Federico Gatti: “Mario Giordano ha scommesso su di me come corrispondente da Londra. Impegno estivo? Non so nulla”

Dieci anni di corrispondenza da Londra, ora la conduzione tutti i giorni su Rete 4 di Diario di guerra. Intervista a Federico Gatti.

Da dieci anni corrispondente Mediaset da Londra, da due mesi alla conduzione su Rete 4 di Diario di guerra: Federico Gatti si racconta a TvBlog.

Più di due mesi fa ti è arrivata la chiamata del direttore Andrea Pucci per Diario di guerra. È stata inaspettata?

Sì, assolutamente sì. Ho risposto di pancia e ho accettato perché mi piacciono le sfide e l’idea di continuare a evolversi, personalmente e professionalmente. Ho accettato la proposta anche perché raccontare la più grave crisi degli ultimi ottant’anni in Europa mi avrebbe permesso di essere più vicino alla Storia di quanto avrei potuto esserlo rimanendo a Londra.

Dallo scorso 28 febbraio sei in diretta tutti i giorni con Diario di guerra. Come stai sostenendo questo impegno quotidiano? 

I primi giorni sono stati i più difficili, poi guadagni una regolarità e una ritualità delle tue giornate che ti permette di sostenere il carico di lavoro. C’è tanta gratificazione che ti permette inoltre di compensare lo sforzo fisico.

Circa un mese fa in un tweet scrivevi: “Spero di tornare nella mia amata Londra prima o poi”. Il ritorno si sta avvicinando o per il momento resta lontano?

Per il momento si vive alla giornata e si lavora di settimana in settimana.

Secondo Dagospia, qualcuno a Mediaset parlerebbe di un tuo possibile impegno estivo. Ne sai qualcosa?

Ho appreso la notizia da Dagospia. In generale comunque preferisco vivere step by step, concentrandomi sul presente.

Il tuo arrivo a Mediaset parte da un’intervista che ti venne fatta dal Tg5 quando lavoravi a Londra al Bureau of investigative journalism.

Venni intervistato come unico italiano coinvolto in Iraq War Logs, un progetto di Wikileaks realizzato con il supporto del Bureau of investigative journalism, dove lavoravo da mesi come giornalista d’inchiesta. Pierangelo Maurizio del Tg5 fu uno dei tanti giornalisti italiani che mi vennero a intervistare. Alcuni mesi dopo mi trovavo in vacanza a Roma con degli amici e mi venne in mente di chiamare Pierangelo, che si prodigò di farmi visitare gli studi del Palatino. Lì incontrai Clemente Mimun e nel caos di quella mattina – era avvenuto lo tsunami in Giappone – lasciai il mio biglietto da visita.

E poi cosa è successo?

Alcune settimane dopo mi chiamarono da Mediaset come fixer per i colleghi che stavano salendo a Londra per il Royal Wedding di William e Kate. In quell’occasione venni a sapere da Gabriella Simoni della volontà di aprire con la nascita di TgCom24 una sede di corrispondenza da Londra. Alcuni mesi dopo sostenni un provino con Mario Giordano, che era allora il direttore.

Come andò il provino?

Mi ricorderò sempre le sue parole: “C’è tanto, tanto, tanto, tanto, tanto, tanto da imparare, ma sono sicuro che tu ce la puoi fare e voglio puntare su di te”. È stata una sua scommessa su di me e penso che sia stata molto lungimirante. 

Il tuo primo lavoro per Mediaset risale però ad un paio di anni prima. Quale è stato?

Teo Mammucari venne per registrare un format inglese pluripremiato, The Cube, che Mediaset decise di realizzare negli studi supertecnologici di ITV. Io venni preso dalla società di produzione per aiutare Mediaset a trovare delle persone italiane che vivevano a Londra che potessero fare i concorrenti del programma. Poi nell’estate del 2011 portai Luca Pesante in giro per le strade di Londra per documentare gli scontri che stavano avvenendo a Brixton e dintorni.

Che responsabilità hai sentito di avere da corrispondente da Londra?

La responsabilità è sempre quella verso la storia. Devi sempre aver in mente tre cose: l’esattezza, l’esattezza, l’esattezza. Tu devi annullarti e devi permettere che la storia scorra nel migliore dei modi, scevra di qualsiasi lettura personale. Questa è una lezione che ho appreso senza dubbio dal giornalismo britannico ed è un imprinting che ho cercato di mettere fin dall’inizio. Con la Brexit è stato però difficile fare capire al pubblico italiano la complessità del contesto in cui quella scelta era maturata.

In passato hai fatto reportage per la tv inglese. Ti manca l’adrenalina dell’inchiesta?

Sì, mi manca, ma non escludo che ci tornerò in futuro. Il giornalismo d’inchiesta è la dimensione più alta di giornalismo, ma è anche la più costosa e la meno remunerativa. Fra l’altro dopo il lavoro al Bureau, ho avute altre esperienze in questo ambito con tre diverse collaborazioni con Report, prima con Milena Gabanelli, poi con Sigfrido Ranucci, su inchieste che avevano a che fare con Londra.

Ti piacerebbe unire la conduzione da studio con il lavoro d’inchiesta, magari per un programma Mediaset?

Assolutamente sì.