Tv Off
Home Rubriche Riccardo Serventi Longhi: “Ero Fiodor in Fantaghirò. Recitai con la maschera e mi doppiarono, ma fu una grande esperienza”

Riccardo Serventi Longhi: “Ero Fiodor in Fantaghirò. Recitai con la maschera e mi doppiarono, ma fu una grande esperienza”

Riccardo Serventi Longhi sostituì Kim Rossi Stuart nel ruolo di Romualdo in Fantaghirò 4: “Al provino non sapevo che avrei indossato una maschera. Avere gli occhi azzurri era una prerogativa fondamentale. Ora insegno yoga. Tornare alla recitazione? Solo di fronte ad una bella proposta”

19 Maggio 2024 09:15

Lontano dai riflettori dal 2016, quando decise di dedicarsi anima e corpo allo yoga e al suo insegnamento. Ma per Riccardo Serventi Longhi le luci della ribalta non sono mai state un’esigenza irrinunciabile. Basti pensare a Fantaghirò, serie televisiva che interpretò da protagonista senza mai mostrare il suo volto.

Una performance nell’ombra, testimoniata tuttavia dalla presenza del suo nome nei titoli di testa, accanto a quelli di Alessandra Martines, Brigitte Nielsen e Ursula Andress. “Il mio agente mi avvisò che c’era la possibilità di interpretare un personaggio protagonista, di cui però nessuno sapeva niente – svela Serventi Longhi a TvBlog – non si capiva chi diavolo fosse. Inizialmente pensai ad un antagonista di Romualdo”.

Invece Fiodor – uomo gobbo, deforme e vittima di un incantesimo – non era altro che Romualdo stesso, personaggio originariamente interpretato da Kim Rossi Stuart, che si era via via defilato dal progetto. E così, nel quarto capitolo, Rossi Stuart fu solamente evocato, con immagini d’archivio ricollocate nella scena finale e una maschera che coprì la sua faccia, in modo tale da poter coinvolgere un altro attore, che mantenesse a malapena l’unica caratteristica comune: gli occhi azzurri.

Classe 1967, Serventi Longhi mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo a 17 anni, grazie ad uno spot di un’aranciata. “Finito il liceo, cominciai con provini e piccole partecipazioni. Cristiano Cucchini, che gestiva un’agenzia di modelli, mi propose di entrare a farne parte. Poi dovetti partire per il militare e, durante il servizio di leva, conobbi un ragazzo che sarebbe diventato un grande aiuto-regista. Parlammo parecchio e mi disse che secondo lui sarei stato adatto per il lavoro di attore. Io, in realtà, desideravo fare altro”.

Cosa?

Avrei voluto iscrivermi all’Istituto Europeo di Design, ma quando mi congedai le iscrizioni erano chiuse. Ero arrivato troppo tardi. Allora frequentai una scuola d’arte e spettacolo per due anni e nel frattempo partii con le prime esperienze a teatro.

La prima apparizione sullo schermo quando avvenne?

Nel film I miei primi quarant’anni, ispirato alla biografia di Marina Ripa di Meana. Interpretavo il Principe Alberto Di Liegi, una parte marginale, ma ebbi la possibilità di avvicinare una meravigliosa Carol Alt. Avevo appena diciott’anni. Qualche tempo dopo invece ebbi un piccolo ruolo in College.

Torniamo a Fantaghirò. Come arrivò la chiamata?

Avere gli occhi azzurri era una prerogativa fondamentale. Nessuno dei provinati sapeva che sarebbe stato mascherato, mi venne comunicato al momento dell’assegnazione della parte. Probabilmente la produzione aveva persone pronte a subentrare qualora mi fossi tirato indietro, ma sarei stato un matto a non lavorare con Lamberto Bava. Porterò quell’avventura nel cuore per tutta la vita.

Dove si svolsero i ciak?

In Repubblica Ceca per due mesi e un altro mese in Thailandia. Mi ingaggiarono nel marzo del 1994, a luglio partirono le riprese e a fine ottobre tornammo in Italia.

