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Non ci resta che piangere, il ritorno in tv del cult di Benigni e Troisi: curiosità e segreti del film

Vitellozzo, fiorini e viaggi nel tempo: perché Non ci resta che piangere continua a far ridere (e commuovere) quarant’anni dopo l’uscita in sala. Stasera di nuovo in onda il classico con Troisi e Benigni

29 Dicembre 2025 17:00

Stasera su Rete 4, torna Non ci resta che piangere, uno di quei film che l’Italia conosce quasi a memoria ma che ogni volta finisce per riguardare da capo. Uscito nel 1984 in una versione leggermente ridotta rispetto all’originale, scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, il film è diventato in pochi anni un classico assoluto della commedia all’italiana, capace di mettere insieme filosofia spicciola, nonsense e malinconia dentro una storia di viaggio nel tempo tanto assurda quanto geniale.

Non ci resta che piangere, un vero cult

Al botteghino fu un trionfo: più di 15 miliardi di lire incassati e primo posto fra i film italiani della stagione 1984-85. Ma è in tv, con le repliche a cadenza regolare, che Non ci resta che piangere si è trasformato davvero in un rito collettivo, fatto di battute riciclate nelle chat, meme, imitazioni e citazioni continue.

Un viaggio nel tempo “artigianale”

La trama la conoscono praticamente tutti: Saverio, maestro elementare, e Mario, bidello un po’ svagato, restano bloccati a un passaggio a livello, imboccano una stradina di campagna e, dopo un temporale, si ritrovano catapultati nell’Italia del passato remoto. Dopo una dormita aprendo una finestra vengono investiti da musica antica: e inconsapevolmente sono proiettati indietro nel tempo: “Millequattrocento, quasi Millecinque….”

È il 1492: e i due iniziano così una serie di incontri, dal macellaio Vitellozzo a Leonardo da Vinci, con lo scopo di concretizzare il folle progetto di bloccare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire l’America, la vera rovina del mondo moderno.

La forza del film, però, non è tanto nel meccanismo fantascientifico – volutamente rudimentale – quanto nel contrasto costante fra la mentalità degli anni Ottanta e il Medioevo rivisitato, con Saverio e Mario che importano tic, linguaggi e nevrosi moderne in un mondo ancora regolato da superstizioni, gabellieri e messi papali.

Non ci resta che piangere
Una splendida Amanda Sandrelli co-protagonista del film – Credits CGG (TVBlog.it)

Un titolo che arriva da Petrarca

Il titolo Non ci resta che piangere non nasce in una stanza sceneggiatori ma in biblioteca. Benigni ha raccontato di aver letto a Troisi alcune poesie di Francesco Petrarca, chiedendogli di fermarsi sulla frase che avrebbe sentito più “giusta” come titolo: a colpirlo fu proprio un passaggio in cui ricorre l’espressione “non ci resta che piangere”, che i due trasformarono nella sintesi perfetta del loro film. Paradossalmente pochi italiani riconosceranno la penna classica di quella frase; ma oggi dire non ci resta che piangere è entrato nel modo di dire più popolare.

È un titolo che tiene insieme la vena malinconica di Troisi e quella più buffonesca di Benigni: da un lato l’idea di essere sempre in ritardo sulla storia, dall’altro la capacità tutta italiana di riderci sopra.

Improvvisazione continua e la scena del “un fiorino”

Sulla carta esisteva una sceneggiatura molto strutturata, ma sul set Benigni e Troisi lasciarono ampi margini all’improvvisazione. Molte delle gag più celebri – i botta e risposta infiniti, le ripetizioni, i silenzi imbarazzati – nascevano proprio da questa libertà, poi tagliata in fase di montaggio.

L’esempio più famoso è la scena della dogana, con il gabelliere che chiede implacabile “un fiorino”. Stando ai racconti di lavorazione, la sequenza fu ripetuta talmente tante volte che attori e tecnici non riuscivano più a smettere di ridere; alla fine venne tenuta la versione in cui le risate sfuggono di mano anche ai protagonisti, proprio perché restituiva meglio il clima surreale che si era creato sul set.

Non ci resta che piangere
Troisi e Benigni hanno condiviso copione, ruoli e direzione del film – Credits CGG (TVBlog.it)

Lettera a Savonarola, omaggio a Totò e scene tagliate

Un altro momento cult è la lettera a Savonarola, scritta da Saverio e Mario in una scena che cita apertamente la famosa “lettera” di Totò e Peppino in Totò, Peppino e la… malafemmina. Dalla punteggiatura impazzita alla sintassi improbabile, l’omaggio è dichiarato e rende esplicito il debito del film verso la grande tradizione comica napoletana.

Non tutte le idee, però, sono arrivate nella versione definitiva. Tra le sequenze girate e poi tagliate c’era anche un incontro con Girolamo Savonarola, interpretato da Marco Messeri: un confronto che avrebbe accentuato il lato “teologico” del film, ma che fu eliminato per questioni di ritmo.

Libri, versioni alternative e finali diversi

Il successo di Non ci resta che piangere fu tale che pochi mesi dopo uscì anche un libro omonimo, firmato da Benigni e Troisi, un caso singolare in cui il film precedette la narrativa. Il libroi ricalcava la storia del film ma proponeva un finale diverso: Mario giura di sposare Gabriellina, sorella di Saverio, e quest’ultimo gli indica il viottolo che permette di tornare al presente.

Nel corso degli anni il film è arrivato in tv e in home video in più versioni: quella cinematografica, una versione televisiva più lunga con alcune scene aggiunte e un’edizione “integrale” in dvd che recupera ulteriori frammenti, fra cui la celebre storia sentimentale di Mario con la guerrigliera che nella prima uscita era praticamente scomparsa.

Location, locomotiva e piccoli errori storici

Anche dal punto di vista produttivo Non ci resta che piangere è un piccolo viaggio nell’Italia anni Ottanta: le riprese si sono svolte tra Lazio e Toscana, con il borgo di Frittole ricreato soprattutto fra Volterra, Capraneto e altri paesi della zona.

La locomotiva che appare all’inizio è un modello storico realmente esistente, utilizzato dalle Ferrovie come mezzo d’epoca: un dettaglio che aggiunge fascino alla sequenza del passaggio a livello e mostra la cura con cui fu costruito l’incipit del film.

Non mancano, ovviamente, gli “errori” storici: si è spesso ricordato che nel 1492 alcuni cibi mostrati in scena – come i fagioli – non erano ancora arrivati in Europa proprio se non dopo la scoperta dell’America. Ma è proprio questa libertà, questo giocare con la storia più che rispettarla al millimetro, a rendere Non ci resta che piangere un’opera sospesa in un altrove dove contano più le gag, i dialoghi e le facce di Benigni e Troisi che la precisione filologica.