Pierluigi Diaco: “Io, operaio della tv contro la dittatura dei social. In quota di un partito per lavorare in Rai? Che noia!”

Pierluigi Diaco, che torna su Rai2 e su Radio2 con Ti Sento, a TvBlog: “Faccio una tv artigianale. I social? Lì non vedo talenti…”

Si avvicina il ritorno in onda di Ti Sento, la trasmissione di Pierluigi Diaco, in onda in tv da martedì prossimo, 14 settembre, su Rai2 alle ore 23.05 e in radio, su Radio 2, da lunedì 13 tutti i giorni dalle 20.00 alle 21.00. Per il giornalista in arrivo, dunque, otto puntate televisive, fino al 2 novembre, e 220 radiofoniche, per tutta la stagione. E, nel mentre, il lavoro da autore del Maurizio Costanzo Show, che dovrebbe tornare su Canale 5 a fine ottobre.

La novità principale di Ti Sento è l’ingresso nel cast del disegnatore Andrea Camerini (al posto di Gek Tessaro), mentre resta confermato l’impianto del format, che prevede interviste monografiche a personaggi popolari, ispirate dai suoni. Ospiti annunciati il calciatore Leonardo Spinazzola, Claudia Koll, Rocco Siffredi, Milena Vukotic (“sono pazzo di lei, è perfetta per Ti sento“), Lorella Cuccarini, Lino Banfi (“i suoi spot televisivi fanno ancora opinione, gli ottantenni di oggi non parlano solo ai loro coetanei, ma a tutte le generazioni, basti pensare a Orietta Berti, che è stata il personaggio dell’estate“) Manuela Arcuri e, insieme, Ornella Muti e Naike Rivelli.

Ho letto su Tv Sorrisi e Canzoni che il tuo bassotto Ugo ha bevuto l’acqua del mare ed è stato male. Ora come sta?

Ugo sta benissimo. Ormai ha dato, dal punto di vista televisivo. Ha deciso di sottrarsi alle lusinghe delle telecamere (ride, Ndr).

Veniamo a Ti Sento, allora. Nelle dichiarazioni dei giorni scorsi rivendichi la tua tv distesa, lenta, diversa dalla maggior parte della programmazione televisiva odierna…

Non rivendico una patente di diversità, non sono certo io a dovermela dare. Ma tento di fare una tv artigianale e seguo l’intero sviluppo produttivo dei miei programmi. Può piacere o no, ma è fatta con sincerità e rispetto. Non credo nelle scalette e nei copioni. È una tv improvvisata. Nella primavera del 2022 saranno 30 anni di radio, nel mio percorso ho imparato ad ascoltare. È la cosa che mi piace di più. Finalmente in radio e in tv riesco a fare un programma che assomiglia molto alla mia personalità ed è il punto di svolta di una seconda vita professionale in cui ho trovato il baricentro.

Ti Sento è un programma televisivo, ma anche radiofonico. Un vantaggio?

Sì. È un programma crossmediale. Quando sono andato via da Rtl 102.5, ho tentato di dire a me stesso: non posso andare a fare un programma radiofonico diverso da quello che sono diventato io. L’incontro con Paola Marchesini, direttore di Radio 2, e con Roberto Sergio, direttore di Radio Rai, mi ha permesso di sperimentare la formula. Così abbiamo fatto a luglio, su Radio 2, che è la radio che mi ha dato i natali. Il primo a credere nel progetto di Ti Sento è stato il direttore di Raidue Ludovico Di Meo che mi ha dato piena libertà autoriale consigliandomi di fare un programma semplice e senza fronzoli.

La televisione di Diaco che suono evoca?

Il suono delle teche Rai. Su RaiPlay ci passo le ore a vedere i vecchi programmi di Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Gianni Minà, Loretta Goggi, Luciano Rispoli. Ma anche le inchieste di Joe Marrazzo, le cartoline di Andrea Barbato… quella televisione fatta con gusto e grande professionalità – e con meno mezzi tecnologici rispetto ad oggi – la trovo molto contemporanea.

Ascoltare è contemporaneo?

Secondo me, sì. E lo sarà sempre di più. Non è un caso che oggi i podcast si stiano lentamente affermando. L’ascolto – paradossalmente – oggi è contemporaneo. È eterno. Il nostro sguardo è costantemente concentrato su un dispositivo, che sia uno smartphone o un pc. E ormai ci siamo resi conti che negli anni ci siamo ascoltati di meno. Il senso dell’udito, il primo che maturiamo quando siamo nella pancia della mamma, è meno allenato. E ora rivendica il suo spazio dentro di noi. Oggi imparare ad ascoltare è utile e figo.

Per farsi ascoltare di più, è decisiva la scelta degli interlocutori. Come scegli i personaggi da intervistare?

