«Per un pugno di dollari» torna in tv: il western che cambiò Sergio Leone, Clint Eastwood e il cinema italiano
Torna in tv Per un pugno di dollari, un classico del cinema western ma anche un evergreen che non smette di sorprendere.
Lunedì 5 ottobre 2026, alle 21.10 su Rai Movie, torna in prima serata Per un pugno di dollari, il western che Sergio Leone girò nel 1964 con pochi mezzi tra Italia e Spagna e che finì per cambiare molte cose: la carriera del regista, il destino di Clint Eastwood, la fortuna dello spaghetti western e, più in generale, un pezzo di cinema italiano.
Per un pugno di dollari su Rai Movie: il film che aprì la «trilogia del dollaro»
La messa in onda di Per un pugno di dollari su Rai Movie riporta in tv il primo capitolo di una delle avventure più riconoscibili del cinema italiano del dopoguerra. Prima arrivò questo film, poi Per qualche dollaro in più nel 1965 e Il buono, il brutto, il cattivo nel 1966.
Tre storie autonome, ma tenute insieme dallo sguardo di Sergio Leone, dal volto impassibile di Clint Eastwood e da un’idea di western più sporca, beffarda, meno rassicurante rispetto al modello americano classico.
Al centro c’è lo straniero senza nome, un pistolero che entra in un paese di frontiera controllato da due famiglie rivali e decide di metterle una contro l’altra. Parla poco. Aspetta molto. E lascia al film una frase diventata celebre: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».
Otto settimane di riprese e un western dato per spacciato
Per un pugno di dollari fu girato in circa otto settimane, con un budget ridotto e una lavorazione divisa tra gli studi italiani e i paesaggi spagnoli, soprattutto nell’area di Almería, destinata da quel momento a diventare una sorta di West europeo. Nel 1964 il western sembrava un genere stanco: negli Stati Uniti aveva perso peso, in Italia era visto come una scommessa rischiosa.

Sergio Leone, che conosceva bene il cinema popolare e i suoi ingranaggi, prese invece quella fase di crisi e la rovesciò. Niente eleganza patinata. Dentro mise polvere, sudore, facce scavate, primi piani interminabili, silenzi tirati fino allo spasimo. All’inizio ci fu anche diffidenza. Poi il pubblico arrivò. In Italia funzionò, all’estero ancora di più. E il successo del film contribuì a rimettere in moto un filone che molti consideravano ormai consumato.
Eastwood, Volonté e Brega: i volti che fecero nascere il mito
Per Clint Eastwood, allora noto soprattutto per la serie americana «Rawhide», il ruolo dell’uomo senza nome fu una svolta secca. Arrivò in Europa con il poncho, il sigaro e quell’aria chiusa, più trattenuta che eroica. Leone capì subito come usarla: poche battute, sguardi lunghi, immobilità quasi minacciosa. Di fronte a lui c’era Gian Maria Volonté, accreditato all’epoca anche come John Wells, nel ruolo di Ramón Rojo: nervoso, elegante, feroce, molto lontano dal cattivo tutto d’un pezzo dei western tradizionali.
Nel cast spicca anche Mario Brega, volto amatissimo del cinema leoniano, qui nei panni di Chico, presenza ruvida e subito riconoscibile. Un posto a parte lo merita Marianne Koch, l’attrice tedesca che interpreta Marisol, donna contesa e prigioniera di un sistema di violenza familiare. Dopo il cinema cambiò strada: studiò medicina, divenne internista e in Germania lavorò a lungo anche come divulgatrice sanitaria in radio e televisione. Una vita lontanissima dalla polvere di quel set.
Morricone, Kurosawa e le storie dietro il successo mondiale
Una parte decisiva del mito passa dalla musica di Ennio Morricone, firmata con lo pseudonimo Dan Savio: fischi, fruste, chitarre elettriche, campane, cori maschili. Non era semplice sottofondo. Era un altro racconto, capace di dare al film un suono nuovo, riconoscibile dopo pochi secondi.
Dietro il successo, però, ci fu anche una nota vicenda giudiziaria: Akira Kurosawa e la casa di produzione Toho contestarono a Leone e ai produttori la forte somiglianza tra Per un pugno di dollari e Yojimbo, film giapponese del 1961 diretto dal maestro nipponico. La causa si chiuse con un accordo economico e con il riconoscimento di diritti di sfruttamento in alcuni mercati. Kurosawa, secondo una frase spesso citata, avrebbe poi detto di aver guadagnato più da quel remake non autorizzato che dal proprio film.
Resta il dato centrale: Leone prese quel modello narrativo e lo trasformò in altro. Un western mediterraneo, duro, stilizzato, capace di parlare al pubblico di tutto il mondo. Sessant’anni dopo, la sua forza è ancora lì: in un paese finto che sembra vero, in tre note di chitarra e in un pistolero che entra in scena senza spiegare quasi nulla.