Home Interviste Luca Tiraboschi a TvBlog: “Italia 1 è stata mangiata da Canale 5. Giordano il miglior giornalista italiano, rifarei il Festivalbar”

Luca Tiraboschi a TvBlog: “Italia 1 è stata mangiata da Canale 5. Giordano il miglior giornalista italiano, rifarei il Festivalbar”

Luca Tiraboschi si racconta a TvBlog. I motivi della crisi di Italia 1, il ruolo di Canale 5, il rapporto con Bonolis e D’Urso, gli elogi a Giordano e la nostalgia del Festivalbar: “Uman il mio più grande insuccesso, orgoglioso di Invisibili. Non ho più parlato con Piersilvio”

pubblicato 6 Luglio 2023 aggiornato 7 Luglio 2023 15:29

Una vita nella tv, per la tv. Il 22 luglio Luca Tiraboschi compirà sessant’anni, molti dei quali passati ad ideare, testare, modellare e a volte bocciare programmi. Un amore scoccato per caso, con una laurea in architettura che tutto poteva lasciare immaginare, tranne un approdo fortunato e duraturo nel piccolo schermo.

Durante l’università cominciai a lavorare nelle televisioni locali”, racconta Tiraboschi a TvBlog. “Mio padre incontrò il responsabile di una serie di emittenti della bergamasca che era disperato perché non trovava ragazzi da poter inserire nell’organigramma. Senza dirmi niente gli fece il mio nome. ‘Domani presentati da questo signore’, mi informò. Ci andai. Partì tutto da lì, mi misero in mano un microfono e andai subito in onda. Realizzavo interviste, seguivo inaugurazioni, mostre ed eventi”.

Tv e architettura, mondi lontani ma in qualche modo collegati. “Mi sono laureato con una tesi di progettazione su Dario Argento, ovvero su come il regista riuscisse a trasformare determinati spazi in luoghi del terrore, attraverso piccoli artifizi architettonici. Insomma, un lavoro che si collegava all’universo dello spettacolo”.

Fino alla prima vera svolta, nel 1989, quando fu indetto il Master in Comunicazione d’Impresa di Publitalia. “Partecipai come neo-laureato, vinsi il concorso e mi assunsero subito, prima nel comparto di scenografia, come assistente degli arredatori. Come vedi, il discorso dell’architettura rispuntò fuori”.

In seguito passò ai contenuti, avviando una scalata degna di un alpinista: produttore esecutivo, capostruttura, vicedirettore di Canale 5, direttore di Italia1. Ruolo, quest’ultimo, che ha ricoperto per ben dodici anni.

Una volta era più facile. Gli anni novanta furono un periodo di iper-dinamismo. Fininvest era già importantissima e aveva modernità, contemporaneità e forza propulsiva che hanno reso forte, di riflesso, anche la Rai. Il sogno di Silvio Berlusconi era battere la tv di Stato. Non solo lo ha realizzato, ha fatto di più: l’ha costretta a confrontarsi con la società, l’ha fatta evolvere. Per assurdo, oggi è tutto ribaltato, con la Rai che è più innovativa di Mediaset, ahimè. Molti prodotti Rai potrebbero essere trasmessi su una tv commerciale e viceversa, a tal punto che molti titoli e volti di spicco passano da una realtà all’altra come se nulla fosse. Il primo a dimostrare che non c’era molta differenza fu Paolo Bonolis, che saltò ripetutamente da una parte all’altra”.

Proprio con Bonolis portò al successo Tira e Molla.

All’epoca il produttore esecutivo godeva di un grande coinvolgimento. Ora tutto è in mano a realtà esterne che vendono in licenza il prodotto finito. In passato ogni programma possedeva un marchio di artigianalità fornito dal produttore, che era una figura centrale, una sorta di piccolo allenatore. Venivo coinvolto in tutte le operazioni, intervenivo in tutti i ragionamenti ed ero diventato una figura di confronto costante. In automatico nacque una dinamica amicale con Paolo, col quale avevo già lavorato a Occhio allo specchio e Urka.

