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Natale in casa Cupiello: De Angelis cerca la misura e veste Eduardo della sua estetica, ma non trova una dimensione

De Angelis si ispira all’originale senza stravolgerlo: cerca di variarlo per clima e personaggi, ma il suo Luca Cupiello fatica, e non poco.

pubblicato 22 Dicembre 2020 aggiornato 23 Dicembre 2020 10:21

Né carne, né pesce,  e con un protagonista ‘arrogante’. Questa, in un tweet, la sensazione dopo aver visto il tentativo (coraggioso e per questo da premiare) di realizzare un Natale in casa Cupiello 2020.

Un’opera teatrale vestita di cinema: così Sergio Castellitto ha presentato la versione di Natale in casa Cupiello in onda questa sera, martedì 22 dicembre, in prima serata su Rai 1. Una versione che la Rai stessa presenta come “un film” tratto dalla celebre commedia tragica di De Filippo, un ‘film’ firmato da Edoardo De Angelis con (un estraneo) Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista Luca Cupiello, una strepitosa (davvero magistrale) Marina Confalone in quelli della moglie Concetta (ruolo che fu di Pupella Maggio e che la stessa Confalone visse da vicino, interpretando la cameriera nella ‘versione tv tràdita’ del 1977), un sorprendente Adriano Pantaleo in quelli del ‘disamorato’ Tommasino/Nennillo, un centratissimo Tony Laudadio nel cappotto venduto di Zio Pasquale, Pina Turco negli abiti vomeresi di Ninuccia e i convincenti Antonino Milo e Alessio Lapice in quelli dei rivali Nicola Percuoco e Vittorio Elia.

Cosa si intenda per “film”, però, bisognerebbe capirlo: un film senza distribuzione in sala (e non a causa del Covid) e pensato per la tv è un film tv. Ma qui siamo dalle parti del teatro in televisione. Cercare di ‘nobilitarlo’ (e poi perché?) marcandone le origini cinematografiche rischia di creare un’etichetta impropria e di mistificarne il valore. Tornando alla definizione sospesa tra teatro e cinema data da Castellitto per questa attesa trasposizione Rai – Picomedia, personalmente aggiungerei “per la tv”: un passaggio dato per scontato, ma centrale a mio avviso per leggere nel suo complesso questa versione. La dimensione televisiva permea l’intera operazione traspositiva e la scorgo nel tentativo di non sconvolgere l’iconografia eduardiana soprattutto nella scenografia (peraltro minuziosamente descritta nel copione), di non scioccare chi ha sempre visto la versione tv di De Filippo. E infatti si mantiene molto più fedele agli ‘originali’ eduardiani di quanto potrebbe sembrare (neve inclusa).

Nella sostanza, però, De Angelis sembra non voler esagerare e così tenta qualcosa di diverso sul piano della confezione ma senza spingere sull’unico piano davvero sfruttabile: lo specifico cinematografico. Si finisce per avere un prodotto figlio di tanti compromessi, che non graffia e che nega l’unica cosa che una lettura cinematografica avrebbe potuto dare, ovvero una marcata tridimensionalità (se non proprio la rottura della quarta parete, e lo vedremo commentando il finale). E invece la regia si muove sui primi piani, perdendo così anche la dimensione corale della scena teatrale, mentre la rigidità espressiva del protagonista finisce per rendere questa versione perfino meno dinamica di quella degli anni ’70. Lì il movimento lì lo davano l’interpretazione, la mimica, la voce, lo sguardo di Eduardo, da fermo: una profondità di movimento che qui, invece, diventa stasi. Con ‘materie prime’ diverse magari avrebbero potuto aiutare soluzioni diverse: ma nella scelta di non sconvolgere l’impianto ‘tradizionale’ qualcosa inevitabilmente perde spessore.

 

De Angelis veste Eduardo con i suoi abiti

Dicevamo che l’ancoraggio televisivo di questa trasposizione ‘cinematografica’ di un’opera teatrale, conosciuta al grande pubblico grazie alla sua ripresa televisiva, passa soprattutto per la scenografia. Non una riproposizione pedissequa di quella eduardiana, anzi. Non manca qualche concessione all’estetica deangelisiana che però finisce per disturbare: penso alle pareti (incomprensibilmente) scrostate che riportano nel quartierino quella marginalità cara al regista di Perez. o Il vizio della speranza (da cui arriva anche Pina Turco, Ninuccia).

