Little Big Italy 2022: pane, amore e nostalgia. Col sorriso.

La quinta stagione di Little Big Italy conferma un Panella sempre più padrone della scena e un racconto sempre più sfaccettato. E goloso.

La quinta stagione di Little Big Italy ritrova quell’afflato di libertà e quel sapore esotico che i due anni di pandemia avevano un po’ affievolito senza però mai inficiare la leggerezza e la piacevolezza di un programma che resta un grande racconto collettivo sugli italiani all’estero e sull’immagine che ha il Belpaese presso le altre comunità e presso gli stessi expat. Più ci si allontana dallo Stivale, più i rapporti con la madrepatria si fanno più radi e, complice anche le grandi assenze da pandemia, più i ricordi diventano sfumati e la nostalgia più forte. Ecco perché la puntata con cui Nove ha inaugurato la programmazione della quinta stagione, ambientata a San Juan di Porto Rico, ha ridato al pubblico italiano certi sapori agrodolci sia nel racconto degli expat (spesso via da 40/50 anni e con la lacrima facile al pensiero della terra natìa) sia nelle ricette che Francesco Panella, gran visir di tutte le Amatriciane, si è ritrovato ad assaggiare in ristoranti che sbandierano tricolori fuori alla porta ma che non sembrano ricordare come si mangia in Italia. O semplicemente non l’hanno mai davvero saputo, reinventandosi cuochi all’estero senza averne specifice competenze, ma solo sull’onda dell’amore. Perché se c’è un altro tratto caratteristico di questo racconto è l’amore per l'(idea, spesso, che si conserva di) Italia, per la cucina, per la famiglia lasciata alle spalle e per la vita che ci si è costruiti con più speranze e più serenità nella nuova patria.

Ma col crescere delle ore di volo da Fiumicino cresce anche la distanza tra realtà culinaria e ricordi di casa: non si osserva solo nelle cucine dei ristoranti segnalati dagli expat, ma nel palato stesso dei concorrenti. Più ci si allontana, si diceva, più il gusto – come la lingua – si mescola a quello della nuova casa: e così si assaggiano nuove combinazioni, come gli gnocchi di malanga col sugo di coda alla vaccinara, o si ritrovano in menu improbabili risotti al pollo, mai sentiti nominare dalle Alpi a Lampedusa. Vedere come il gusto cambi e cosa sia considerato italiano o buono dagli stessi expat ha il valore di una ricerca sociologica e anche di un lavoro sulla percezione. Anche se il dubbio che gli expat abbiano un palato pessimo – a prescindere dalla distanza, dalle esperienze di vita e dal tempo passato nella nuova patria – qualche volta viene.

Ma anche questo è il bello del programma: il ‘pane‘, per dir così, è sì una ‘scusa’ per raccontare altro, ma è pur sempre il cuore della gara di Little Big Italy (per quanto il risultato finale sia relativo perché per chi sta a casa hanno già vinto tutti). Ciò non toglie che la parte delle ricette, dei piatti che arrivano ai commensali spesso stupiti tra impiattamenti old fashioned e improbabili combinazioni, degli assaggi, dei commenti e dei giudizi non è affatto secondaria, anzi. Così come quello spazio dedicato alla storia dei locali, da cui traspare tutto il sacrificio che spesso si nasconde dietro alla scelta di espatriare, di aprire un ristorante, di cercare un legame con la madrepatria o magari di ‘sfruttarlo’. Ma sono sempre storie di famiglia. E torniamo all’ingrediente dell’amore cui facevamo riferimento prima. E insiema al sacrificio sono i fili che ordiscono la trama del racconto.

