Livio Beshir: “Non pago la mia poliedricità. Sono grato di poter fare tv, cinema e teatro”

In tv conduttore, attore per il cinema e il teatro. Prima la tv dei ragazzi, poi i red carpet, ora il benessere. Intervista a Livio Beshir.

Dallo scorso sabato in onda su Rai2 con Star bene, Livio Beshir si racconta a TvBlog.

Quale era il tuo sogno lavorativo quando ti sei laureato con lode in Comunicazione alla Sapienza?

Il sogno è sempre stato quello della recitazione. Consapevole del fatto però che fosse un lavoro complicato, mi ero costruito già da adolescente il mio piano b. Avevo deciso di laurearmi in Comunicazione così magari da poter lavorare dietro le quinte della televisione. 

Negli anni seguenti ti sei allontanato dal sogno della recitazione?

Dopo aver vinto un master in Programmazione e produzione televisiva, ebbi la possibilità di fare uno stage in Rai e lì iniziai il mio percorso lavorativo, prima come redattore, poi come autore televisivo. Il sogno della recitazione lo coltivavo quotidianamente con lo studio nelle accademie, in America all’Actor Studio, e con le prime tournée teatrali.

Quali sono state le prime esperienze in Rai?

Lavoravo per Rai Futura, uno dei primissimi canali digitali della Rai dedicato ai ragazzi. C’era stato un casting nel quale venivano ricercate figure che sapessero lavorare sia dietro che davanti le quinte. In quegli anni ho potuto sperimentare programmi che riguardavano le mie passioni, come ad esempio il teatro: in una puntata ricordo che è stato mio ospite il grande Giorgio Albertazzi.

Il ruolo di annunciatore che hai ricoperto su Rai2 ha segnato una svolta nella tua carriera. Cosa ricordi?

Quell’ esperienza mi diede un ondata di popolarità totalmente inaspettata e alla quale non ero preparato. Sono grato a quell’esperienza perché mi ha permesso, grazie anche alla popolarità che mi ha dato, di continuare a lavorare in altri progetti. Come periodo da un punto di vista personale non è stato sicuramente uno dei più esaltanti: ricordo ancora i titoli e le speculazioni sul fatto che fossi di colore. Anche da un punto di visto prettamente lavorativo, venendo dal teatro e dalla tv dei ragazzi che comunque facevo in diretta, nel registrare annunci letti da un gobbo una volta a settimana sentivo che non c’erano margini di crescita.

Poi sono arrivati i red carpet. Che cosa ti hanno insegnato professionalmente?

I red carpet sono una grandissima palestra di dirette televisive: devi essere consapevole di quello che stai dicendo, di quello che sta avvenendo attorno a te e questa consapevolezza la devi trasmetter al pubblico che è casa. Una volta ho dovuto coprire un ritardo di 16 minuti di George Clooney e Sandra Bullock, mentre tutti erano già dentro la Sala Grande. Vincenzo Mollica dopo aver visto questa cosa mi venne a stringere la mano e mi disse: “Lo sai che quello che tu fai qui non lo fa nessuno?”.

Come si affronta quindi un red carpet?

Con capacità di improvvisazione e soprattutto con la giusta preparazione. Mi mettevo a lavorare un mese prima sulle domande da fare, con tutti i possibili rinvii ad altre nel caso in cui ci fossero state domande che non avessero trovato risposta.

Un red carpet particolarmente difficile fu quello che feci nel 2018 per i David di Donatello. Qual è il ricordo che conservi?

Fu, come mi uscì detto, “una gran caciara”. L’anno dopo andò decisamente meglio.

Come hai appreso la notizia della decisione della Rai di non riconfermati lo scorso anno alla conduzione dei red carpet di Venezia e Roma? 

Dopo diversi tentativi fatti dal mio agente per mettersi in contatto con la Rai, ho ottenuto alla fine una chiamata, in cui mi è stato detto che erano state fatte scelte differenti. Dopo dodici anni di red carpet credo che alla fine sia anche giusto che questo impegno si sia concluso: probabilmente non c’era più margine di crescita per me.

Hai mai pensato di essere stato sottovalutato dalla tv in questi anni?

Non sono uno di quelli che identifica la propria vita con il lavoro. Mi ha fatto piacere l’anno scorso  quando qualche giornalista ha fatto il mio nome per l’Eurovision Song Contest. Vedendo però Mika, Laura Pausini e Alessandro Cattelan, che hanno un potere di mercato più forte del mio, ho riconosciuto che fosse giusto che ci fossero queste persone invece che io. 

Con Star bene porti in tv il benessere. Quanto c’è di te in questo programma che firmi anche come autore?

A Star bene vogliamo parlare di equilibrio psicofisico e affrontiamo tematiche che mi stanno molto a cuore. Devo dire che il programma è molto vicino al mio stile di vita.

Hai fatto parte del cast di House of Gucci. Com’è stato condividere il set con Lady Gaga?

Ho fatto solo una piccola partecipazione, di cui non si possono vedere neanche i risultati perché nel montare il film sono state tagliate un numero considerevole di scene, fra cui la mia. Io impersonavo la persona che gestiva il magazzino in cui erano presenti le merci contraffatte scoperte nel film da Patrizia Gucci. La scena prevedeva uno screzio fra me e Lady Gaga: quando ho girato con lei, si è ricordata dell’intervista che le avevo fatto sul red carpet a Venezia.

Attualmente sei impegnato in una tournée teatrale con Marisa Laurito. Tv, cinema e teatro: che cosa ti dà ciascuno di questi ambiti?

In televisione mi sento un artigiano di questo lavoro che faccio con passione e dedizione. Il teatro per me è vita, passione, verità, mentre il cinema, soprattutto per chi lo fruisce, è il sogno. Mi sento molto fortunato nel riuscire a portare avanti tutti e tre in un paese come il nostro in cui si tende ad etichettare tutto.

Non credi di aver pagato in uno di questi tre mondi l’aver coltivato anche gli altri due?

L’essere stato versatile mi ha sempre reso felice e devo dire che guardando quello che sto facendo ora, in cui mi trovo impegnato fra le registrazioni del programma, la tournée teatrale e le riprese di un film, non credo di essere stato penalizzato in nessun ambito.