Tira e Molla portava la firma di Corrado. Leggenda narra che il primo impatto tra lui e Bonolis non fu felicissimo.

Corrado era abituato per forma mentis e caratteristiche personali a prediligere un percorso di estrema comprensibilità e rigidità. Il gioco che lui aveva ideato prevedeva uno schema molto compatto. Bonolis, al contrario, è un distruttore, seppur perfettamente in grado di gestire una struttura complessa. La sua forza è demolire e ricostruire, continuamente. In avvio la sua conduzione fu precisa, poi dalla telefonata di Emma Papini mutò tutto. Paolo mi guardò, ci intendemmo e ci fu il colpo di genio. Cambiò il paradigma, venne annullata la liturgia del quiz e arrivò il successo. Per una rete per anni abituata a La Ruota della Fortuna fu come Woodstock. Corrado si rese conto che Bonolis non sarebbe stato il suo erede diretto per osmosi, bensì un suo successore inteso nell’ottica di salto generazionale.

Due anni di gloria, poi Bonolis lasciò e Tira e Molla passò per breve tempo nelle mani di Giampiero Ingrassia. Fu un errore puntare su di lui?

Ingrassia era ed è un attore, non un improvvisatore. Era abituato a lavorare con i copioni, a rispettare rigorosamente i tempi. Il gioco si prestava alla messa in scena della maestria del conduttore, era normale che funzionasse meno. Fu come togliere Maradona al Napoli.

Bonolis, comunque, lo ritrovò nella primissima edizione di Ciao Darwin.

Ero capostruttura dello show, che avrebbe dovuto delineare il prototipo di uomo e donna del terzo millennio, un Frankenstein creato dalla tv. Avevamo immaginato una o due edizioni, così da ottenere un identikit una volta scavallato il 2000. Il successo però è stato talmente forte che sono state cambiate le dinamiche, generando mille seguiti. Se una cosa funziona si realizzano venti edizioni, guarda quello che è accaduto al Grande Fratello. Sarebbe dovuto essere un esperimento sociale, si è trasformato in un reality infinito.

Italiani, nell’autunno 2001, fu invece un flop. Cosa non funzionò?

Ero vicedirettore di Canale5, con delega all’intrattenimento della rete. Il programma non fu fortunatissimo, nonostante fosse innovativo. Ci furono problemi vari, anche con Teo Teocoli, ma il vero ostacolo fu rappresentato dall’attentato alle Torri Gemelle. Pensa, la sigla la girammo proprio nei giorni dell’attacco. Probabilmente, quel tipo di contenuto sardonico strideva col contesto.

Anche Torno Sabato offriva comicità e leggerezza. Eppure Giorgio Panariello, in quella fase complessa, stravinse.

Panariello assicurava una comicità ‘larga’, popolare, semplice. Bonolis ne proponeva una più spinosa, ruvida, con doppia o tripla lettura. Non erano la stessa cosa.

Nel 2002 l’approdo alla guida di Italia 1. Di quella rete, punto di riferimento dei giovani, è rimasto ben poco. Quando si è sviluppata a suo avviso la crisi d’identità?

Quando è stata mangiata da Canale 5, che nella sua programmazione ha incluso pure il taglio editoriale di Italia 1. Se per tutto l’anno vanno in onda Grande Fratello, Isola, Temptation Island, Italia 1 che fa? Un conto è immaginare un laboratorio di idee che realizza programmi che, una volta diventati forti, passano sull’ammiraglia, altra cosa è trasformare Canale 5 in una Italia 1 al cubo. Se ragioni così, Italia 1 viene inevitabilmente assorbita, come è successo.

A proposito di laboratorio, Canale 5 nel 2007 vi scippò Dottor House.

Mi arrabbiai moltissimo, perché tolsero ad Italia 1 una cartuccia importantissima. Era una serie inserita all’interno di un accordo generale, la acquisimmo a zero euro. Fu un grosso errore spostarla.

