Ficarra e Picone fedeli a loro stessi e al loro pubblico: la recensione di Incastrati 2, su Netflix

L’ironia del duo comico non cambia, ma Incastrati 2 si chiude con uno sguardo al futuro ed all’ottimismo: è questo il vero messaggio che resta della serie

Di Paolo Sutera  

Quel “2” messo dopo Incastrati potrebbe tranquillamente essere tolto: la seconda stagione della serie tv ideata, scritta e diretta da Ficarra e Picone non di discosta per niente dai primi sei episodi già resi disponibili nel 2022 da Netflix e che da oggi, giovedì 2 marzo 2023, trovano un seguito più che naturale.

Incastrati 2, la recensione

Non tanto per la storia, che riparte da dove l’avevamo lasciata (Salvo e Valentino investono Padre Santissimo in fuga e finiscono per essere nel mirino dell’arma di Cosa Inutile), ma per il clima di scanzonata presa in giro della mafia che permea la serie fin dai primi episodi.

D’altra parte, era proprio questa la cifra che i due comici siciliani hanno voluto dare al loro primo progetto seriale (e se Incastrati finisce con la seconda stagione, Ficarra e Picone aprono alla possibilità di lavorare su una nuova serie tv, ma questa è letteralmente un’altra storia).

Ironizzare sulla criminalità, sorridere sulle contraddizioni del nostro Paese (e non della Sicilia: in questo la sceneggiatura fa attenzione a non alimentare pregiudizi) e ricordare che combattere la mafia è possibile se lo si fa insieme.

È chiaro che la comicità di Ficarra e Picone non cambia rispetto a quella con cui si sono fatti conoscere in tv o al cinema: battute mai volgari o costituite da doppi sensi, comicità che si basa sul loro rapporto d’amicizia che li vede l’uno la perfetta metà dell’altro, in un continuo scambio di ruoli che fa di difetti, presunzioni o ostinazioni pretesti per fare ironia.

Anche su Netflix, Ficarra e Picone restano in formato famiglia, con una storia che a differenza di quelle da loro raccontate fino ad oggi sfrutta anche la cornice in cui si trova per trovare nuovi spunti.

Il fascino delle serie tv, del binge watching e di strategie narrative costituite da cliffhanger e prequel nelle mani dei due comici diventano materiale per costruire una trama che quando vuole sa essere metatelevisiva: non solo Netflix viene citato apertamente da Ficarra, ma anche l’immaginaria “The Touch of the Killer” (la serie tv di cui proprio Ficarra è appassionato) assume contorni ancora più definiti -con tanto di prequel-, fino ad avere, sul finale, una breve scena che sembra voler citare la hit de La Regina degli Scacchi.

Le idee portate non sono quindi particolarmente nuove o destinate a diventare virali, ma va dato atto a Ficarra e Picone di non aver tradito il proprio umorismo. Anche di fronte ad una storia che, lo ripetiamo, gioca con i generi delle serie tv ma al tempo stesso vuole offrire una spaccato di una realtà che non si piega al male.

E se la seconda stagione corre sugli stessi binari della prima, è il finale a discostarsi: complice la necessità di chiudere il racconto, Ficarra e Picone regalano al pubblico una conclusione meno ironica ma più ottimista e speranzosa verso il futuro, senza dimenticare gli eroi di sempre, come il discorso sulle “teste di mxxxxa” che il bravo Leo Gullotta (che bello rivederlo su un set!) nei panni del Procuratore Nicolosi tiene ai suoi colleghi, che altro non è che una citazione di Paolo Borsellino riferita a Giovanni Falcone.