De Angelis rivendica la firma di questo Natale in casa Cupiello 2020: è normale. Ne dà la sua lettura, propone la sua versione, fa la sua interpretazione dei personaggi più che della storia. Non cerca la mimesi nell’originale, ma nello stesso tempo cerca di fare i conti con l’iconografia classica della versione televisiva e con i personaggi amati dalla tradizione, senza però trattarli da santini. Si percepisce lo sforzo nel cercare la difficile misura tra sé, testo e autore originale e l’immaginario del pubblico televisivo. Una missione difficile, insidiosa, che lascia spazio a qualche incongruenza nella costruzione complessiva, soprattutto nella confezione (la neve è un modo per dire ‘ci sono’) e nella lettura dei personaggi più che nella costruzione narrativa in sé (quella invece solidamente conservata nella scrittura di Eduardo).

L’estetica cinematografica di De Angelis finisce però per appesantire quella leggerezza tragica propria della scrittura eduardiana. Una pesantezza che si incardina nella lettura nervosa, irosa, senza quell’ingenuità infantile che il personaggio di Luca Cupiello mostra fin dal risveglio e che trova sublimazione nel suo amore per il presepe: ed è forse nella lettura del protagonista che si manifestano le principali difficoltà di questa trasposizione.

Lucarie’, te si’ scetato nervuse?

Chi, come me, ha negli occhi e nelle orecchie la mimica e la voce dell’Eduardo anziano, immortalato nella versione televisiva di Natale in casa Cupiello del 1977 – diretta sul palco e per la tv proprio da De Filippo – ha inevitabilmente la tentazione di confrontarlo con l’originale. Un errore, senza dubbio, considerato peraltro quanto detto sul tentativo autoriale di De Angelis. Legittimo, in una trasposizione, tentare di dare una lettura diversa, ma non basta il tentativo perché funzioni. E in questo senso la versione rigida, nervosa, scattosa di Luca Cupiello non convince: se ne perde la leggerezza ingenua, quella incapacità di vedere il brutto del mondo, di guardare oltre la superficie, di scontrarsi con la realtà. Il Luca Cupiello di Castellitto è acido verso la moglie che pure adora, verso un figlio per cui stravede: quell’acidità finisce per appiattire le mille sfumature sinceramente da commedia che invece il risveglio del I Atto porta con sé. Quel disincanto per quella famiglia nei confronti della quale si comporta da padrone (o meglio, gli viene concesso) ma nella quale in fondo è un ospite, quella continua funzione pacificatrice di chi vuole che tutti si vogliano bene, che non ci siano scontri, che ci sia solo la gioia della famiglia, quell’incapacità di vedere quanto sia difficile mantenere l’equilibrio e quanto dolore ci sia in quel “Niente, Lucarie’, niente”: tutto questo scompare nel I Atto di Castellitto. Svanisce così tutta la dimensione fiabesca del personaggio, qui costretto in una bidimensionalità dettata sia dall’interpretazione del copione che dalla capacità mimetica dell’attore. L’aspetto infantile e leggero lo si recupera, per forza di testo, nel II e nel III atto, ma con un senso di discontinuità rispetto all’incipit che resta permeante per tutta la visione.

Natale in Casa Cupiello

 

Il nervosismo più marcato nella Concetta della Confalone trova invece una piena legittimazione in una lettura meno ‘servile’ della moglie, meno devota per ruolo e più stanca di portare avanti una famiglia senza un uomo al fianco. La Confalone rende più evidente tutta la fatica della Concetta eduardiana e, se possibile, la rende ancora più potente con una naturalezza nell’interpretazione che sa davvero di magistrale: nelle  quattro diverse modulazioni della prima battuta c’è subito tutta la sua maestria. Pantaleo, dal canto suo, lavora correttamente per sottrazione: la versione macchiettistica del Tommasino del 1977 lascia spazio a un personaggio meno contrastato, forse, ma non per questo meno chiaro nella sua evoluzione. E se Pina Turco mostra di aver imparato la lezione di Lina Sastri, va detto che tutto il cast riempie il palco di teatro, vero, vissuto. E non c’è ‘cinema’ che tenga.