Venne doppiato da Francesco Bulckaen. Come mai?

La miniserie doveva essere pronta prima di Natale e non avevo il tempo tecnico di ridoppiarmi. Dovetti accettare quella soluzione.

Girare per tutto il tempo con la maschera fu complicato?

Fu davvero difficile. Era un trucco prostetico, nulla di simile a ciò che si vede oggi. Impiegavo quattro ore per prepararmi e in Thailandia lavorammo con una temperatura di quasi 50 gradi. Qualcosa di orribile. Ricordo che per darmi sollievo mi mettevano dei cubetti di ghiaccio sulle vene dei polsi. Nemmeno il vestito mi veniva in aiuto: mi ero fatto fare un abito abbastanza caldo per essere ben coperto in Repubblica Ceca. Poi però mi sono ritrovato in Asia a girare con il vestito di lana, il cappello di velluto e una maschera in faccia. Se avessi ipotizzato una sofferenza del genere avrei optato per il contrario.

Durante le pause poteva spogliarsi?

Andavo al trucco la mattina presto, la maschera era incollata. Ricordo ancora l’odore di quel collante, innocuo, per carità, ma non me lo potrò mai scordare.

Partecipare ad un progetto senza poter mostrare il volto e far sentire la propria voce. Immagino sia stato frustrante.

Avevo 26 anni. Mi permisi di giocare e basta. La gente sapeva che ero io, c’era il mio nome nei titoli di testa. Quel personaggio nelle intenzioni doveva essere Kim Rossi Stuart mascherato, c’era poco da fare. Quando firmai il contratto furono chiari con me.

Nessuno la fermava per strada per chiederle un autografo.

No, ma erano altri anni, la gente leggeva le riviste. Ciak mi dedicò un bellissimo pezzo, così come Novella 2000. Senza contare che gli addetti ai lavori tenevano conto di certe performance. In molti videro il mio provino per Fantaghirò, Bava mi citava sempre, era molto felice. E proprio lui mi fece conoscere Sergio Stivaletti, con cui girai Maschera di Cera, e I tre volti del terrore.

Ne parla con affetto e orgoglio.

Certo. Fu bellissimo, un po’ come interpretare il gobbo di Notre Dame. Fu una grande esperienza recitativa, lavorai tanto su quel personaggio, lo studiai assieme all’aiuto regista, Roy Bava. Presentai diversi tipi di camminate.

Che clima si respirava sul set?

Fantastico. Tieni conto che erano giunti alla quarta stagione, quindi si conoscevano tutti. Attori, tecnici, costumisti e truccatori lavoravano assieme da tempo. Era una grande famiglia.

Sono passati quasi trent’anni e Fantaghirò non passa di moda.

Vero. Sui social un account di Fantaghirò mi chiese di realizzare un piccolo spot in occasione del 25esimo anniversario. Ho tante mail e messaggi di gente che ancora mi ringrazia.

Poco dopo Fantaghirò giunse la chiamata per Palermo-Milano, solo andata.

Lo girai quattro mesi dopo. Sono l’attentatore con i capelli lunghi che segue Giancarlo Giannini e la sua scorta per tutto il film. Claudio Fragasso mi conobbe proprio per merito di Fantaghirò. Al provino mi presentai vestito come il mio personaggio. Indossavo degli stivali, l’impermeabile e avevo sciolto i capelli. Evidentemente li colpii.

Nel 1998 recitò nel film Laura non c’è e incrociò nuovamente Nicholas Rogers, diventato celebre per il ruolo di Tarabas.

Era un film che aveva come colonna sonora i brani di Nek, che realizzò pure un cameo. Onestamente ho pochi ricordi. Non rivedevo mai i film che realizzavo, se non le scene che mi riguardavano per correggere eventuali errori. Adesso lo riguarderei volentieri, sono in pace con me stesso e sarei meno critico. All’epoca ero estremamente perfezionista e lo sono rimasto fino a quando non ho smesso con questa professione.

In seguito ha partecipato a parecchie fiction.