Sull’ammiraglia non replicò gli ascolti pazzeschi totalizzati su Italia 1. Secondo lei perché?

Se un reality come La Fattoria passa da Italia 1 a Canale 5 si può rimodulare in base alle caratteristiche della rete, del pubblico e del conduttore. La serie no, è stampata in un modo e così rimane. Una volta che questa diventa identitaria e simbolo di Italia 1, se la sposti da un’altra parte non può funzionare appunto perché non può essere rimodulata. Non guadagnò spettatori, il pubblico di Canale 5 non riconobbe quel linguaggio e rimase un ibrido. Non solo: quando ti ritrovi contro una produzione che fino ad un istante prima era tua, cosa piazzi quella sera? Rischi la porcata e il pubblico non ti segue in certe logiche.

Qualcuno sostenne che sempre Canale 5, ad un certo punto, vi impose di rendere meno competitiva la fascia dell’access prime time, per non disturbare Striscia la Notizia. Era vero?

Non in questi termini. Ci fu un periodo in cui tutte e tre le reti godevano di tanta programmazione autoprodotta. Su Canale 5 c’era Striscia che dominava, mentre Rai 1 non dava fastidio. Quando invece diventò competitiva con Affari Tuoi, la concorrenza interna divenne un problema. Venne istituito il coordinamento editoriale affidato al marketing e, per massimizzare la produttività della pubblicità e rendere gli investitori più felici, si decise di evitare la trasmissione di prodotti simili in contemporanea. Sarabanda si accorciò, finiva alle 20.40, non perché ci fosse un ordine censorio. Mi sono sempre confrontato col coordinamento e ancora adesso ritengo che quella linea fosse sensata.

Nessun dissidio, dunque, con Striscia.

No, ad essere sincero con Antonio Ricci ho avuto pochi rapporti, così come con Maria De Filippi.

Perché?

Mi riferirono che qualcuno non parlava bene di me a loro. Non so se fosse vero o meno, non ho mai verificato.

Citava Sarabanda. Un grande successo, che però ad un certo punto è sfociato nella parodia e nel trash.

Quel gioco viveva nella capacità straordinaria di Enrico Papi di creare personaggi. Ma il fuoco che brucia tanto non brucia a lungo. Non so se vennero commessi errori, ogni cosa ha un suo percorso. Ricordo che proponemmo persino Sarabanda Wrestling, facendoci prendere forse dalla nostra stessa bulimia.

Sotto la sua direzione venne decretata la fine del Festivalbar, nel 2008.

La motivazione non la capii fino in fondo, credimi. Venne tirato in ballo il discorso economico, la manifestazione era costosa. Altri parlarono di frizioni con l’organizzazione. Non so perché non venga più riproposto, non ne ho idea.

Battiti Live, Love Mi e Tim Summer Hits provano che in estate c’è voglia di musica in tv. Concorda?

Ho visto qualche spezzone del Tim Summer Hits ed è proprio identico al Festivalbar, nella conduzione, nelle inquadrature. Andrebbe rifatto, è un marchio iconico. E’ vero che ormai ogni canale ha il suo programma brandizzato dai vari sponsor, ma se avessi ancora delle responsabilità lo riproporrei, assolutamente.

Con Bisturi, nel 2004, mostraste gli interventi di chirurgia estetica in prima serata e fioccarono le polemiche. Insorsero tutti, dal Moige al Codacons, passando per L’Osservatore Romano e l’ordine dei medici.

Fu un successo straordinario. Le polemiche non mancarono, ma Italia 1 deve creare la polemica, deve essere un’emittente sporca, irriverente, sgradevole, capace di creare polemica e fare rumore. Non me ne sono mai pentito, tanto che anni dopo facemmo Plastik. Poteva essere un prodotto forte per l’epoca, però lo miscelavamo con altre offerte. E’ stato quel mix a rendere Italia 1 ciò che tutti ricordano. Pensa che all’interno di Wild trasmettevamo Vite al Limite, ancor prima che nascesse Real Time.