Natale in casa Cupiello 2020: la lingua

La lingua è quella di Eduardo. Ha la sua forza, la sua musicalità, la sua tenacia. In questo De Angelis mostra intelligentemente di non lavorare su una italianizzazione forzata del testo: quello è, quello resta. Anche perché la stessa scrittura eduardiana non è dialettale ma ‘evocativamente’ dialettale; cadenze, intonazioni, qualche spruzzata lessicale danno un’atmosfera. I suoi protagonisti poi sono praticamente ‘in lingua’. A maggior ragione non si possono giustificare né accettare degli errori di pronuncia nel personaggio di Lucariello: in un contesto linguisticamente perfetto offerto dal cast non è ammissibile sentire “sctare”, il più comune degli errori per un non parlante napoletano, e non “s(ci)carpa”: non si può. Sensibilità del ‘madrelingua’? Beh, direi rispetto del contesto.

Inserisco qui anche una notazione sulla colonna sonora: Avitabile è un maestro, ma qui sembra abbia giustapposto unasua creazione. E il risultato è persino fastidioso.

Il finale ‘tradito’: il cinema è solo (nella) confezione

La dimensione cinematografica, quindi, si manifesta più nella confezione, come detto, che nella regia e nelle soluzioni che il mezzo offre. Fotografia e scenografia sono davvero notevoli, così come il piano sequenza che segue Concetta che ritorna in casa dopo aver preso l’acqua sembrava aprire davvero a un altro tipo di racconto per immagini, che si ferma solo a qualche altro ‘intermezzo’ peraltro sacrificabile, che non leva e non mette né sul piano della regia né della trasposizione in sé.
Questa versione di Natale in casa Cupiello ha scelto di non giocarsi forse la carta più interessante, quella che sarebbe riuscita a rendere pienamente l’opera teatrale, superando a destra la versione televisiva dello stesso Eduardo: avrebbe potuto rendere la magia della scena finale così come scritta da De Filippo, quel sogno ad occhi aperti del Luca morente.

(Ottenuto il sospirato “sì” [da Tommasino, alla domanda “Te piace ‘o presepe”, ndr], Luca disperde lo sguardo lontano, come per inseguire una visione incantevole: un Presepe grande come il mondo, sul quale scorge il brulichio festoso di uomini veri, ma piccoli piccoli, che si danno un dà fare incredibile per giungere in fretta alla capanna, dove un vero asinello e una vera mucca, piccoli anch’essi come gli uomini, stanno riscaldando con i loro fiati un Gesù bambino grande grande che palpita e piange, come piangerebbe un qualunque neonato piccolo piccolo…)

Luca (perduto dietro quella visione, annuncia a se stesso il privilegio): Ma che bellu Presebbio! Quanto è bello!

Una visione struggente che raccoglie in sé tutta la bellezza del personaggio che si sceglie invece di non mostrare, di non ‘sfruttare’, forse perché troppo lontana dalla vulgata tv dello stesso Eduardo. E così, presumibilmente per paura del rifiuto si rinuncia alla funzione stessa del cinema: uscire dal qui e ora, andare oltre il palcoscenico. Non si è voluto osare, rischiare, tentare qualcosa di diverso. Sono scelte. Anzi, la scelta fatta è quella di una crudezza ancor maggiore rispetto al finale eduardiano, perché se è vero che De Angelis non si mette in scena il testo originale è anche vero che non si segue la versione teatrale/tv.

Natale in casa Cupiello

Il finale è crudo, acido almeno quanto l’inizio: se Eduardo sceglie di non mostrare la morte di Luca, lasciandolo in quella visione beata, con tutta la famiglia al suo fianco, pacificata in un dolore profondo, De Angelis invece mostra al pubblico la fine di Cupiello. E con la sua fine, inevitabilmente apre a un dopo, che invece De Filippo lascia sospeso. Il tempo sospeso dell’agonia immortala Luca e la sua famiglia nell’eterno; la morte del protagonista apre potenzialmente al disastro seguente. Ed è molto diverso.