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Giovanni Minoli pronto a entrare nel nuovo cda Rai: “Occorre mettere al centro il prodotto”

Giovanni Minoli, dopo la mancata elezione nel 2018, torna a proporsi per il consiglio d’amministrazione della Rai. Sarà la volta buona?

Si sta avvicinando sempre di più la data che sancirà la partenza di una nuova era in Rai: mercoledì 31 marzo sono stati infatti pubblicati gli avvisi sui siti ufficiali della Camera, del Senato e della stessa Rai per la presentazione dei curricula da parte di coloro che vorranno sedere per i prossimi tre anni nel consiglio d’amministrazione dell’azienda pubblica. Giovanni Minoli, intervistato stamane sul Corriere della Sera, racconta di essere pronto a far parte di una stagione di rinnovamento che riguardi viale Mazzini, non specificando però se abbia già presentato o meno la sua candidatura per concorrere a uno dei quattro posti assegnati dalla Commissione di Vigilanza Rai.

Nel 2018, quando venne eletto il cda attualmente in carica, Minoli, come anche Michele Santoro e Fabrizio Del Noce, presentò il proprio curriculum, non venendo però scelto, come gli altri due candidati, dai membri della Commissione. Questa volta bisognerà quindi capire se invece punterà sulla nomina da parte del Consiglio dei Ministri, che, con i due nomi a sua disposizione, indica generalmente le due figure che andranno a ricoprire l’incarico di presidente e di amministratore delegato della Rai.

Giovanni Minoli intanto pare avere già in mente un modello attraverso il quale riformare la televisione pubblica, a partire dalla valorizzazione del prodotto e delle risorse interne, in una situazione in cui “sono stati fatti fuori gli uomini di prodotto e sono rimasti i burocrati”. Del piano industriale di Fabrizio Salini, al quale non manca di rinfacciare la questione sui diritti de La Storia siamo noi, Minoli di fatto salva la riorganizzazione della Rai in strutture orizzontali “per mirare ai vari tipi di pubblico”, spingendosi addirittura ad immaginare un cambiamento dei nomi dei canali, che dovrebbero prendere una denominazione “che individua il prodotto, tipo Discovery”, abbandonando dunque i tradizionali numeri.

Come il telegiornale viene visto dal giornalista come una “formula superata” per informare i telespettatori, così anche la suddivisione fra fiction e cinema pare a lui desueta, data “l’evoluzione del genere”. Il capitolo ascolti non sembra invece preoccupare molto Minoli:

Nel resto dell’Europa le tv pubbliche non fanno più del 30% perché si danno una mission. Io avevo proposto di mettere un pallino verde sui programmi pagati dal canone perché questo costringerebbe la dirigenza a elaborare un’idea di servizio pubblico.

Non particolarmente favorevole al tetto sugli stipendi presente in Rai per i manager (“È selettivo ma non è attrattivo”), Giovanni Minoli sembra avere già pronto il piano per la “Rai-fondazione“, come lui la definisce. Riuscirà alla fine ad ottenere una poltrona nel consiglio d’amministrazione?