondi. Fate sentire ai telespettatori cosa dice Lavrov su Bucha. Vediamo se è la volta buona, è la quarta”. Un appello arricchito da un udibilissimo “caz*o”.

Il confronto è comunque proseguito in discesa con gli interventi di Paolo Mieli e Toni Capuozzo, che hanno difeso l’operato di Giuseppe Brindisi. “Se mi avessero offerto di intervistare Bin Laden a ridosso delle Torri gemelle sarei corso e avrei avuto le stesse critiche”, ha affermato l’editorialista del Corriere della Sera.

Lo stesso Brindisi, in seguito, si è affacciato in trasmissione, difendendo a spada tratta il suo operato: “Io devo porre delle domande e credo siano uscite ottime risposte, credo di aver fatto il mio lavoro. Sto da trent’anni in questa azienda, non ho mai subito nessuna pressione da Mediaset, che è libera e plurale e questo per l’Italia è un patrimonio da rispettare. Alla fine dell’intervista ho detto ‘buon lavoro’, ma è stato decontestualizzato, perché è stato tolto il resto della frase: ‘per raggiungere la pace’.  E’ scorretto. ‘Buon lavoro’ è un modo per salutarlo. E’ educazione“.