La storia di Italia 1 è anche ricca di censure e programmi tolti dalla fascia protetta.

Il tutto rientra nella logica della filosofia editoriale. Penso che se uno ha una vocazione debba spingere in tal senso. A volte ho ceduto, altre volte no. Nel caso dei Griffin contestarono la collocazione al pomeriggio. Affrontai inoltre seri problemi con Buffy, l’ammazzavampiri.

Che tipo di problemi?

Venni minacciato da sedicenti vampiri italiani perché edulcoravamo i dialoghi della serie. Mi aspettarono sotto casa.

Non posso non ricordarle Così fan tutte. Le allusioni sessuali si sprecavano e lo spostaste dalle 20 a mezzanotte.

Lì sbagliammo, avevamo torto, indugiammo troppo con quella storia del wurstel. Ce l’andammo a cercare.

Con Medici Miei arrivò allo strappo con Enzo Iacchetti.

Ci fu un fraintendimento per la programmazione. Iacchetti riteneva che dovesse andare in una fascia diurna, secondo me doveva approdare in prima serata, con messa in onda settimanale. Quando Enzo girò la sitcom nessuno gli comunicò questo scenario, ossia l’impacchettamento di più episodi anziché la mini-striscia quotidiana. Avevamo già effettuato questo esperimento con Camera Cafè e Love Bugs. Sotto il profilo del linguaggio aveva ragione lui.

Visto che siamo in argomento, glielo chiedo: l’errore più grave che si attribuisce?

Uman-Take Control, senza dubbio. Sbagliai e lo ammetto, ci ho sempre messo la faccia. L’idea era una figata. Il reality vedeva protagonisti vip scalcinati che venivano telecomandati dal pubblico a casa. Era il 2011 e si trattava delle prime interazioni social. I concorrenti vivevano in celle monacali ed erano vestiti con delle tutine tipo spermatozoi. La prima puntata andò così così e l’errore fu quello di inserirci dei giochi alla Ciao Darwin. Il programma non venne capito, diventò una roba ridicola, mentre io puntavo a renderlo un vero esperimento sociale. Volevo mettere quei personaggi alla mercé degli spettatori, in maniera quasi sadica. Alla seconda puntata lo chiusi. Stesso discorso per Comedy Club, dove sei comici famosi dovevano insegnare a far ridere ad altrettanti vip. Di recente hanno riproposto qualcosa di simile, ma allora non funzionò. Forse sbagliai nel selezionare comici degli anni ottanta. Una scelta di campo che non premiò.

In compenso, di cosa va maggiormente orgoglioso?

Di Invisibili. Era un programma da servizio pubblico. Marco Berry raccontava le vite dei senzatetto senza mai giudicare o sottolineare la loro condizione. Era una vera indagine, vissuta da dentro. Ma mi inorgogliva anche mettere in piedi trasmissioni di prima serata che costavano 120 mila euro a puntata, un quarto rispetto alle altre, totalizzando gli stessi ascolti.

Tornando alla musica, nel 2002 affidò a Miguel Bosé Operazione Trionfo. Avevate appena smaltito la sbornia di Saranno Famosi, che nel frattempo era migrato su Canale 5. Il format tuttavia non godé delle medesime fortune.

I numeri di Operazione Trionfo, letti nel 2023, sarebbero da Rai 1. Vero, non fu uno show memorabile, ma non andò male. Ad influire fu pure il fatto che per me vinse la persona sbagliata. Avrei preferito che trionfasse Lidia Schillaci, arrivata seconda. Sai, quando a imporsi è un cantante che poi non rimane nell’immaginario collettivo diventa tutto più complicato. Comunque il primissimo talent non fu Operazione Trionfo e nemmeno Saranno Famosi.

Si riferisce a Popstars?

Esatto, un capolavoro assoluto, il capostipite di tutti i talent. Spedimmo le Lollipop ai primi posti in classifica e successivamente a Sanremo. Era un programma fatto benissimo, tutti garantirono il massimo impegno.

