Il Grande Gioco, la serie di Sky è sia per chi “sa solo di calcio” che per chi “niente sa di calcio”: la recensione

Una serie sul calcio? Non proprio: Il Grande Gioco sfrutta il contesto sportivo, ma non ci si perde troppo, diventando una saga familiare sul riscatto

“Chi solo sa di calcio, niente sa di calcio”: non possiamo non partire con queste parole di Josè Mourinho citate dal protagonista de Il Grande Gioco nel primo episodio per la nostra recensione. Parole che ben vestono tutta la serie tv di Sky e NOW di un significato chiaro fin dall’inizio. Ovvero che questo è sì un racconto sul calcio, ma non aspettatevi lunghe telecronache.

Il Grande Gioco, recensione

Perché se è vero che l’idea nata dal “Dandy” Alessandro Roja è stata quella di portare in tv il retroscena del calciomercato, infarcendo la storia di scouting per nuovi talenti, lotte per strappare firme ed inseguimenti all’ultimo party pur di assicurarsi di aver convinto il campione di turno, Il Grande Gioco non cade nell’errore di essere una serie “di solo calcio”.

Il passato televisivo ce l’ha insegnato: raccontare lo sport in una serie tv non è mai cosa semplice, e chi ci ha provato non ha mai ottenuto risultati brillanti. Sky lo aveva già capito con la miniserie dedicata a Francesco Totti, virata totalmente in commedia, proprio per scappare da ogni pretesa di voler costruire un racconto realistico. Il Grande Gioco decide invece di osare e si butta nel drama, cosa che vuol dire inevitabilmente concentrarsi prima sui personaggi che sul contesto.

E così, il mondo del calcio diventa uno sfondo in cui far muovere personaggi che usano la propria professione per scappare dai propri tormenti interiori: il protagonista Corso (Francesco Montanari) cerca il riscatto dopo delle ingiuste accuse, il boss Dino De Gregorio (Giancarlo Giannini) non vuole arrendersi all’evidenza della malattia e resta fortemente attaccato al suo trono mentre la figlia Elena (Elena Radonicich) vuole disperatamente che le sue abilità siano riconosciute dal padre.

Il Grande Gioco svela molto velocemente le sue reali ambizioni: essere più una saga familiare che guarda ai cult americani come Succession e Ray Donovan, piuttosto che essere descritta banalmente come “una serie sul calcio”. E riesce, seppur in maniera estremamente semplice, a portare in questo mondo anche quel pubblico meno abituato a seguire le dinamiche fuori e dentro da un campo di calcio.

Una semplicità che in certi punti non ripaga e svela dei meccanismi narrativi che abbiamo già visto altrove e che per questo possono sembrare poco originali, ma che si rendono d’altra parte necessari per agganciare tutto il pubblico. Perché se è vero che Sky, in virtù della propria mission calcistica, avrebbe potuto insistere sul lato sportivo, è però altrettanto vero che la pay tv ormai non si regge più solo sullo sport (e le recenti vicissitudini legate all’acquisto dei diritti della Serie A lo hanno dimostrato), ma anche su un intrattenimento più vasto e variegato.

Proprio per questo Il Grande Gioco diventa un curioso ibrido tra l’ambizione di cavalcare la passione per antonomasia degli italiani e la necessità di non chiudersi dentro i confini di quella passione stessa. Il risultato è una serie godibile, che non cade nel didascalismo ma che piuttosto vuole aprirsi a tutti, anche se questo vuol dire rinunciare a qualcosa, pensata sia per chi “solo sa di calcio” ma anche per chi “niente sa di calcio”.

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