Nel momento gara e valutazione entra da quest’anno anche “l’impatto“, la prima impressione, già oggetto di valutazione in altre sfide tra ristoranti (cfr. 4 Ristoranti per l’appunto). Con questo nuovo voto si ‘legittima’ un altro campo di osservazione che riguarda iquel che viene riconosciuto ‘tipicamente italiano’ anche nell’arredamento, nella sistemazione dei locali, negli allestimenti, nell’iconografia. Il più delle volte regnano sovrani stereotipi e cattivo gusto – tra forme di parmigiano di plastica buttate su delle mensole, immancabili bandiere e bandierine che per qualche expat sono necessarie per l’identificazione, stampe romane e pareti dai colori improbabili – ma questo dipende anche dallo ‘stile’ e dai gusti del paese ‘ospite’. Quel che si vede a Porto Rico non si vede magari a New York, dove però il ristorante italiano popolare – e tendenzialmente anche scadente – non può fare a meno delle tovaglie a quadrettini bianchi e rossi. Un must anche delle trattorie turistiche per palati selvaggi che popolano massicciamente Roma, che in molti casi ben si prestano ad assecondare immaginari cheap e a riempire piatti di quel il turista si aspetta e non di vero cibo italiano che potrebbe ‘sconvolgere’ l’avventore (come scoprire che no, spaghetti e polpette qui non si mangiano). Riuscire a trovare vera cucina italiana altrove è una missione affascinante, tanto più che da noi ha sempre meno senso parlare di ‘cucina italiana’ nel senso di una ‘cucina nazionale’: la territorialità e la tradizione locale hanno sempre più spazio nel ‘racconto’ dei ristoranti più attenti al prodotto ed è bello vedere che anche Little Big Italy dà spazio a questa visione locale della cucina cercandola in uno dei luoghi più culturalmente sconfinati degli USA, New York. In una delle puntate di questa stagione, già peraltro caricata su Discovery+ per gli abbonati, cucina regionale italiana è la protagonista dell’ennesima sfida di Panella tra le strade di New York, sua seconda casa e mai abbastanza esplorata.

A proposito di Francesco Panella – oltre a chiederci come faccia a mantenersi così in forma, ma temiamo che la risposta abbia a che fare con la qualità del cibo oltreconfine – va detto che sembra divertirsi ogni anno di più. C’è la consapevolezza ormai di un prodotto che funziona, che piace e diverte, ma Panella non si concede alla conduzione di maniera, non ha messo il pilota automatico: carica forse un po’ ma non è macchiettistico. La routine non lo tocca. Col passare delle edizioni, dunque, non c’è stanchezza (non davanti alla telecamera almeno, anche se immagino che una produzione del genere sfianchi), ma  ancor più divertimento nel realizzarla. Anche l’introduzione – che ormai si sa essere il catch-moment della puntata e sia sempre più gag – riesce a essere sempre fresca grazie a quel tocco non celato di romanità che addomestica tutto. Se la cifra del programma è l’italianità, quella di Panella è la romanità (o lazialità, vista la fede calcistica). E funziona. Nessun altro ha la sua grazia nello stroncare piatti, nessun altro può dare un solo gettone a ristoratori permalosi senza scatenare putiferi: quel mix di sorriso accomodante e sguardo furbo che mescola la comprensione del collega all’inflessibilità del custode della tradizione romana – una combinazione che si potrebbe rendere con un “Capisco tutto, ma non mi sta a pija’ pe”c…”, intraducibile in italiano – è disarmante. Quel piglio che fa un po’ fijo de… mamma Italia è l’ingrediente segreto.

Sul piano più squisitamente tecnico, la confezione è sempre egregia, la regia sempre riuscita, il montaggio sempre capace di tenere il racconto.

Se proprio dobbiamo trovare un difetto, direi che il cambiamento sulla prova di italianità poteva essere evitato: se prima si riservavano delle domande a ciascun Expat, ora invece i concorrenti sono chiamati a prenotarsi (sventolando un tricolore, ça va sans dire). Ecco, a parte che il tricolore fa stereotipo e non è necessario, ma poi la prova di ‘velocità’ rischia di penalizzare i più agée e di costringere a siparietti evitabili.

Dettaglio a parte, Little Big Italy si conferma, anche in questa quinta stagione, materiale per uno studio sull’immaginario italiano a largo spettro e sulla rappresentazione dell’Italia dentro e fuori i confini nazionali, nei cuori di chi l’ha lasciata e di chi non l’ha conosciuta. Un legame di cuore che passa per lo stomaco, come solo le emozioni vere sanno fare.