Ne ho fatte tantissime: Avvocati, La squadra, Il bello delle donne, Incantesimo, Carabinieri, Ris, Un posto al Sole, Don Matteo, Distretto di Polizia, Che Dio ci aiuti. Tutto quello che c’era da fare, l’ho fatto (ride, ndr). Quasi sempre ero protagonista di puntata.

Avrebbe preferito partecipazioni più stabili e continuative?

Non nego che avrei voluto fare molto di più, ma la tv e il cinema hanno i loro meccanismi e non mi va di commentarli. Quando recitavo, non credo esistesse un film che non avesse deciso almeno un quarto del cast prima dei casting. Quando si arrivava ai provini era per assegnare dei personaggi di contorno. In fondo è anche naturale: quando si presenta un progetto, i fondi spesso sono legati alla tipologia del cast. In compenso, esistono registi e produttori che si battono pur di avere un determinato attore. Purtroppo sono rari.

Ad Un posto al sole rimase per diversi mesi.

Sì, per cinque-sei. Era il 2004. Una parentesi pazzesca, stupenda, venni accolto con grande simpatia e c’era affiatamento. Conoscendomi, forse mi sarei annoiato se fossi rimasto per più tempo, tuttavia vedevo come quell’approdo fosse ambito da tanta gente. Avere tre anni di contratto e smettere di aver timore di come arrivare alla fine del mese è una bella cosa. Il copione lo imparavo al trucco, bisognava essere flessibili, pronti ad ogni possibile modifica. Ti annunciavano che avresti girato nel pomeriggio, poi magari cambiava la scaletta e ti ritrovavi sul set al mattino.

Anche Don Matteo suppongo sia una macchina collaudata.

Assolutamente sì. Ci recitai nel 2009, nell’anno in cui ci si trasferì a Spoleto. Una squadra straordinaria. In tal senso, posso affermare di essere stato benedetto in tutto ciò che ho fatto. Non ho mai trovato un ambiente sgradevole o persone non accoglienti.

Gradualmente si è allontanato dal mondo della recitazione. Perché?

E’ accaduto in un periodo di grande soddisfazione teatrale. Nel 2003 avevo rilevato un piccolo teatro ai Castelli Romani e inaugurai un laboratorio che portai avanti fino al 2010, quando diressi e interpretai il testo di Skylight. Comprai i diritti dello spettacolo da Luca Barbareschi e lo spettacolo andò benissimo. Ma quando terminai la stagione mi accorsi che qualcosa dentro di me si era spento. Motivo per cui mi presi un periodo di pausa per capire cosa avrei voluto fare. Nel 2012 avevo 45 anni; se decisi di fermarmi forse qualcosa che non andava dentro di me c’era.

Lo yoga che ruolo ha avuto in questa metamorfosi?

Lo praticavo da qualche anno e a quel punto scelsi di inaugurare un’esperienza più intensa, un cammino verso me stesso e la mia interiorità. Allora decisi di approfondire il cammino attraverso un’esperienza di formazione per insegnanti. Cominciai a tenere le lezioni subito dopo e per quattro anni mi sono diviso tra lo yoga e la recitazione. Poi non ce l’ho più fatta, Che Dio ci aiuti è stato l’ultimo lavoro televisivo, mentre in assoluto l’ultimo atto si è svolto ad un festival, sempre legato allo yoga, nel quale ho recitato un monologo di Herman Hesse, Favola d’Amore.

Nostalgia della vecchia vita?

Per niente. Mi sono accorto di essere passato da un tipo di ricerca interiore ad un altro. Lo yoga è la mia vita da tanti anni e sono felice. Inoltre, scrivo per la testata Rispirazioni (www.rispirazioni.it, ndr), dove curo una mia rubrica. E’ un luogo che risponde al bisogno di comunicare un modo diverso di vivere, di leggere, di ascoltare e di pensare.

Esclude dunque un ritorno sul set.

Dovrei trovarmi di fronte ad una proposta proprio bella, qualcosa di particolare. In quel caso accetterei volentieri.