Home Notizie Dentro “Il buono, il brutto, il cattivo”: curiosità e retroscena del capolavoro di Sergio Leone

Dentro “Il buono, il brutto, il cattivo”: curiosità e retroscena del capolavoro di Sergio Leone

“Il buono, il brutto, il cattivo” è forse tra i film più noti di tutti i tempi ma alcuni retroscena sono ancora ignoti ai più: oggi proviamo a scoprirne alcuni.

15 Agosto 2026 19:20

Sergio Leone portò al cinema Il buono, il brutto, il cattivo nel 1966, girandolo tra Italia e Spagna con Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef. Era il film che chiudeva la cosiddetta trilogia del dollaro, ma anche qualcosa di più: un western più grande, più duro, attraversato dalla Guerra civile americana e da un’idea di cinema ormai inconfondibile.

A quasi sessant’anni dall’uscita, resta uno dei titoli più studiati del cinema europeo. Non solo per il duello finale e per la musica di Ennio Morricone, ma per quello che c’era dietro: un set fatto di lingue diverse, improvvisazioni, intuizioni geniali e rischi veri. Il western all’italiana era anche questo.

Il triello di Sad Hill, il set spagnolo diventato leggenda

Il celebre cimitero di Sad Hill, dove si consuma il triello finale tra il Biondo, Tuco e Sentenza, non era un vero camposanto. Era un set costruito apposta nella zona di Burgos, in Spagna: centinaia di tombe finte, disposte in cerchio attorno alla grande spianata centrale.

Leone trasformò quello spazio in una delle scene più riconoscibili della storia del cinema, con tempi lunghi, sguardi sempre più stretti e una tensione che cresce fino all’ultimo colpo. Poi, finite le riprese, Sad Hill venne lasciato lì. Per decenni: polvere, erba alta, silenzio. A salvarlo, col tempo, fu il passaparola degli appassionati.

Il luogo è stato poi recuperato grazie al lavoro di volontari e cinefili, raccontato nel documentario Sad Hill Unearthed, uscito nel 2017. La pedana centrale originale non esiste più come nel film, ma l’impronta del set è rimasta. Chi arriva oggi in quel paesaggio spoglio, quasi lunare, capisce subito perché Leone lo scelse: non sembrava reale, sembrava già mito.

Eli Wallach, improvvisazione e rischi: così Tuco prese vita sul set

Molto di Tuco, il “brutto” del titolo, nacque dall’istinto di Eli Wallach. Attore americano, uomo di teatro, aveva un senso comico preciso e una grande libertà nei gesti. Nella scena del negozio di armi, per esempio, improvvisò buona parte dell’azione: smonta pistole, prova meccanismi, guarda canne e tamburi, pur senza avere vera familiarità con le armi da fuoco. Le reazioni di Enzo Petito, che interpreta il negoziante, risultano così vive anche per questo. In parte, stava davvero reagendo a quello che Wallach inventava davanti a lui.

Ma il set non fu solo fantasia e mestiere. Wallach rischiò più volte di farsi male. Uno degli episodi più citati riguarda una bottiglia con acido, usato dalla produzione per indebolire alcuni sacchi pieni di monete finte e renderli più facili da rompere durante una scena. Secondo i racconti tramandati negli anni, l’attore bevve per errore da quella bottiglia pensando fosse soda. Dovette bere latte per calmare il bruciore e continuò a lavorare con la bocca irritata.

Il Buono, il brutto, il cattivo curiosità
Il Buono, il brutto, il cattivo: curiosità dal set (TvBlog.it)

“Non era un set comodo”, avrebbe ricordato in più occasioni. E, a guardare il film, lo si intuisce. Anche la differenza fisica con Clint Eastwood creò qualche problema: Eastwood era molto più alto, circa venti centimetri abbondanti. Metterli insieme nella stessa inquadratura richiedeva attenzione. Leone, però, non nascondeva quelle sproporzioni. Le usava. Le faceva diventare cinema.

Leone, Eastwood e Van Cleef: lingue diverse, stesso western

Dietro Il buono, il brutto, il cattivo c’era una troupe internazionale: italiani, americani, spagnoli, francesi. Sergio Leone parlava poco inglese, mentre Eli Wallach conosceva poco l’italiano. Così, tra i due, spesso la lingua di lavoro diventava il francese. Non sempre tutto filava liscio, ma funzionava.

Sul set si andava avanti con traduzioni al volo, gesti, indicazioni fisiche. Leone dirigeva anche con il corpo: mimava movimenti, sguardi, pause. Il doppiaggio faceva parte del gioco. Come accadeva spesso nel cinema italiano di quegli anni, molte scene venivano girate senza una presa diretta valida per tutte le versioni. Gli attori recitavano nella propria lingua, poi il film veniva adattato per i diversi mercati.

Clint Eastwood, già protagonista di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, portava con sé la maschera asciutta del pistolero silenzioso. Lee Van Cleef, con il volto scavato e lo sguardo tagliente, dava a Sentenza una freddezza quasi da funzionario del male. Poche parole. Quelle giuste. Questa miscela di lingue e metodi, che oggi potrebbe sembrare confusa, contribuì invece all’identità del film. I personaggi sembrano arrivare da mondi diversi perché, in parte, era vero anche per gli attori.

Morricone e Leone, il segreto di un western ancora vivo

La forza di Il buono, il brutto, il cattivo passa anche dal legame tra la regia di Leone e la musica di Ennio Morricone. Non un semplice accompagnamento, ma una parte viva del racconto.

Il tema principale, con quel richiamo vocale simile a un ululato, identifica subito il film e i suoi personaggi. Nel finale, L’estasi dell’oro e poi il crescendo del triello trasformano l’attesa in una macchina emotiva perfetta. Leone allunga i tempi, Morricone li riempie. Il risultato è un western che parla di avidità, guerra, sopravvivenza e opportunismo senza diventare un film “a tesi”.

La Guerra civile americana non resta sullo sfondo: corpi, prigionieri, ponti da far saltare e soldati stanchi entrano nella storia e la sporcano. In mezzo, i tre protagonisti cercano l’oro. Non la gloria, non la giustizia. L’oro.

Per questo il film del 1966 continua a essere citato, studiato e rivisto. Non vive solo di nostalgia cinefila. Vive di ritmo, immagini, volti e suoni che hanno cambiato per sempre l’idea stessa di western all’italiana. E ancora oggi basta l’inizio di quel tema per tornare a Sad Hill, anche senza guardare lo schermo.