La verità è che non ho un criterio nella scelta degli ospiti. Anzi, forse uno c’é: non prendo gente in promozione. Proprio non mi interessa. L’anno scorso a Ti Sento Roberto Mancini ha raccontato il suo personale e quella, non perché l’abbia fatta io, è un’intervista eterna. Con le suggestioni sonore, molto evocative, è più facile entrare dentro le persone. E poi io con gli autori Filippo Mauceri e Maurizio Gianotti mi limito a scegliere ospiti, suoni e packaging, per il resto nessuno sa prima cosa succederà in studio.

Pierluigi Diaco si farebbe intervistare da Pierluigi Diaco a Ti Sento?

I programmi che scrivo sono programmi in cui andrei anche come ospite. Quindi, sì.

Hai raccontato recentemente di avere pronto un nuovo format televisivo, dal titolo Signora mia, collocabile nel pomeriggio.

Lo abbiamo scritto e depositato, con Mauceri e Gianotti, che mi hanno aiutato a centrarlo. Sono dell’idea che il titolo faccia il programma, ma poi ci vuole la sostanza. Va capito, va lavorato. Per il momento c’è, ma è prematuro parlarne. Deve essere ancora proposto a un direttore di rete. E comunque non sono certo io a collocarlo nel palinsesto, al massimo posso proporre.

Hai ammesso che ti manca il pomeriggio, però.

Sì. Signora mia lo vedo come un settimanale del sabato o della domenica pomeriggio. Noi lo abbiamo scritto pensandolo così. Ma, ripeto, non ho incontrato alcun direttore e comunque non sono io a decidere la collocazione.

Torneresti a condurre un programma di attualità, anche politica?

Dipende dai progetti. Oggi non c’è nulla di più attuale che il mondo interiore dell’altro. Lo dimostra, in parte, l’utilizzo improprio e smodato dei social. Lì il difetto è che quasi sempre uno cerca di rappresentarsi migliore di quel che è. Le interviste per me sono ancora lo strumento migliore in tv e in radio per raccontare chi siamo stati, chi siamo e cosa diventeremo. Oggi raccontare l’essere umano è la cosa più attuale che c’è. Nel mio piccolo tento di preservare tempi umanisti in tempi in cui gli strumenti a me paiono a tratti disumani.

Quindi non ti sei pentito di aver lasciato i social?

Dal punto di vista personale non li ho mai usati, mai pubblicato foto private. Li ho usati per pubblicare foto di Ugo o per promuovere il mio lavoro. Non sono mai stato attivo. Non ho proprio alcuna curiosità su quel mondo. E penso di aver ragione.

Cioè?

Guarda quello che è successo con la panna montata sui no-vax. Quando viene chiesto loro di misurarsi in piazza, si capisce che non esistono: un conto è stare dietro la tastiera, un’altra è manifestare il dissenso guardandosi negli occhi.

Hai parlato di dittatura social.

E lo ribadisco. Intendo dire che l’agenda che viene dettata sui social non è la stessa dei media tradizionali. E soprattutto non è la stessa della maggior parte delle persone, che ascolta la radio, legge i giornali e guarda la tv. Il resto è una fiera della vanità.

E all’interno di questa fiera della vanità non c’è nulla di interessante?

Magari mi sbaglio, ma io di talenti, di opinion leader, nati là dentro, dentro i social, non ne vedo. Le piattaforme musicali sì, per carità, aiutano e hanno aiutato artisti a farsi conoscere. Per essere onesti intellettualmente va detto che io sono l’ultimo a cui andrebbe chiesto. Ho 44 anni, non sono figlio di quella generazione e di quel linguaggio. Ma quello che voglio dire è che oggi si può perfettamente fare questo mestiere sottraendosi da questa ossessione di esserci a tutti i costi. Ludovico Tersigni, che ha fatto molto bene Skam e che sono certo farà molto bene a X Factor, non ha i social.

Anche Maria De Filippi, come te, non è sui social.

Come Lilli Gruber. E come tantissimi altri.

Come si riesce a fare la carriera di Pierluigi Diaco?

Non lo so, onestamente. Ogni percorso fa storia a sé. Io ho fatto un patto con me stesso, a cui non ho mai derogato: faccio questo mestiere come un operaio. Cioè: tutti i giorni, con grande costanza. Sempre. Anche quando le cose vanno male e quando il telefono non squilla. Aprire la saracinesca la mattina e chiuderla la sera, senza arrendersi, è il mio modo di vivere.

Se lavori in Rai, sei in quota di un partito. Lo dicono di molti, talvolta anche di te.

La mia matricola Rai risale al 1996. Sono cambiati direttori e governi ed io continuo a lavorare in questa azienda. Francamente la retorica su questo argomento è una delle cose che mi annoia di più. Ma di che stiamo parlando?

Foto | Federico Guberti

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