Preistoria, televisivamente parlando.

E la ragione sta nella cannibalizzazione da parte Canale 5 di cui ti parlavo prima. Non vengono più testati prodotti e se il terreno diventa secco è la fine. E’ fondamentale una semina costante, anche se zeppa di errori e insuccessi. Le tv generaliste si basano sulla continuità, sull’abitudine. Tutti si sono fissati con le piattaforme, una roba sopravvalutata. Le piattaforme sono una ciofeca per onanisti, per persone che si mettono davanti allo schermo da sole per otto ore a guardarsi La Casa di Carta. Reputo che la condivisione e la ritualità siano fattori determinanti, ma per arrivare a questo occorre avere un appuntamento in agenda. Italia 1 dovrebbe mettere in campo una mitragliata di proposte. Magari su dieci titoli se ne affermano due, ma perlomeno restituisci al pubblico il senso di appartenenza e partecipazione che solo la generalista ti dona.

Guardando al presente, leggiamo spesso suoi elogi e complimenti a Mario Giordano.

E’ il più bravo giornalista italiano, scrivilo e sottolinealo. Se avessi ancora un ruolo in commedia, proporrei lo spostamento di Fuori dal Coro su Italia 1. E’ il nuovo Funari, con la differenza che, oltre alla capacità comunicativa di Gianfranco, ha pure la competenza. Funari lavorava solo sulla pancia, Giordano lavora su pancia e testa. E’ la sua chiave. Conosce il mezzo, è veloce e competente.

pomeriggio cinque barbara d'urso saluti finali

Di Barbara D’Urso di recente ha scritto: “Con lei ho lavorato poco e male, ma è una fuoriclasse assoluta”. Cosa non funzionò nella vostra collaborazione?

Uscii da Mediaset nel febbraio del 2019 e negli ultimi quattro anni ricoprii il ruolo di direttore editoriale dell’infotainment. Avevo la responsabilità dei contenuti e nel periodo finale mi venne chiesto di seguirla. La D’Urso è una fuoriclasse, ma a differenza degli altri numeri uno si è circondata per lungo tempo di gente non alla sua altezza. E’ un mio parere, sia chiaro. Tutti i grandi hanno un alter ego, che ha il compito di aiutarli nel bene e nel male. La De Filippi ha Sabina Gregoretti, Fiorello aveva Ballandi, Fazio ha Caschetto, Bonolis e Amadeus hanno Presta, uno che sta coi suoi artisti per tutto il giorno. Ho scoperto che da qualche tempo proprio Presta ha cominciato a curare i suoi interessi. E’ un bene, sono convinto che le cose per lei cambieranno in meglio.

La sua uscita da Mediaset, dopo quasi trent’anni, fece rumore. Mollò lei?

Lasciai l’azienda perché dovevo affrontare un gravissimo problema personale che necessitava della mia presenza full time. Già nel mio ultimo anno al fianco della D’Urso stavo maturando l’abbandono, avevo il cuore e la testa occluso. Alla fine il problema non l’ho risolto, ho fallito, e non sono più riuscito a rientrare.

Non ha più parlato con i vertici dell’azienda?

No. In una prima fase non rivelai le reali motivazioni. Spiegai che ero deluso per alcune scelte, usai questa membrana per coprire la verità. Ho provato a spiegare a Piersilvio Berlusconi le ragioni della mia uscita ma non ci sono riuscito. Non c’è più stato rapporto, purtroppo.

Oggi vive in Svizzera e pubblica fumetti. Ha cambiato vita.

Ho sempre avuto un legame con la Svizzera. Sì, realizzo fumetti e scrivo, attività che per tanti anni è stata secondaria. Adesso è diventata quella principale. Faccio anche delle consulenze per delle tv del posto. Qui la realtà è molto più semplificata.

Se dall’Italia le proponessero di ributtarsi nella mischia, accetterebbe?

Sono a disposizione e lo sarò sempre, assicurando il mio solito spirito e la mia competenza.